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L’ultimo giorno

La casa si spegne.

Sono solo le 8.29 e non c’è Patrick sul tavolo dietro ai miei battibecchi su una tastiera. Mi dico è come ogni anno, servono quei pochi giorni, qualche ciao sulla soglia e poi

l’abitudine s’installa come le antenne paraboliche sui palazzi. Pronta alle solite trasmissioni.

Però sto lì e sento il fracasso del silenzio: gli operai del tempo che montano, smontano. E non è mica vero che ogni anno si riprende da dove si era lasciato o che si ripete perfino ciò cui si era soliti vivere: ogni anno – lo dicono i grembiuli – ci sono tre ragazzetti diversi. Quest’anno c’è anche tutta questa melma, ho speso i giorni tra una vacanza e l’altra sempre a cavallo di ricerche e dottori: la cattiva salute occupa tutti gli spazi interstiziali come una seconda bronchite.

Ieri era l’ultimo giorno. Abbiamo convenzioni sciocche, per cui il primo e l’ultimo di qualcosa vanno vissuti appieno, con una presenza totalizzante. C’è un senso, a questo: sono i baluardi, i confini tra fasi. C’è una pretesa. Soprattutto quando anche i penultimi, e i terzultimi, e quelli prima ancora, sono stati giorni gracili, spremute piene di bucce.

– Mi riposo un po’ sul letto.

Non è la prima volta, in quest’estate. Isabelle non fa quasi più il sonnellino, ero solita lasciare i due grandi per un’oretta agli schermi, riposavo nel suo sonno. Per cause di forza maggiore mi adeguo. Si adeguano. Ratatouille girava alla tv, Sarah e la piccola si addensavano su piccoli video all’iPad, mi sono stesa in camera mia, mi sono addormentata. Hanno ventidue anni in tre. Di là: ventidue anni in tre.

Ho passato l’ultima mattina al Centro Diagnostico, due esami, lunghe attese che sedevo sulla panchina slavata dal primo sole perché dentro l’aria condizionata mi ricordava il maglione che non ho portato. Non lo porto perché voglio smettere di preoccuparmi per tutto,

sono uscita con una maglietta e basta, voglio che basti quello che faccio. Voglio bastare.

Due uomini tessono il prato in ripetute spole col loro tagliaerba. Ho mal di testa, entro. Mi appoggio su una di quelle due enormi poltrone dure di design. Ci sparisco. Faccio giochi del cazzo, guardo le persone che sfilano. C’è uno che sembra perso: non è anziano, si riconoscono due occhi chiari e ancora freschi, per il resto sembra un cieco, alza le braccia, ogni volta che c’è qualche soggetto anche solo a un metro da lui allunga gli arti e nuota nel niente, come un non vedente, come quando brancoliamo nel buio. Passa almeno tre volte, va su, scende, scende ancora più sotto, il palmo smette quella lotta nell’aria, scivola sul corrimano della scala alla mia destra. Poi gioco a studiare se le porte riescono mai a stare chiuse, tutte quante, in una volta sola. C’è sempre qualcuno che entra e che esce, in questa macchina da guerra, in questo cosmo sospeso, nei suoi ticchettii e gli schermi che recitano l’eccellenza. Otto pannelli scorrevoli, due per ogni porta. Quattro porte e due ingressi. Sono Rain Man, osservo e poi ho una piccola soddisfazione quando finalmente sono tutte chiuse. Tutte: ce l’ho fatta. Come fosse una mia personale conquista.

In un’altra attesa penso che ho un po’ di soldi da parte: adesso vado a chiedere quanto costano due tette.

Mi tengo compagnia. Io a volte rido da me.

E poi studio gli altri, faccio esercizi di narrazione lungo le brache a righe di quella donna che mi passa accanto. A quella col vestito rosso, più tardi, vorrei dire: – Sta benissimo. Questo vestito ha un colore stupendo. Il mio preferito. – Isabelle lo sa, che quella tinta è la mia prediletta, lo chiama “rosso mamma”, mi fa sentire come esisto, nelle loro vite, in un semplice tono di rosso.

La spirometria è stata difficile,

la dottoressa dice che ho la bronchite. Fare un test del respiro con la bronchite è come fare una prova assaggi culinari con la nausea.

Esco che è mezzogiorno. A casa mia madre ha piegato la roba stesa, mi fa questa piccola premura quando viene a tenermi i figli. Poi però io entro e piango. Piango forte e lei resta in piedi nella distanza che la custodisce. Quella che si crede di poter giustificare con gli anni. “Ormai sei grande” sembra suggerire. Gli occhi fermi come un corvo che non si appresta al volo.

