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Il caldo al tempo dei bambini 1

C’È SOLO UNA COSA PEGGIORE DEL CALDO DA SOLI: IL CALDO COI FIGLI

 

P1080614_cut_pe_wprnE dire che mi credevo abituata.

Nella lontana vita da single, o, più precisamente, in quella pre-figli e pre-nozze, vivevo in un monolocale. Da sola, prima. Tolta qualche visita del cavaliere di turno. Poi, con la dolce compagnia di un francese che veniva a trovarmi qualche weekend, fino a stabilircisi dopo mesi di voli easyjet. E che, un paio d’anni più tardi, avrei sposato.

Un cubo ampio, un piccolo ingresso, una cucina passante verso il bagno con l’oblò di una nave per finestra. Alti soffitti e un soppalco che avevo attrezzato con cuscini e posacenere in stile love&peace e che – c’era da aspettarselo – non usai mai. Sebbene ci avessi appoggiato una pollaiola da me dipinta di blu con zelo e sudore in modo da renderlo immediatamente raggiungibile. Le sole, vere incursioni in quei piani alti avvenivano in compagnia di uomini non “miei” e non giunti per questioni di cuore: i tecnici della caldaia. Che stava, anche lei (insieme ai cuscini e a qualche scatolone rimasto dal trasloco), sul suddetto soppalco in mezzo a tantissima polvere.

Ecco, lì la temperatura non l’ho mai misurata, ma il termometro due metri più sotto, sul passavivande che interrompeva il muro divisorio della cucina, segnava, nei migliori dei giorni, 33 gradi.

Il soffitto chiaro era la maschera ingannevole di un tetto piano catramato anni prima per impedire, pare, le infiltrazioni d’acqua che, a quel punto, avrei gradito senza batter ciglio. Un tetto proprio come quelli delle case greche, salvo il colore.
A tavola mangiavo coi tovaglioli di carta sotto i gomiti, perché il sudore era tale che le braccia scivolavano sul piano di vetro. Le mani erano cotte come avessi fatto un bagno in vasca per un paio d’ore, le maniglie ottonate delle finestre erano capaci di scottare nel vero senso della parola, e persino il pavimento in parquet rosolava quel che restava dei piedi.

La notte mi coricavo dopo una lunga doccia fresca. Le braccia e le gambe divaricate, onde evitare il minimo contatto tra le parti del corpo. Il sudore mi svegliava ogni due o tre ore, facevo un’altra doccia, tornavo a letto. Avevo persino imparato a dormire col ventilatore acceso. Io, nota per l’intolleranza a qualsivoglia rumore che disturbi un sonno perennemente leggero. Il risultato era una sorta di brivido caldo dato da un’evaporazione rapida ma immediatamente seguita da altro prolifico trasudare.

Ci vuole concentrazione: ti metti lì, aspetti che la scalmana passi, un’onda dopo l’altra di inarrestabile grondata. Poi pian piano il corpo si arrende, trova un piccolo equilibrio. Devi prenderlo al volo, e dormire. Prima della prossima vampata.

Credevo che, dopo quegli anni, il peggio fosse passato. Ma non avevo contato la prole.

(to be continued…)

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