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I beffardi

Ma tu, che lavoro fai?

«SOGNO»

 

Nella mia vita si contano 3 fasi di imbarazzo, ossia quei periodi nei quali si viaggia con un piccolo fardello sempre addosso, la fatica ripartita tra il suo peso e il doverlo nascondere:

La prima: quella dei denti da latte che non cadono

Nel cambio-stagione della dentatura la mia ebbe la perversa idea di ancorarsi al suolo gengivale senza demordere. Non importa quanti denti definitivi fossero pronti e sempre peggio accampati. I bastardi da latte resistettero stoicamente così a lungo da contrassegnare quella fase della mia esistenza con un pudore che ancora mi sogno di notte casi dentistici. Nel classico ricorrente: ti guardi la bocca allo specchio e ti manca un dente. (Rima non cercata).

La seconda: quella che gli altri si sposano. Gli ALTRI. E poi fanno figli

E tu ami giocare coi bambini. E poi vai a trovare le nipotine. E stai a tua sorella (moglie, madre, lavoratrice e plurilingue) come una verruca sta a un piede appena uscito dal pedicure.

La terza: “Ma tu, che lavoro fai?”

La fase più lunga e ricorrente. Ci sono talmente cresciuta insieme che quando al mattino mi spazzolo i capelli le passo il pettine. Dapprima fu il nomadismo post-laurea. Per cui no: non avevo una risposta pronta. Dire “sto cercando lavoro” non andava di moda e “sono disoccupata” non produceva ancora solidarietà. Poi fu il lavoro: il posto interinale. Per cui la domanda doveva caderti esattamente nei mesi in cui Adecco staccava i buoni di lavoro. Poi fu la volta dei tentativi: lavori cazzuti che mi portarono via via sempre più fuori target rispetto alla laurea in Architettura di cui – peraltro – mai mi feci alcun vanto. Né vantaggio. Infine: il posto fisso. Purtroppo anche fesso: la Segretaria di Direzione.

Se prima mi vergognavo a dire che non lavoravo, ora mi mancava il coraggio di striminzire la mia personalità e annientare la laurea ammettendo la scelta e la realtà miserevole d’esser solo una segretaria.

Finché la Santa Pausa arriva con

la maternità. Che è quella cosa che molto ti chiede, ma un vantaggio ti dà: poter rispondere in una breve, convincente locuzione: “Faccio la mamma.”

Magari offrendo la spalla, non in segno di aiuto, ma a dimostrazione dei rigurgiti.

L’annoso problema si ripresenta con recrudescenza allorché, i figli in crescita, mi decisi a riabbracciare la mia sempreverde passione per la scrittura. Da quel momento le mie giornate si fanno intense, il tempo va diviso, organizzato, e poi sputtanato dal figlio malato di turno, dagli imprevisti, dall’essere comunque a casa. Unica responsabile della situazione domestica e scolastica almeno nelle ore diurne. Ma per quanto mi smazzi e investa, resto la madre che non lavora su tutti gli incartamenti delle iscrizioni alla materna, a scuola, al centro estivo.

Potresti mostrare le ricevute dei pagamenti che incassi per piccole collaborazioni. Ma sono saltuarie. Talmente saltuarie che nemmeno il ciclo in premenopausa salta così. Potresti dire che stai lavorando con un editore per un romanzo. Ma che lavoro è mai? Potresti dire che però ti applichi. Ma ti senti come l’allievo che si arrabatta davanti al professore. Perché la verità è che

non sei casalinga, non hai più rigurgiti sulla spalla, le ambizioni non sono remunerate e non fatturano.

E così cominci a capire che quella domanda “ma tu che lavoro fai?” è più intima di una notte di sesso. E che forse questa terza fase del disagio ha un solo modo per salvarsi: rispondere con leggiadra semplicità: “Ma a te che c. te ne frega?” O il più romantico: “Sogno.”

 

Post gentilmente suggerito dalla ricorrente visione del vicino il quale, non dotato di prole ma solo di appartamento offerto dal padre, seppure in età decisamente lavorativa (sui 35-40 anni) pare spendere le giornate unicamente nel suddetto bilocale o zigzagando per la corte qui fuori. A qualunque ora. Tanto che verrebbe davvero da chiederlo, a lui: “Ma tu, che lavoro fai?”

Qualcosa di nuovo?
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Commenti 12

  1. Khadi

    Per quanto mi riguarda, la cosa chiara è che noi, donne sognanti, eclettiche e multipotenziali, non siamo e non saremo mai il nostro lavoro, anche se -detto tra noi – potresti anche rispondere molto placidamente e sinceramente: ‘faccio la scrittrice’ perché questo fai e lo fai pure bene!
    Se penso a quanti colleghi architetti fatturano quasi niente e ci rimettono pure pur dire dire al mondo: ‘sono architetto’, non vedo perché tu non dovresti dire che ‘sei scrittrice’. In questo momento lo sei! Non ci piove! Però questo ovviamente non t’ingabbia, anzi! Non sei solo questo, ma è ciò che in questo momento stai dando agli altri, a tutte noi che ti leggiamo con piacere e ti riconosciamo questo talento.
    Quindi dillo, non essere timida, non sminuirti e non sminuire quello che stai facendo. Il tuo talento è reale e il tuo impegno pure, quindi non sarebbe una bugia.
    Prova a ricordartelo, qualche volta, che SEI una scrittrice : )

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      Maddalena Capra Lebout

      Ahah, carissima! Nell’animo mi sento legata alla scrittura, prima di tutto o quasi soltanto (a parte la maternità), ma è una qualità più che un lavoro, per il mondo: perché è vero che sono “produttiva” ma non guadagno quasi nulla! Poi: se io rispondo “scrivo” (cosa che spesso dico), parte subito il “cosa?” Allora siccome la risposta è un po’ articolata (un romanzo ma chissà se sarà pubblicato, un blog ma non ci cavo un soldo, poesie ma chi-se-le-fila, racconti ma in effetti non li diffondo, etc), ormai dico “blogger” e amen. Ma era molto più immediato dire “mamma”. Se poi aggiungevi “di tre bambini” potevi star certa che gli chiudevi la bocca. 😉 Grazie per le tue bellissime parole!

