Maternità

Scuola primaria: diritti e rovesci

NELLA SCUOLA DI MIO FIGLIO HANNO VIETATO I DIARI DI CALCIO. LUI HA RISPOSTO: “LO PRENDO DI BASKET”. E IN QUEL MOMENTO MI È SEMBRATO CHE AVESSE CAPITO TUTTO DELLA VITA

 

Due fogli A4: sono il “buone vacanze” lasciato dagli insegnanti alla fine di ogni anno scolastico, e dettano la lista del materiale da procurare per il primo giorno dell’anno successivo (uno per ogni figlio in età scolare).

Io guardo questi “documenti” e già – un po’ – odio la scuola.

Solo che poi si parte, si riempiono sacche di vestiti e giochi, si lascia un piccolo vano per quel libro che si finge simpatico e invece è un altro “dettame”: quello dei compiti delle vacanze. E anche se questi compiti poi i miei figli non li fanno, io li propongo ma non insisto, vai sicuro che all’appuntamento Coop per il materiale nessuno si salva.

Io, la Coop, la affronto in due sole occasioni: quando ho voglia di spendere tanto (mai), e quando ho il supplizio dei suddetti acquisti.

Ma perché andate alla Coop? Forse che essendo una cooperativa fa “sociale”? E infatti ci trovi tutti quelli sinistra-oriented perché è una questione di valori, di credo. Però pagano più che altrove. Ma si sentono coerenti.

Comunque. Sempre parlando di diritti (e rovesci), io davanti alle liste del materiale ho due pensieri:

1- Se la scuola è d’obbligo e di diritto per tutti, come si può pretendere un esborso di centinaia di euro per ogni figlio? Se contiamo che spesso proprio i meno abbienti hanno una prole più nutrita, io guardo ogni tubetto di colla, ogni decina di quadernoni (perché ne vanno decine o dozzine) e non posso non pensare che quello che per me è fastidioso come i pollini per un allergico, per qualcuno è un vero scoglio.

2- Il tempo e l’ossessione: se capisco la necessità di un’uniformità che sia educativa di disciplina e ordine, non condivido il tempo richiesto a intere famiglie che sfilano a testa bassa negli ultimi fine settimana di vacanza e fanno il raccolto oneroso del dovuto. Col figlio in ansia di mancare un colpo. Se non trovi la copertina color oro prescritta il bambino è già in crisi.

I quaderni un bambino li sceglie sgargianti, coi personaggi che ama, le principesse, gli eroi. E poi li ingoldoniamo tutti con altre dozzine di euro in copertine. Basterebbe scrivere il nome dell’alunno direttamente sul quaderno o applicarvi la famigerata etichetta. Un solo quadernone potrebbe servire a due materie, una per parte. Molti esercizi si potrebbero fare alla lavagna, a voce, recitando, giocando. Molti quaderni rimangono mezzi inutilizzati e alla fine dell’anno vanno a ingrassare armadi già saturi nelle stanze dei piccoli. Tanto più che molti esercizi si svolgono direttamente sui libri.

Per il diario – mi raccomando – che sia semplice, pulito, e “con molto spazio per scrivere.” E qui mi levo con la mia proverbiale irriverenza rivendicativa: perché semplice e con tanto spazio? Perché, se è per gli avvisi, di solito li date stampigliati su un brandello di foglio a parte. Che poi basta infilare nel diario. Se è per le giustificazioni, va’ che mi basta un rigo: “Mio figlio è stato assente per questioni di salute”. Se è per i compiti, io ti prendo un diario così fitto di immagini che di compiti ce ne staranno pochi, come è giusto che sia.

Certo, si corre il rischio che il figlio possa scegliere un diario allegro, passibile di sorrisi e che magari, nella sua vivacità, un po’ gli somigli.

Già che lo azzeriamo nelle copertine, nei banchi allineati e nei grembiuli: la disciplina e l’apprendimento non si impongono con la (ab)negazione e il timore. Il controllo e l’imposizione vanno dosati. Gli alberi delle foreste pure.

Ma sia mai. Nella scuola di mio figlio hanno perfino vietato i diari di calcio. Lui ha risposto: “Lo prendo di basket”. E in quel momento mi è sembrato che avesse capito tutto della vita.

 

Foto: Robert Doisneau, Les écoliers de la rue Damesme, 1956

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