Mi tornano le grandi confessioni di quando ero giovane. Io appoggiata all’anta azzurra dell’armadio, le dita dietro la schiena come tergicristalli su quella carta da parati in rilievo. Lei davanti, le mani in braccia conserte che sbottonava solo per accompagnare qualche opinione.

Abbiamo pranzato alle tre, in terrazzo perché il tavolo era assediato dai giochi. Mia madre se n’era andata, il mio pianto s’era messo da parte. Ritrovo un piccolo slancio in una vespa che terrorizza Sarah, poi divento eroe rendendola inoffensiva con un colpo saggio di asciugamano.

Torniamo dentro. Ratatouille, il mio letto.

Avrei voluto darvi tanti giorni migliori, bambini. Quello che più di tutto mi danna è perdere la mia cazzutaggine allegra, fare la scema. Rispondo a brevi sillabe, bofonchio sì, hmm, bello al telefonino che Sarah ha confezionato in ore di lavoro: cartoncino rosso, chiusura a doppio scotch ma fatta in modo che si apra.

La sera mi sdraio sul letto di Kick.
– Cosa fai sul mio letto?
Giocano al lego, tutti e tre, insieme. Non hanno bisogno di me, ma io ho bisogno di loro.
– Voglio stare con voi.

Ho ancora mal di testa, la luce incandescente della lampada a soffitto mi arriva addosso come un chiodo. Non importa. Sto lì. Li respiro. Ascolto il tempo che scivola. Non so quietarmi. Volevo fare i picnic nei parchi: ne abbiamo fatto uno solo. Volevo portarli in giro: non l’abbiamo fatto. Volevo mille cose.

Mille cose diventano milioni, moltiplicate dagli specchi infausti del rimpianto.

Ma sto lì. Perché possano saltarmi addosso, ogni tanto. Perché non confondano i miei problemi con una mancanza.

Non vedo l’ora di tornare intera.

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: a caso, quando capita, una vetrina degli ultimi post!

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Commenti 15

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  1. Susanna Albini

    Cara Maddalena, purtroppo ci sono questi periodi pesanti che sembrano eterni. Ti abbraccio virtualmente nel frattempo sono sicura che i tuoi bimbi lo faranno materialmente 😘 spero di leggere presto di un tuo miglioramento 😊

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      Maddalena Capra Lebout

      Carissima Susanna, grazie per le tue parole. Sì, è un periodo lunghissimo, o così sembra, e soprattutto sto sempre peggio. Avrei volentieri fatto un mini-ricovero in cui fare tutti gli accertamenti in un colpo solo, invece nonostante mille telefonate e ricerche pare che non esista questa possibilità.

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  2. una mamma zen

    Riesci a dormire? immagino tu abbia la tosse… che cavolo di situazione. Ti abbraccio forte anche io. Fai tutti gli accertamenti del caso, presto avrai risposte, che sia anche solo: poi passa.

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      Maddalena Capra Lebout

      Ho fatto tante notti con ore sveglia anche per mancanza di aria, difficoltà respiratorie. Ora questo va un po’ meglio e le notti sono discrete, ma ho rantoli e rumori ai bronchi che mi svegliano: tosse non molta perché nonostante gli aerosol il muco rimane dove sta, e in più ho anche tutto bloccato nella fronte e nel naso con grandi mal di testa. Questa forse è “solo” un’infezione che mi trascino da sei settimane a fasi. Ma sarebbe comunque l’ennesima, quindi va capito cosa c’è sotto. Spero che le tue ricerche e le tue insonnie più che giustificate si risolvano, poi ti scrivo! Un abbraccio anche a te. :*

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  3. Emilia Amodio

    Ciao, mi dispiace sentirti così. So cosa voglia dire avere una bronchite che sembra non passi mai e preoccuparsi anche dei figli con tutti i pensieri dei rimorsi che ne conseguono. Fatti forza, spero e ti auguro che tutto si risolva l più presto così potrai dedicarti in tutta energia a ciò che più desideri e ai tuoi stupendi bimbi con allegria e serenità. In bocca al lupo e facci sapere come sono andate le visite che ti appresso ad affrontare.
    Un abbraccione😘

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      Maddalena Capra Lebout

      Ciao! Mah, bronchite, non bronchite, adesso dicono di nuovo asma, ma grave. Mi hanno riempito di farmaci. Che bello il tuo augurio, di dedicarmi in tutta energia a ciò che desidero… Spero che i farmaci funzionino. Un abbraccio.

  4. Lorenzo

    Ciao Maddalena,
    i tuoi bimbi sicuramente sanno che non è mancanza. Spero che questo periodo passi presso. Un calorossisimo saluto. Lorenzo

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