Altre Verità

Le persone sono storie

MCB: MAMMA CHE BLOG 2018

 

Mentre la pasta bolle e i bambini si spengono (neanche troppo) io m’accascio davanti al mio schermo, ai volti di chi.

Fa uno strano effetto, meraviglioso, uno di quei meandri che il cervello serba e sembra che tra lui e la pompa del cuore ci passa un centimetro, forse, neanche una spanna.

Abbiamo dinamiche interne che non conosciamo fintanto che viviamo senza l’occasione. Tra blogger è così.

L’ho fatto l’anno scorso e quest’anno non potevo mancare: curiosità e passione. Credo si possa mettere tutto qui dentro, in due parole che poi le risa slargano, che altre parole si acciuffano e vi sedimentano: buone.

Chi in treno, chi in auto, chi in metro. Da lontano e da vicino. Allora arrivi e sei sola. Sola, qualcuna lo dice, altre no. Eleonora me lo confessa subito, subito amo questa confidenza. Lo sai, puoi dirlo, ero così anche io: attaccata ai manici della borsa come un figlio alla madre. I sabati sono famiglia, sono famiglia tutti i giorni, le dico: sono così abituata ai miei tre crapetti per casa, alle giornate che si spendono tra una cucina e un salotto. Molte non ce la farebbero, in verità non ce la faccio neanch’io. Che poi mi trucco, mi restauro in lunghi tempi davanti a uno specchio alla ricerca di una me ormai dimenticata nelle velocità ordinarie, nelle semplicità che volgono al trasandato. La faccia la rammendo come nemmeno per un matrimonio, poi scendo libera in una maglietta bianca che mi consenta di sudare senza impicci, un paio di jeans e scarpe aperte, rosse come la borsa. Mi sono fatta fare due foto, ché così bellina non capito più. E poi mangiavo lenta i metri di Corso Magenta, giù fino a quel palazzo che conosco dai tempi che avevo un conto in una banca che forse non sta nemmeno più lì.

Il palazzo delle Stelline è chiostri benedetti dal sole, oggi. Puntellati da qualche mamma in pausa tra un corso e l’altro di questo grande ritrovo, dai padri che sono venuti, trascinati dalle consorti blogger e adesso scorrazzano bimbi, li addormentano solcando il prato, i corridoi freschi, con qualche passeggino.

Segno il mio nome sul cartellino che poi dondola al collo, la mano sempre incerta, la presa delle grandi occasioni.

L’emozione arriva sempre prima di me, in queste cose, sempre davanti, già nelle mani.

Ci salvano i messaggi, dove sei? Sono appena arrivata. Allora vedo Chiara, poi Eleonora, Nema, Angela: chi più sicura chi meno. Quando cominci non ti vuoi più fermare: è la giostra dei ricongiungimenti. Non sai nemmeno quali, ché queste donne non le hai mai viste in faccia, solo pixel in schermate rapide, lunghe letture. Vicende, nomi, storie.

E allora penso che le storie… le storie sono l’uomo.

Ci si abbraccia come chi si ritrova. L’intimità è come quel timore, quel disagio che arrivava prima di te: è già lì, fruga il cartellino, s’affaccia a un nome: noi.

I corsi sono note a margine, entri in un’aula, prendi due appunti, scambi parole come ai tempi di scuola, la voce bassa, le ghirlande di una penna annoiata. Non vado mai per questi, non vado lì per imparare.

Conosco Diana e le sue piccole, incontro finalmente Silvia, chiacchiero con Nadi nel chiostro, mi prendo un po’ del suo accento, le restituisco in cambio un po’ di confidenza. Aspetto Marta perché l’ho già vista un anno fa. E non saprei dire perché: non sarei andata via senza.

I volti noti, Luisa, Francesca, Giorgia. Quelli mai toccati, che aspettano il vero, il tatto.

Quelli di chi si sporge piano, ciao, delle volte hai commentato il mio blog…: fa due parole incerte, pensa forse non si ricorda. Ma noi ricordiamo. Chi dice o crede che i blog sono tracce rapide, momenti che poi se ne vanno come i vapori di questa pasta (che ormai è scotta per il mio scrivere) non sa cosa sia:

conoscersi e restarsi dentro, aver lasciato sempre qualcosa un attimo un sorriso che ti ha stanata quel giorno, un’emozione speciale quella volta che.

È tutto amplificato, quando poi siamo lì. Ricordiamo ogni cosa, ci lasciamo stupire.

Grazie, ragazze. A ognuna di voi.

 

Photo by Sam Manns on Unsplash

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