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Il bambino che giocava con niente

Ieri nel quadrilatero proibito del cortile scolastico un ragazzetto giocava ad alzare la polvere coi piedi. Spazzolava il suolo riarso come nemmeno la steppa, perché lì c’è poca erba, malconcia, e troppo cemento. Una L di due gradoni gira intorno al lotto, è dove si fanno i piccoli saggi di fine anno gremendo quegli spalti ossuti. È dove i bambini vengono portati a pascolare in brevi pause, quelle di qualche maestra che ha capito che meglio la steppa del chiuso. Non c’è di più. È “proibito” perché intorno corre il nastro segnaletico, quello rosso e bianco. Che dici “almeno un po’ di colore”. Così all’uscita da scuola i genitori e i bambini siamo certi che stanno tutti ingozzati nello svincolo del vialetto e nessuno va in quel quadrilatero.
Invece la gente passa sotto. Ci passa sotto, a quel nastro. Con spudorata indifferenza. Lo faccio anch’io. Faccio di più, ma non lo dico perché poi Facebook è un piccolo villaggio e in un secondo qualcuna rischio che mi bracca là attorno ai gradoni e mi fa la ramanzina come fossi una scolaretta. È che vedo donne con il pancione, il sole in questi giorni è olio rovente, e noi tutti lì come bestie perché a nessuno è mai venuta voglia di ordinare l’uscita in un modo non dico congeniale, lasciamo il “geniale”, facciamo almeno “umano”. Con la mia dispnea e asma io sotto quel sole nell’attesa non ci sto, così mi ritiro in quel lotto, metto in salvo i figli e le cartelle pesanti si accovacciano sul gradone.

Solo che il ragazzetto ha proprio preso gusto, e adesso la sua polvere se ne va oltre la siepe, arriva nebulizzata sui genitori ancora in attesa, quelli obbedienti che il nastro non lo valicano.

– Ehi, però, non sollevare la polvere.

Glielo dico così. Con un bel punto fermo, senza esclamazioni. Però robusta.

Quello si ferma, si siede. Non osa più niente.

Così mi torna quando un estraneo, un adulto mai visto, mi riprendeva per qualcosa. E io

certe fragilità non le ho mai smesse, ma tutto sommato me le tengo strette, perché sono il mio orecchio accostato al mondo.

Mi salvano da quella solidità apparente che a volte mi precede mio malgrado.

Gli vado davanti e mi aggiusto. Ci aggiusto.

– Senti, fai benissimo a giocare. La scuola è finita, sei in cortile. Solleva tutta la terra che vuoi. Basta che ti trovi un punto un po’ più in là, perché non è giusto che la polvere arrivi addosso ai genitori lì fuori. Solo questo. Basta non dare fastidio. Ma tu sei un bambino, hai il diritto di divertirti. Non devi stare qui seduto. Non vanno bene i bambini seduti e immobili. Vai, scalcia, salta, grida.

Gli tocco una spalla. È rimasto un attimo fermo, avrà avuto otto anni, così, credo di avere l’occhio, ormai. E non lo so se è rimasto interdetto perché un’estranea l’ha redarguito. O perché la stessa estranea poi lo sfiora e tenta, toccandolo, di liberarlo.

Sono tornata dai miei figli, e quando mi sono girata di nuovo verso di lui, il ragazzino aveva ripreso coraggio, dava calci alla polvere in mezzo dove la polvere non poteva nuocere a nessuno.

Sembravano pallonate.

Qualcosa di nuovo?
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