Maternità

Un buon posto

CI SONO VOLUTI DUE ANNI INTERI PERCHÉ QUESTA FRASE PRODOTTA DAL CERVELLO SCENDESSE NELLE STANZE EMOTIVE. E DIVENTASSE UN SORRISO

 

È in un buon posto.

Lo penso tornando dall’asilo, in quel primo nastro di stradicciola. Isabelle. Forse perché ieri ero a una riunione delle medie, e lo vedo, come poi comprimono i cuori e l’indole per governare, per ammaestrare a questa logica del dovere. Il sommo principio del mondo.

È in un posto buono.

Ci sono voluti due anni interi perché questa frase prodotta dal cervello scendesse nelle stanze emotive. E diventasse un sorriso.

Fidarci è sempre un atto di volontà, la reazione a fragilità che non possiamo dirci. Dire a nessuno. Ogni madre è unica e sola in questa unicità. Si snerva perché tutto è su di lei, eppure è così difficile che altri possano fare la gioia dei figli. Che altri vedano il riso in quegli occhi, che altri spendano ore che erano solo nostre.

Però arriva.

Ho fatto ogni mattina indietro verso casa con un piccolo pugno dentro: quando non lo sentivo si era solo spostato in un altro canto di me.

Eppure bisogna capire che a volte separarci dai figli è la scusa per qualche altro dolore. Come le loro marachelle sono la miccia per qualche altra rabbia. Come una disobbedienza è la goccia che fa traboccare la nostra incertezza.

Invece è un buon posto, l’asilo. Un posto che al di là delle nostre necessità di lavoro, dell’ovvietà del «ci vanno tutti», e dei «si fa», vale la pena.

Vale la pena capacitarci che non siamo capaci di tutto. Che esistono persone ottime che non sono noi, eppure possono dare qualcosa che non possiamo dare noi. Che possono fare cose che non facciamo noi. E anche ciò che facciamo noi: magari non nello stesso modo, magari perfino meglio.

A nessuna riesce facile crederlo. Ma dobbiamo scendere a patti con la verità che la nostra onnipotenza non solo non esiste, ma nemmeno servirebbe: ogni figlio è della vita, non della madre.

L’asilo è un buon posto, dove impararlo.

Dove iniziare a rinunciare a qualcuno dei loro omaggi, dei loro abbracci, delle loro, accese, novità. E accogliere che ne avremo il racconto. O forse nemmeno. Che certe parti saranno loro per sempre e noi ne saremo del tutto ignare. Che mentre scendi il viale venendo via, tuo figlio è già dentro un gioco, un gruppo, una confidenza: dentro emozioni che attraversa senza di te.

Ma un giorno vieni via e capisci che quel pugno è roba tua. E, accanto a lui, c’è una gioia finalmente vera.

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: a caso, quando capita, una vetrina degli ultimi post!

Commenti Facebook

Lascia un commento