  2. katyonabc

    Denti da latte testardi e tardivi (nel decidere che non era più tempo per loro): presente. Dovetti mettere l’apparecchio per via del traffico dentale nel mio palato troppo stretto. Gli altri fanno cose: presente, tempo fa; ora non mi pongo più il problema. Io non sono gli altri. Domanda: che fai nella vita? Fino a qualche anno fa mi faceva venire i sudori freddi. Ora sono fin troppo rilassata al riguardo. Sogno è una bella risposta 😉

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      Maddalena Capra Lebout

      Anche tu le tragedie dentali, allora? Mi consolo. Poi l’apparecchio poco ha potuto (pur chiamandosi ap-parecchio) 😀 Fai bene a rilassarti, forse hai avuto il tempo per abituarti, io invece non mi basto come mamma ma finché i piccoli erano minuscoli era la fast-answer per eccellenza. Ora farà come ho detto, il prossimo che mi fa domande ci provo sul serio: “Sogno”. Sai che bello? :*

  3. una mamma zen

    a me, madre di un solo figlio, questa domanda pesa tantissimo. Perché? rispondo a una domanda con un’altra domanda. Eppure so benissimo che lavoro e fatico molto più adesso che quando andavo in ufficio. Fatico a fare la mamma e la casa, e so che star dietro a un blog mi prende molto tempo, non è un hobby, non è un lavoro, non so cosa sia, ma non è cazzeggio come tutti pensano. La verità è che se non produciamo non contiamo, non voglio fare la figlia dei fiori ma è così. Io poi, che il lavoro lo cerco senza trovarlo (e chissà se lo troverò mai) mi sento ancora più punta su un tasto dolente
    . 🙁

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      Maddalena Capra Lebout

      Be’ però se il lavoro lo stai cercando sei già, in un certo senso, nel “Sistema Produttivo”, insomma nel giro delle cose, curriculum, colloqui, ricerche, posti di lavoro. Capisco che ti possa un po’ ferire la domanda, ma non dovrebbe metterti a disagio perché ti stai muovendo. Se invece non ti stessi nemmeno muovendo… be’ pace, hai fatto un figlio, con due o tre ti sentiresti più giustificata a non lavorare, ma il punto è un altro: per come siamo (non so se a livello sociale o antropologico), il lavoro è (quasi) la nostra identità pubblica. Non lavorare è non essere, non esistere. In che modo partecipi alla società, scusa? Ecco, sembra che sotto ci sia sempre questo tipo di insinuazione. Ma non siamo solo quello che facciamo.

  4. Miss Polette

    L’anno scorso per mia scelta ho fatto scadere il contratto con il bar nel quale lavoravo per approfittare del sussidio di disoccupazione e passare il tempo a scrivere, provare a investire su me stessa e sul blog. Al di là del fatto che mio malgrado non ho avuto un successo tale da permettermi di non ricominciare a fare un lavoro che detesto, quando in quel periodo la gente mi chiedeva cosa stessi facendo, io rispondevo:”Ho un blog,scrivo.” La reazione era sempre, sempre la stessa: “Sì, ma che lavoro fai?”. E per quel che ne potevano sapere loro, magari ci guadagnavo dallo scrivere; ma il fatto di non indossare una divisa, uscire di casa e recarsi in un posto per 6,7,8,9 o 10 ore di fila ti penalizza. Se stai a casa vuol dire che non fai un cazzo. Punto.

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      Maddalena Capra Lebout

      Esatto. Chi è a casa non lavora, nemmeno se guadagna. Figurati se “lavora” per investire: investire non è lavoro, progettare non è lavoro, scrivere non è lavoro. Ma se pubblichi un ebook, per esempio, e fai i soldi, allora puoi dire che lavori? Immagino di no.

  5. panannablogdiviaggi

    Adoro come scrivi, complimenti! La mia passione per la scrittura e lo storytelling non è compresa neanche a casa, il mio compagno mi sostiene a giorni alterni! Per fortuna tra mamma, zie e cugini in famiglia ho ancora qualcuno che mi da soddisfazione… e poi i lettori ovviamente!

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      Maddalena Capra Lebout

      Ciao Anna, benvenuta. Mio marito mi sostiene più di quanto io mi possa autosostenere, nel senso che è l’unico a considerare la mia scrittura una professione. Comunque se hai mamma e altri parenti dalla tua parte direi che non è male. 🙂 E i lettori… be’ ce ne sono di insostituibili.

  6. Piccole Mamme Crescono

    Sogni e fai sognare! Perché è questo che fai con alcuni dei tuoi racconti…❤️
    Certo non porti da mangiare, questo lo capisco più che bene. Capisco la frustrazione e condivido quando dici che “non lavorare è non essere, non esistere” perché anche io mi sento così.
    Per il momento posso ancora porgere la spalla…a dimostrazione di rigurgiti ☺️

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      Maddalena Capra Lebout

      Ehy, cara Diana! Grazie per il tuo “elogio” e la comprensione! Senti, se ti avanza una maglia sporca sulla spalla, passamela! :p Per te invece ho al momento due soluzioni: o abbracci l’improduttività nel senso sociale del termine e te ne fotti. Oppure fai il terzo figliolo: magari ti esce il maschietto! 😉

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