I beffardiMaternità

Percorsi da incubo

IO NON TORNO GALVANIZZATA E FIERA. IO TORNO, SEMPLICEMENTE, SFATTA

 

E fin qui…

Ho un rapporto alquanto conflittuale con la paura. Per quanto io cerchi di rigirarla come sfida, al pari di un boccone in bocca, quella sempre tale rimane: paura.

È con spirito comunque fiducioso e intrigato che mi lancio all’attacco del percorso avventura promesso a Patrick: quello rosso, il più difficile. Se si può fare dagli undici anni, che vuoi che sia.

– Ho paura – mi dice lui.
– Anch’io.
Osserva il cielo gonfio delle usuali nubi come la testa cotonata d’una vecchia: – Ho paura di non farlo.
– Io ho paura di farlo.

Segretamente (ma nemmeno troppo) spero in un temporale, signori mi spiace si chiude. Ma le nuvole restano trattenute e sebbene ormai si volga a sera il percorso è nostro.

Allora, c’è da dire che il rosso lo puoi fare solo se prima hai fatto il giallo (il più facile) o il blu (medio): ma non in generale, quest’estate, questa settimana, ieri. No: di fila. E così sei certo che anche se sei Spiderman attaccherai il rosso già con mezzo apparato locomotore sciancato dal precedente insulto muscolare.

Il ragazzo chiede se so il francese, prima di prendere a spiegare come usare moschettone, corde, carrucola per le funi sospese.
– Io? Lo domino!

E lì già arriva una prima stilettata della nota ansia da prestazione. Io il francese lo so, ma dovendo dimostrare che lo so, non lo so più. Balbetto, guardo Patrick con la scusa di vedere se ha capito, e intanto – in verità – lo copio in quanto già esperto di percorsi precedenti (ma giammai questo rosso).

In effetti i percorsi avventura funzionano tecnicamente così: sei imbragato, sposti il moschettone sul cavo e procedi su scalette, passerelle sospese tra i pini, e poi scivoli lungo carrucole anche appese sul laghetto ormai disabitato dalle usuali canoe e pedalò sfrattati dalla tarda ora. Ed emotivamente così:

ai primi passaggi pensi okay pian piano ci prendo la mano, ai successivi pensi be’ dai comincio a divertirmi, poi cazzo che bello, e di lì la parabola scende adagiandosi su un va bene okay basta. Quando attacchi col famoso rosso sei già prossima al dai lo facciamo domani, e infine brancoli in un plateale «ne ho le balle piene».

Tra il primo percorso e il secondo un ragazzetto col noto sentore di aglio che infelicemente contraddistingue ogni francese tranne mio marito (ripulito da anni dalla sottoscritta) ci illustra quelle due cosucce in più necessarie alla sopravvivenza su questo secondo percorso. È lì, che un uomo reduce dello stesso irrompe: – Sono rimasto appeso a metà sulle altalene, non sapevo più andare avanti, sono dovuti venire a salvarmi e portarmi giù –. Questo commento, non si sa come, ma lo capisco benissimo sebbene in francese doc. Decisamente invitante. Vado dritta sul ragazzetto: – Senti dimmi come ti chiami, che poi se ho bisogno ti grido dal bosco.

È incredibile come l’uso della lingua e l’ansia da prestazione di cui dicevo subiscano una naturale modifica atta a salvarsi il culo. Da lì in poi non avrò alcun timore a relazionarmi al nostro Quintin.

Egli appare come visione celestiale quando Patrick non riesce a superare la piccola parete lignea di arrampicata. Nessuno l’ha chiamato, ma lui si palesa dal nulla come un Cristo.

Al passaggio successivo, assi appese e dondolanti come denti da latte, riconosco tracce di sangue: – Quintin, non vorrei dire, ma lì qualcuno ci ha lasciato il segno –. Ride.

Quando davanti a me ecco lo spettacolo oscillatorio delle altalene: quelle dell’uomo che non voleva (ancora) morire. Patrick se la cava, devo cavarmela anch’io. Provo muovendole meno possibile, poi però ho la pessima idea di sfruttare la loro estrema capacità mobile per avanzare più spedita, ma la gamba oscilla di suo, agitata dalla strizza, infliggendo un terrificante controcanto a queste altalene denominate ormai ufficialmente «bâtard». Quintin ormai ha imparato: cazzo, bastardo, porca eva, ma questo come si fa? E la sua variante più accesa: ma questo come cazzo si fa? E, addestratissimo da queste gratuite lezioni lampo, risponde prontamente. Ha ormai accettato anche di farsi chiamare «Il Cristo». E io ho ormai accettato la contropartita del suo aglio: mi sembra un pedaggio minimo.

Finalmente con un’ultima, interminabile zip-line, atterriamo sul pianeta-mondo.

Se è umanamente noto che la paura sia spiacevole mi chiedo che gusto ci sia ad aver speso due ore del mio tempo in preda a una sensazione spiacevole.

Io non torno galvanizzata e fiera. Io torno, semplicemente, sfatta.

Barcollo, abbraccio Patrick. La frase migliore che mi esca è: – Non lo rifarei.
– Neanch’io.

Le «altalene»: si vedono poco perché sono sottili. Appunto…

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: a caso, quando capita, una vetrina degli ultimi post!

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