I beffardi

Esco, m’incazzo e torno

DI MAESTRI PIÙ E MENO CORAGGIOSI

 

Quanti minuti servono per incazzarsi? Se per caso siete alla disperata ricerca di una risposta sappiate che la sversione di tendenza, ossia il passaggio da gioia gaudente a ira funesta, può avvenire in un pugno di secondi. La mia uscita di oggi è un rapido esempio.

Lasciando Sarah a casa in balia di risposte non date, attraverso il parchetto: direzione scuola, il corso serale di minibasket di Patrick.

– Posso disegnare in salotto?
– Sì, ma non sul tappeto.
– Posso prendere il righello?
– Ma certo.
– Posso accendere la tv quando mi stufo?
– Sì amore.
– Mamma, c’è qualcosa che non posso fare?
– Più o meno tutto il resto.

Nel buio del parco che atterrisce Isabelle ripasso le risposte possibili che avrei dovuto dare con maggiore precisione. Spero di fare in fretta. Ma sono uscita apposta un po’ prima, ché ieri ho visto dieci minuti di Sarah al corso di danza moderna (l’insegnante ci aveva detto che ogni tanto si poteva sbirciare, se si andava lì un po’ prima), e Patrick rivendica giustamente le stesse attenzioni.

Allora, c’è il grande atrio. Poi un baluardo vetrato con scritto: “I genitori degli alunni che frequentano i corsi serali sono pregati di attenderli fuori dall’atrio.” Oltre tale vetrata: un secondo atrio. E già non è chiaro fuori da quale atrio i genitori debbano stare. In ogni caso, essendo in Italia, come i bambini escono dalla palestra i genitori entrano nell’atrio proibito. I più temerari anche negli spogliatoi, ad aiutare ragazzetti anche di dieci anni ad abbottonarsi bene il giubbotto. Evidentemente. Io, i miei figli, non li abbottono, non li sbottono. Semmai sbotto io.

Oggi, a parità di iniziativa, m’infilo nel limbo, accanto a me un’altra mamma. Siamo sole. In due minuti e quaranta secondi ho modo di constatare quanto segue:

– A mio figlio scappa violentemente la pipì, visto che resta aggrappato incessantemente al suo “perno vitale”.
Il suo maestro è meno coraggioso della maestra di danza, infatti dopo un minuto esce, chiude la porta, infilando giusto il mento proteso a segnalarci: “I genitori devono aspettare fuori. È la dirigente che vuole così. Non voglio essere ripreso.” E per “ripreso” è subito chiaro che non intendeva a livello video.

Quindi, evidentemente, Patrick sarà (come sempre) il solito sfigato che ha il trattamento penalizzante.

Dopo il breve ma esaustivo intervento di Braveheart utilizzo i successivi quaranta secondi per levarmi un altro vezzo: verificare i cessi. Perché – sì – Sarah e io abbiamo a lungo discusso ieri sull’eventualità remota che lei o suo fratello debbano pisciare quando fanno ginnastica e… bene: se già la questione toilette nelle ore di studio è alquanto fumosa e discutibilmente gestita (nei bagni non c’è carta né sapone, che vanno richiesti preventivamente alla commessa fuori in corridoio), voglio proprio vedere come hanno risolto qui sotto, al piano terra, dove le bidelle non esistono. E infatti, a bagni devo dire puliti, corrisponde però totale assenza di sapone e carta nonché dei dispositivi preposti. Però ci sono le docce. Vergini come nemmeno Maria.

Scatto un paio di foto che qui non metto perché nemmeno io sono Bravewoman. Poi arriva Il Momento. Maiuscolo. Biblico. Il primo ragazzetto che esce dalla palestra a noi invisibile attraversa il limbo proibito come il primo raggio di sole, il primo fiore di marzo. E allora: dentro tutti. I genitori, chiaro.

Io no, io resto con Isabelle che gioca col portaombrelli aspettando che la Dirigente mi sgami (ammesso che sia ancora qui) così ne approfitto e ci faccio due parole. Tutto sommato la regola dell’atrio è anche giusta. Solo che l’unione fa la forza, e davanti a questa orda di genitori, questa volta, Braveheart non batte ciglio. Li guarda accomodarsi nello spogliatoio, aggiustare sciarpe, baciare volti sudati.

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