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Altre Verità

Papà

Mi sveglio e c’è qualcosa, quello che ho lasciato addormentandomi, oggi sapevo che la scrittura mi aspettava, con la premura vecchia, una fretta travestita da pazienza.

Bisognerebbe svegliarsi e alzarsi subito. Anche un sabato mattina: un solo scatto e via. Non restare preda di pensieri che trovano il varco e fanno la fila disordinata come tifosi fuori dagli stadi. È che da qualche sera penso a mio padre, al suo cuore che si affanna per poco, si sbuccia come quelle cadute che facevo da bambina. Solo che non ho un brandello di garza, per questo. Non un po’ di cotone, un disinfettante. E io comincio a sapere che sarà impossibile. Parla con quella flemma che da sempre gli è propria, che ha cercato di passarmi, con le sue mani su una testa di bambina, con i suoi toni anche da adulti, quando tenta il punto in una polemica. E invece a me rimane solo quella mano.

Comincia a ripeterlo a cadenze regolari, alle occasioni che si fissano sul calendario, ai fari piantati sui confini tra la terra e il mare. Dice lieve chissà quanti altri Natali avrò, dice “se avrò la fortuna d’essere ancora qui.” Qualcuno sulla tavola allora fa gesti molli, si riporta in asse in azioni qualsiasi, passare il sale, versare l’acqua. Tagliarsi un pezzo di pane.

Perché il tempo scortica, pizzica e dà noia.

La vita diventa terribilmente fastidiosa quando s’intestardisce a ricordarti la sua caducità.

Perché lo ripeti così spesso, papà?
Non vedi che siamo occupati a prenderci il pane, a distribuire acqua da una cazzo di bottiglia, a rimproverare chi non ha richiuso il suo tappo?

Mathias si volta mentre sono una salma, distende una mano su quel corpo.
– Lasciami, sto pensando a mio padre.
Butto via il suo braccio come un bastone che adesso non potrebbe reggermi.

Sono stati in vacanza, mio padre prepara santuari senza dirlo: eppure sembra tutto un lungo cammino che scolerà alla foce più inarrestabile. Dispone le stazioni di una via crucis. Mi manda foto una dopo l’altra, mi tiene un po’ con sé anche se siamo lontani, in quei posti che ci ha insegnato da piccoli. E io le salvo tutte.

Penso che non facciamo mai scatti di lui, che quando si è figli sono i genitori a farceli. Poi diventiamo genitori. E li facciamo ai figli. E un padre non lo fotografiamo mai.

Un padre è una sagoma muta nelle notti sotto una piccola luce d’emergenza in cucina. Non ha il lusso di un ventre ospite, non quella di seni, le mattine accanto al bimbo malato. Il padre si intrufola nei sabati delle spese, nei giocattoli da riparare, in quei fine settimana che si scappa. Nei libri che poi dormono sui comodini accanto a testoline dimentiche. S’alza più forte nelle contese, staglia la sua statura e la voce. E poi si fa di pelo, come un grande animale buono.

I suoi tulipani colore delle fiamme sono qui, appesi dove non sa perché

il mio studiolo è la mia piccola cantina dei vini. A voi do i calici,

risalgo da lunghe immersioni che nessuno conosce. I suoi tulipani sono alla mia destra, recitano il suo affetto e un po’ del suo Dio. Ho messo musiche che feriscono mentre carezzano, sono quegli abbracci caritatevoli che sgretolano e stanano. Sto cercando il mio posto in questo assedio. Il suo oltre quei fiori. Sto cercando di tornare in questo sabato mattina. Andare di là, aggrappata a una tazza di caffè, ai figli e

a quell’uomo che ho scelto buono perché buono è il primo uomo che ho amato nella mia vita.

Qualcosa di nuovo?
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Commenti 4

  1. mamma avvocato

    Sono ricordi preziosi, pensieri scomodi e a volte dolorosi, come tutto ciò che ci ricorda che non siamo immortali e non lo è chi ci circonda è che amiamo. Però, forse, senza questi pensieri non ne coglieremmo appieno la bellezza.

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      Maddalena Capra Lebout

      Temo tu abbia ragione. Si vive un po’ senza pensarci, perché pensarci sempre sarebbe costrittivo. E un po’ invece il pensiero arriva di suo, è lui che viene, e ha il piccolo merito di scuotere un po’ l’ordinarietà, di scoprire il valore.

  2. Lorenzo

    Sai, mi hai fatto pensare molto oggi con il tuo post. A quanti figli/figlie ho sentito raccontare il proprio papà. A quante volte mi sono commosso ascoltando questi racconti. Ed alla mia paura di non essere all’altezza di questi racconti. Alla paura di non essere mai protagonista di questi racconti. Non so cosa rimane di me nelle mie figlie. A volte ho la presunzione di saperlo. Altre volte ho la paura di non lasciare niente. In questi ultimi mesi mi capita di pensare spesso a mio padre, alla sua malattia, a come stargli vicino, al fatto che non ricordo l’ultima volta che gli ho detto ti voglio bene.
    Un caro saluto
    Lorenzo

    1. Post
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      Maddalena Capra Lebout

      Caro Lorenzo, sono pochi e preziosi i lettori maschi che passano di qui. Sono un po’ di più, ma non molti, quelli che si interrogano quanto fai tu, come il nome stesso del tuo blog recita. In effetti, se la giro su di me, anche io mi chiedo cosa resterà ai figli, se prevarranno le assenze o quell’esserci magari grossolano, romantico a momenti, fermo e saldo in altri, e poi come sommerso troppo spesso… Eppure non ho dubbi che le tue figlie avranno un posto d’onore per te (forse sei anche avvantaggiato dal nostro eterno complesso di Elettra), la tua sensibilità gioca a tuo e loro favore. Invece come figlio forse hai più remore, più freni: in questo non posso darti opinioni né consigli. Ogni genitore ama il proprio figlio e ogni figlio ama il proprio genitore. Solo ci sono dolcezze più affini alla nostra, toni più congeniali, che ci rendono più facile la vicinanza. Spero tuo padre non stia troppo male, spero tu glielo dica, comunque, quel ti voglio bene…

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