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Maternità

Una stanza per crescere

I BUCHI DEL CUORE PER LE MIE SOLITE NOSTALGIE LI STUCCO CON L’IMPAZIENZA

 

Scatole.

Prese per tempo. Riempite all’ultimo.

L’Amsa per il divano l’abbiamo scampata ancora. Da qualche parte in attesa di speranze il divano giallo soggiornerà in salotto, a pregare negli ultimi vespri. In camera si vuotano i mobili. I vestiti dal comò, i giochi. Mathias mostra tutta la sua efficienza, etichetta, scrive sui coperchi. La parte dura della faccenda è la megalopoli di lavoretti e disegni sulla testa dell’armadio. Quelli di Sarah sono arrotolati come pergamene, formano cannocchiali spessi, poi li srotoli a fatica, li tieni tra le gambe e il sacco della monnezza, ci pensi: non lo sapevi nemmeno, che avevi tutta quella roba, tutta quella storia. Ma è come dal medico, vai per un male, ti trova altre dieci cose da controllare.

Alla fine l’ossessione vince: di tenerli. Di guardarli pure. Cuori e stelle, i temi ricorrenti. Un castello e un parco giochi. E poi ancora cuori e stelle, Sarah scritto con la S rovesciata, speculare. Di Patrick non c’è nulla, troverò una cartelletta sottile, disegnava poco, faceva ominidi stilizzati e improbabili. O cosa?

Forse anche le assenze raccontano storie.

Butto poco. Per onestà, per coerenza: non puoi cestinare i lavori dei figli se hai salvato un divano.

I quadri scendono dai loro chiodi, c’è quel grande fiocco di carta di quando è nata Sarah: l’avevano confezionato le maestre del Centro prima infanzia dove Patrick spendeva due pomeriggi a settimana. L’inserimento fu nell’ultimo mese di pancione, e poi lei arrivò, una sera la caccio ben coperta nel passeggino nuovo, mi faccio la strada a piedi, arrivo sudata e con le tette che scoppiano. Con l’impazienza di mostrarla. Venni via coi figli che mi gloriavo di chiamare al plurale: “Io e i bambini… suonava benissimo. E quel fiocco.
– Lo butto?
Ormai è grigio, petali pesanti di polvere: lo lasciamo andare.

C’è un certo fermento in questi giorni, l’odore dello straordinario. I figli giocano a Italia’s got talent, Isabelle si presenta, “mi chiamo Maja”, gesticolano con un microfono di Frozen che non è mai funzionato. Patrick fa il giudice.

A tutti piace ritrovare la camera che cambia un po’ a ogni mossa, il lettino che viene in salotto per avere spazi di manovra, la cucinetta accanto alla tv. Sarah inciampa nei suoi disturbi la sera, ha scoperto che ho una buona voce, una buona carezza sulle sue ansie con tecniche di rilassamento improvvisate. Mi fa ridere questo paradosso di me, ansiosa e compulsiva, che rilasso lei. Partendo dal basso, dai piedi, un dito dopo l’altro, le caviglie, le gambe, le anche. Vibra ancora un po’. Ha capito che sto dalla sua, quando va in bagno prima della notte deve darmi almeno tre baci, sempre allo stesso modo, nello stesso ordine: guancia, mento, naso. Però ieri me l’ha detto, quello che so e che confessato infrange una distanza: “Mamma ho paura.” Di andare a letto, che le scappi ancora la pipì. E così le invento questo rituale. Alla schiena ha già smesso di muoversi. Alle braccia già russa.

Di giorno però si slega: il cordino dei timori si slenta e lei se ne va. Libera, intraprendente.

Con quegli occhi che ieri gliel’ho dovuto dire: puoi accenderci un mondo intero con questi, tutti i lampioni del quartiere.

Insegue papà: – Cosa posso fare, cosa c’è da fare?
Le ha spiegato come svitare le viti dei cassettoni, e lei esegue. Fa avanti indietro, si ferma solo per esibirsi a Italia’s got talent.

Abbiamo tutti una bella faccia,

fare è la declinazione facile di essere.

Mancano le ultime cose, domattina sposteremo i letti e arriveranno i mobili nuovi. Poi il letto a castello.

I buchi del cuore per le mie solite nostalgie li stucco con l’impazienza.

Questa è la camera in cui crescere. In cui: diventare grandi.

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: ogni domenica una vetrina dei posts della settimana!

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Commenti 2

  1. Elisabetta

    Anche noi, a grande richiesta, abbiamo messo il letto a castello… recuperando un modello semplice che giaceva (nuovo) nella soffitta della casa di montagna… solo dopo aver messo la sponda, cambiato n volte le lenzuola dopo che aveva vomitato ed essermi caduta l’ernia per metterlo a letto, dormiente, a peso morto, ovviamente, sul materasso superiore… ho odiato quel mobile, tanto quando mia mamma ai tempi… ma i tuoi sono più grandi, per cui spero che, almeno tu nell’universo lo imparerai ad apprezzare.
    Per la cronaca, anche io non riesco a buttare i disegni dei miei bimbi… è più forte di me!

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      Maddalena Capra Lebout

      Noi non avevamo scelta! Sono in 3 in una camera sola… Abbiamo cercato un letto che non fosse troppo alto, ma so già che rifarlo sarà un’impresa, anche perché hanno sempre una spondina che corre tutt’intorno. Però sì, i miei hanno l’età per salirci da soli. 🙂

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