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Sarah piange

Sarah piange.

Davanti al portone di vetro, ha superato i cancelli e i pochi allievi in ritardo come lei. Il fratello subisce e si lamenta un mattino sì, l’altro anche. Sarah piange.

C’è la professoressa di musica, stamattina. Qualche giorno fa sono passata a scuola a portare gli occhiali che Sarah aveva lasciato sul tavolo della colazione. C’erano note che salivano per le scale, come aromi.
– Chi canta?

Le prove di uno spettacolo che non è poi così segreto. Stralci sull’iPad quando i miei figli studiano i pezzi, e poi le stesse lallazioni portate a cena.

La commessa mi dice la terza C, proprio la terza C.

Sarah era lì a pochi metri da me e dagli occhiali che do alla donna con la divisa azzurra. Era bello entrare e non avere quell’impressione da carcere che a volte stinge ogni entusiasmo. Era bello sentirli, di là di un atrio fatto vuoto dall’orario.

Ma Sarah piange. Quella è una professoressa delle medie, mi ha detto. Esigente, dura sotto i capelli, rigidi pure quelli.

Talvolta la riprende perché la vede che muove le gambe. Perché non sa che Sarah piange ancora. La sera, certe sere, che qualcosa non va giù. Le mattine quando non esce dal bagno, le mattine che arriva tardi: arriva sempre tardi. Le mattine che c’è musica alla prima ora. E gli altri forse sono già in teatro.

Ai bambini non piace sentirsi diversi.

S’immagina la sua classe già svuotata, le cartelle appese agli schienali.

S’immagina il drappello dei grembiuli che scende come una nuvola juventina, bianco le femmine nero i maschi. In fila per due.

S’immagina salire rapida e poi scendere per raggiungerli. Aprire la porta e avere quegli occhi di tutti. Magari un rimprovero.

Ai bambini non piace sentirsi diversi.

S’immagina anche che le diranno stai ferma. Di nuovo. Perché non sanno dei suoi piccoli umori, tutti chiusi in pipì capricciose, in soste ai bagni che non sappiamo accorciare.

Sarah piange.

Guarda suo padre ancora fermo sulla soglia, s’affretta, si bagna sotto gli occhi e sulle maniche che seguono le gocce.

Sarah fra un attimo canta e chissà se è vero che se canti ti passa.

Suo padre ormai non è più alla porta di vetro, suo fratello è già in aula. E dovrà farcela da sola.

 

Photo by kyo azuma on Unsplash

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: a caso, quando capita, una vetrina degli ultimi post!

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Commenti 2

  1. Noemi Bengala

    Mi sono scese le lacrime. In fondo per ogni bambina/o ci sono dei momenti critici nella crescita, in cui devono cavarsela da sole/i anche se soffrono terribilmente. Io me ne ricordo parecchi e oggi li vedo vivere a mia figlia. Il passaggio dalle maestre ai professori non è stato privo di difficoltà, soprattutto emotive. Ma possono farcela, possono cavarsela da sole/i e possono scoprirlo.

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      Maddalena

      Grazie Noemi. E’ tra le fatiche del genitore non poter “salvare” il figlio. Possiamo solo esserci, anche se poi ognuno varca i suoi portoni. Spero che quando andrà alle medie non ci saranno nuovi scossoni… Ti abbraccio. :*

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