Maternità

Sabato pomeriggio

CAPITA A TUTTI, CHE SEI FUORI PER COMMISSIONI E PENSI ADESSO ME NE VADO

 

Esco con la scusa di una farmacia. La pioggia è breve, riga il sabato con più impertinenza che acqua. È un giorno che si fa presto: a sentire che un volo ti prenderebbe facile.

Pensa se adesso potessi: un bus, la borsa e il sacchetto dei farmaci già acquistati, così come sei. Arrivare in via Watt. Il mio monolocale al primo piano, il tetto quadrato, grandi finestre. Le persiane che scivolavano a stento, talvolta s’incastravano, d’estate il caldo arroventava le maniglie, perfino il parquet cambiava temperatura e un piccolo sollievo lo trovavi solo sul piastrellato sottile della cucina.

Capita a tutti, che sei fuori per commissioni e pensi adesso me ne vado.

Leggerei sul grande letto, non avrei responsabilità alcuna, nessuno per cui cucinare, nessuna bocca che chiama. Per anni ho atteso di riempire il desco, ho frammentato interi weekend in piccole ore, le stesse commissioni, per rendere la solitudine più commestibile. Uscivo per scappare dalla morsa dei muri. E adesso, dall’altro versante del cuore, da speculari weekend, ti attacchi a una scatola di antiacidi, a quella sporta di plastica finta che fa l’altalena sul gomito, e tutto quello per cui hai vissuto lo daresti via a un fermo immagine. Per un piccolo tempo indeterminato.

La pioggia somiglia a questo sabato pigro e insulso in qualche nota che non sbava vistosamente ma nemmeno s’accomoda. Così mi porto al parco. Non ho un cellulare, ho solo questo grande ombrello arcobaleno: lo tengo aperto perché mi protegge, metto i colori addosso a quel cielo che oggi vuol cadere.

Sono scomparsi i fiotti di ricordi, ogni tanto risale dallo sguardo fisico l’immagine degli altri a casa: se si stanno chiedendo che fine ho fatto, se chiamano e trovano spento, sul telefono che è accanto a loro, nella cucina dove gironzolano i figli e il pranzo che fra poco sarà. Sono venuta ai papaveri, ai fiori di campo, gli unici coraggi. Incrocio un uomo che corre, due papere sono ferme in attesa di un istinto al volo, o di una mossa del lago. Ma non c’è nulla. Tacciono i gradini dove i miei figli provavano i primi passi, il sentiero dove per mano a Sarah sapevo di aspettare Isabelle. Il nostro tronco cavo nella gola del bosco.

Sono rimasta io. E fa un suono antico: l’organo, forse, d’una funzione.

Dove andrei?
Ricalco gli interni di quel monolocale, provo a essere ardita, prendere un taxi, un treno. Un volo.

Sparire è un diritto che non ci assegniamo mai.

Però sto fuori, guardo i miei passi minimi, è come stare in braccio al momento, un dondolo appeso al tempo. Sembra impossibile dirlo: sei madre e hai famiglia e mica puoi scappare come facevi da ragazza, quando camminavi da un capo all’altro della città, quando i cellulari non c’erano e così avevi una fretta dannata di rientrare ché se no sapevi tua madre farti tornare tutta d’un pezzo alla realtà stretta da cui fuggivi, con quella cena già in tavola. Adesso esci uguale, la stessa fuga, e ci metti un po’ per capirlo: se è che in fondo sei sempre tu (sorridi all’idea). Oppure non sei mai cresciuta.

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: a caso, quando capita, una vetrina degli ultimi post!

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