Intermezzi

Se è uno spigolo. O il cappello d’un mago

Sto cercando di non mentirmi e faccio una gran fatica. Apro, rovisto, il solaio dei sensi. Poi penso è solo una giornata storta. Poi dico invece è la tua occasione.

Come lo sai se il cono d’ombra che vedi è un angolo, la proiezione di uno spigolo… oppure il cappello d’un mago?

Dicono «le risposte le hai dentro di te».

Ci sono persone che si sono viste la barca rovesciata. Così: una grande onda, mica che l’avessero vista prima. Quando le incontri, anni dopo, ti confessano di aver amato quella grande tempesta: grazie ad essa hanno conosciuto la loro vera natura. Perché è la vera natura, quella che grida intrappolata quando hai un senso di insufficienza. Io ho insufficienza aortica e mitralica: vedi che sono soffi cardiaci di una sete. Vedi che vorrei non averla, la sete, e nemmeno la tempesta.

Vorrei stare tranquilla coi miei quattro cantoni come il gioco che facevo da ragazzina in cortile, e bastava quello: correre da un palo all’altro.

Noi usavamo due pali di metallo, quelli delle strutture delle altalene nel parco giochi del condominio. E poi due alberi. Capitava che se non eri svelto non acchiappavi nessun cantone: ti toccava andare in mezzo e aspettare il nuovo via! Allora schizzavi come una gazzella, cercavi di rubare il palo prima che un altro lo guadagnasse nella corsa. Non è rubare: è correre e prendere, afferrare il tuo posto.

Nella vita è meglio: perché i cantoni non sono quattro e i giocatori cinque. Nella vita ognuno può trovare il suo, e non ce n’è uno che resta fuori.

Eppure siamo scemi: sembriamo tutti fuori dai cantoni,

dai pali e dalle piante che usiamo a riferimento, a cuccia, a start per la nuova corrida. Nessuno, pochi, che sappiano: di essere al posto giusto, pienamente sé stessi.

Allora questi che la barca gli ha fatto lo scherzo, non è che avessero un’imbarcazione sfigata. Loro si sentono fortunati. Gli diresti: giammai. Leghi bene la tua piccola vela, vai. Se il mare è grosso cerchi di prevedere, rallenti, attracchi. Amici, consuetudini e vizi ti fanno da faro: a qualcosa puoi sempre ancorarti.

Invece loro hanno dovuto:

se non c’è una crisi tendi sempre alla permanenza,

al ripristino dello stato originario.

Loro.
Li senti che hanno fatto il «salto».
Ti dicono «in verità io lo sapevo già, ma non volevo ascoltare me stesso».

Allora mi metto lì, guardo quel cono d’ombra.
Ma mica l’ho capito: se è uno spigolo, o il cappello d’un mago.

 

[Photo by Jassim Vailoces on Unsplash]

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: a caso, quando capita, una vetrina degli ultimi post!

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