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Se un giorno

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LEVA QUEI GUANTI BIANCHI, TOGLI IL CAPPELLO. IL SILENZIO È UN FINTO GARBO

 

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Da qui a quando sarai, figlio mio, sulla tua strada, passeranno giorni lunghi come attese e veloci come giaguari. Si arrampicherà il tempo sul tuo corpo che cresce. Lascerà in basso quel trattino di penna segnato nel bagno a memoria della tua statura.

Da qui a quando sarai, figlio mio, sulla tua strada, saranno passati pomeriggi di giochi e acquazzate improvvise. Serate di libri sul letto, peluche che abbandonano il campo.
Avrai sentito domande noiose, schivato parole, afferrato discorsi. Mi avrai cercata e mi avrai sfuggita.

Avrai collezionato articoli di vecchi quotidiani, forse, o qualche ammennicolo inutile ai miei occhi che s’inarcano.
Saranno lontani, nella tua stanza, la tua porta chiusa… così lontani da non ricordare, quei pomeriggi in cui ero io a chiederti: vai un po’ in camera tua.
Avrai viaggiato, avrai visto Londra, Roma, avrai rimediato a quel torto che ci rinfacci: “Ma la Sarah è venuta a Roma!”
Avrai visitato New York. New York in cima alla lista, fissata e salda, come le sue bandiere ai grattacieli.

Tornerai, qua e là, ci vedremo tra i miei capelli che scolorano e le tue mani che diventano forti e capaci di tutto. Siederai per un caffè, tazze tremano tra le mie dita, ceramica ocra che vibra negli anni.
Verrai a Natale. Un compleanno, un anniversario. I tuoi figli con te, tua moglie. Oppure nessuno.
Sarai felice di vedere me e tuo padre. A volte, può darsi, ti costerà fatica.

Lo dico adesso, che sono forte e sicura. Lo dico ora, che sei facile argilla, ancora, e io spavalda: se un giorno, seduto con me, il tavolino basso in qualche salotto, una donna anziana al posto mio. Se un giorno dovessi sentirti a disagio con me… non risparmiarmi, figlio mio. Non mettermi in un canto delle tue ragioni.

Un giorno sarai davanti a me, e avvertirai un timido fastidio. La difficoltà ad abitare gli spazi.
Un giorno ti alzerai, di là tu a prendere la zuccheriera: per tenerti occupato.

Se un giorno ti rigirassi in quell’aria, scomodo. Se vedrai le scuse salirti al labbro prima delle verità. Se riconoscerai gli occhi scrutare le lancette troppo spesso. Se una qualsiasi di queste cose ti bruceranno come una colpa.
Dimmelo, non avere riguardo. Non contare le rughe. Non fingere rispetto. Non tacere.

Se mi conosci sai: me ne infischio, io, dei convenevoli.
Me ne fotto del perbenismo della gente. Sono maldestra, inopportuna e insidiosa. Leva quei guanti bianchi, togli il cappello. Dimmi quello che c’è da dire.

Preferisco il suono sfacciato di un sentimento che una quiete posticcia.
Il silenzio è un finto garbo.

Non ci credo io, a quelli che professano: la necessità ammirevole del lasciar correre.
Lascia correre gli altri, invece, vieni qui e domanda. Se hai da domandare. Parla, se hai da parlare.
Stana questa donna con pochi denti e la testa che, spero, non l’abbandona.

Di faccia, non per fare la guerra, ma perché di schiena fa ombra anche il sole.

Commenti 4

  1. Gisella

    Poesia pura… Mi hai fatto bagnare gli occhi…. E i pensieri…
    Mi hai fatta immaginare vecchia e canuta. Ingobbita dagli anni che sono passati, veloci. Incurvata verso di loro, per annusarne la loro vita che non è più la mia, i loro successi, le loro rivincite.
    Un post da incorniciare, Madda!
    Bellissimo, intenso, vero.

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