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Maternità

Dall’altra parte del mare (2)

“PAPÀ VOGLIO CHE MI PORTI DALL’ALTRA PARTE DEL MARE”

 

Non ho mai sentito cicale così assordanti. Gridavano, come maracas impazzite. Qualche gatto galoppa via come ci vede, il mare invece fortuna che non lo toglie nessuno: in Liguria ci sono più case che posti auto, il tempo e il luogo delle soste e dei pasti è inferto dal parcheggio, dove trovi, ti fermi.

E siamo in spiaggia. Lo spoglio elettorale.

Perché un bambino può levarsi una maglietta, una bambina si accaparra qualche occhio a cuore, il marito non se lo fila nessuno. Ma se una donna si spoglia, parte il carosello come nemmeno in Rai. Tutte a fare la conta dei buchi, dei grassi e dei magri, dello strato cutaneo. E confrontando il mio corpo al loro decretare segretamente un vincitore. Il bello è che – normalmente – nessuna è mai vincitrice con sé stessa.

Segue un piccolo attimo di refrattarietà, il tempo di atterrare sullo zerbino dell’asciugamano con la stessa velocità con cui le attrici s’avviluppano nel lenzuolo alzandosi dal letto il mattino dopo (ditemi che succede solo nei film). Isabelle, non consapevole di tanta beltà, si avvita su sé stessa, nello spazio di una salvietta di quelle da bidet, per intenderci.

– Isa, siamo al mare. Vieni.
– Scottano i piedi!

Non ha gradito i sassi, non ha apprezzato la panatura di quella riga di sabbia che precede le onde. E, sospetto, non ha un entusiasmo spumeggiante nemmeno per le onde.

Guardo Patrick. Il mio piccolo stelo dorato dalle partite a pallone, ora sembra un’etichetta oblunga e appena avorio, incollata alle mie gambe rifrangenti. Però è cambiato. Si alza, va verso il bagnato, entra. E adesso non ci aspettiamo grandi bracciate, mi basta vedere che arriva al polpaccio, invece gli piace sta cosa di sfidare le onde. E allora anche Sarah. Chiamano “challenge!” come gli youtubers, e la parola magica li dischiude, fanno su e giù nella schiuma, ridono. Patrick me lo porto lungo il litorale, dai corriamo. Per un po’ mi sento quasi tonica.

Il corpo ritrova la solidità di quelle estati in Toscana, le gambe abbronzate, lo slancio, i fischi dei ragazzetti. Ora non mi fischia nessuno, al limite i bronchi.

Sospetto anche che i tricipiti ballino a cadenzare il passo, ma proprio non riesco a scindere la mia impressione dal corpo vero. Mi sento in formissima.

In dentro la pancia, petto in fuori, il gioco dei bilanciamenti ogni volta che passo sotto al trespolo del bagnino.

Al secondo giro ci portiamo Sarah. Andiamo fino in fondo, dove la sabbia si spegne negli scogli, e il mare diventa di vetro però anche più arzillo. È lì che Patrick fa la sua prima esperienza di tracanno: – Che schifo, che schifo! – si dibatte per la sorsata di sale gentilmente offerta da un’onda madre.

– Dai, torniamo. Corriamo ancora.
– No, anche al ritorno no. Con quello che ho passato!

Mathias nuota. Onore ai Lebout. Gli dà fastidio l’acqua nel naso. Gli dà fastidio l’acqua negli occhi. Gli dà fastidio l’acqua nelle orecchie, lamenta che non sente più niente. E se dice che non sente puoi crederci.

È lui, l’ho sposato anche per questo (non per la sordità: per l’allergia al mare. Che un giorno è bello, il secondo tieni duro. Al terzo s’è rotto le palle).

Isabelle procede per progressivi avvicinamenti, come una piccola tartaruga che depone le uova. Il papà le ha rimediato un secchiello e paletta, versione deluxe, e comincia a capire il fascino e la necessità inderogabile di sabbia bagnata. Disegna coi sassi, gioca a palle di sabbia. Quando il mare s’inghiotte un castello ribatte placidamente: “Pazienza”. Ogni zeta al suo posto. 

Non si lascia dissuadere dalla prima doccia completa di un’onda traditrice. Un sorso d’acqua gasata, un biscotto e riparte. Comunque dovessi finire al largo risucchiata dal gigante blu non ho alcun problema a chiamare Mr bagnino. Anzi perdonami se mentre lodo i tuoi giochi guardo costui.

Non l’avrei detto. Che nessuno si sarebbe annoiato. Nessun lamento oltre soglie limite, nessuno che esali estenuanti mi stufo, voglio andare a casa.

Insomma vi piace. Va bene, bisognerà organizzare tre veri giorni al mare, un’altra volta. Avete superato la prova.

Questo fino alle docce a bordo spiaggia.

Alla sabbia che indovina buchi corporei di cui ero io stessa ignara, ai costumi da lavare, gli asciugamani, il secchiello (di cui già abbiamo perso paletta e rastrello), le ciabatte, il bagno ai figli, la casa che diventa una scrubbing spa.

Vuoi dirmi che quello che noi facciamo oggi e circa una volta ogni dieci anni c’è chi lo fa ogni giorno? E poi di nuovo smonta lava sciacqua secchiello, bambini e costumi? E così per un mese di fila? Ma come fanno? Hanno fatto un corso di sopravvivenza?

In estate si va in montagna: poca gente, niente sabbia nelle chiappe, e si può camminare. Al mare si va in inverno: poca gente, niente sabbia nelle chiappe, e si può camminare.

Contenuti speciali:

La consolle con la sfida karaoke in casa: conoscevo solo La mia storia tra le dita. I figli nemmeno questa. Vogliono battagliare comunque. È un karaoke senza scrupoli, assegna non solo punti, ma commenti in tempo reale. Celebre il ricorrente “atroce” o il più educato “scarso”.

Isabelle che in spiaggia chiede: “Papà voglio che mi porti dall’altra parte del mare.”

Le bottiglie d’acqua rigorosamente da 75 ml e in vetro, al ristorante: la tirchieria ligure. Così se vuoi berne solo un bicchiere ne lasci un sacco. Ma noi le abbiamo portate via comunque.

Isabelle che voleva insegnarci a nuotare: – Isa ma poi non ci hai insegnato a nuotare…

– No perché c’era poca acqua. C’erano le onde e non si poteva andare dall’altra parte del mare.

<– parte 1

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