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Altre Verità

L’oblò

ADESSO È QUESTO. ADESSO LO SAPETE

 

È diventato che il letto pare un mostro, come quelli dei bambini. Grandi fauci le sue lenzuola che scalcio e poi addomestico in un brivido. Ci arrivo sospinta da un ottimismo che non sana. Essere positivi è un modo ingegnoso e dispendioso per restare nuovamente delusi.

La sera è Sarah, la sera sono io. Due anime speculari, due bestiole intrappolate chissà dove, in qualche marasma, vesti pinzate in portiere chiuse male. Le sono tornati i guai. Quelli le tengono gli occhi in pugno che non li chiudi nemmeno se li cuci.

– Che c’è, Sarah?

Dapprima non lo sai, fai come il Signor Positività t’ha insegnato. Stai lì come una bocca che da una parte sorride dall’altra si torce. Vedi che scarabocchio, esce, dopo un po’ si uniforma il labbro, resta una zip chiusa e secca.

Non dorme, le scappa la pipì. Una è causa, l’altra è conseguenza, il cruciverba delle possibilità, chissà chi è che salva chi, chi la condanna. Però intanto stiamo a guardiani, le tecniche che usavo per rilassarla non le adopero più, sto lì come una massaia a intimarle sbrigati. Ogni minuto che attendo lei, è un minuto in meno alla mia notte necessaria e che sconterò, di nuovo, per disturbi che nessuno sa diagnosticare.

Dormo due o tre ore, a pezzetti, sbocconcello al mio simposio con pazienza. Poi alle cinque non dormo più, mi piace stare sveglia un’ora e mezzo, guardare come il fiato mi fa gli scherzetti: io tiro dentro aria, ma dentro non ci arriva niente. Sembra che respiro solidi, che c’ho la mano sulla bocca, la molletta al naso come Amy di Piccole donne. Allora gioco col diaframma, ho imparato a usarlo quando avevo il pancione di Patrick. Spingi che spingi quel lembo verso il basso qualcosa riesco a ingerire, una molecola d’ossigeno. Me la faccio bastare. Sto così, seduta col caldo che mi sfotte. A volte mi alzo proprio, faccio su e giù su dieci centimetri di parquet.

Va bene che non sono sola, perché la tosse a quel punto ha voglia di venire al banchetto, e si fa una grande festa, io, lei e Diaframma.

Mi passo l’asciugamano sul sudore, poi lo metto sul petto, cerco sollievo in quel piccolo calore paradossale nell’afa della stanza, ingoio in due mentine l’illusione di un’aria fresca: quanto posso tirare senza dormire? Un paio di giorni, poi quello che tiro è un vaffanculo che allora sì i polmoni me li apre come un ginecologo le gambe.

Alle sei e mezzo mi appisolo per un’altra oretta, il naso fischietta, la gola rantola. Mi scuotono e risvegliano come un vigile nel traffico.
Ma cosa sia questo traffico nessuno lo sa.

Solo che Sarah poi al mattino rimane lassù, nella sua tana a castello. Io invece sono già nel mondo dei presenti, delle faccende, delle ricerche. Medici, appuntamenti, accertamenti. Attese.

Nemmeno il tempo di gongolarmi un po’ sulla schiuma delle vacanze, di stare un po’ affacciata alle foto, ai sussulti grati dei ricordi buoni.

La sala è quella che mi torna più spesso, viene lei, il suo pavimento di cotto, il banco della cucina, il tavolo dove le colazioni sono battezzate dal sole. Ma ricaccio giù, veloce, come un rutto. Sembra già così lontano, sono questi imbavagliamenti che fottono, ti strappano in fretta che nemmeno ti accorgi che il pavimento non è più di cotto. Che fuori da questo letto non c’è la stessa panca, gli stessi steli di lampioni che paiono chiodini di luce. La donnina pupazzo che dondolava sul cruscotto di un’auto rossa nella casa accanto e che si è meritata un video per i bambini. Anche il francese si è già spento. Subito, senza un richiamo. C’è il cambio guardia nel lobo linguistico del cervello, era così naturale nei botta risposta anche con Mathias, perfino nel pensiero.

– Tu vai, ci penso io. Dormo sul divano.
Mathias si prende il guanciale, si perde il nostro bacio finale, chiude la porta. Ha vegliato lui Sarah, l’altra notte. I figli hanno una madre effimera che bofonchia una storia sui letti prima dei loro sogni, di giorno trascina due parole come fossero tir, fa il doctor crawl, quello che di solito si fa tra pub. Appena posso torno a fare le mie pagliacciate, i miei salti su e giù dai loro occhi, i tuffi nelle battute che li sganasciano. Gelo bottigliette in freezer per Isabelle, per le sue gocce sul naso e quel cantilenato “ma io continuo a sudare!”

Ma la stanchezza si prende una gamba, la preoccupazione l’altra, hai voglia a mettermi in groppa l’ottimismo: zoppico lo stesso.

Quand’ero bambina catturavo coccinelle e le mettevo in un barattolo di vetro che chiudevo col cellophane. Gli addobbavo tutto, gli facevo l’habitat. Il cellophane lo foravo con uno spillo rubato al set di cucito della mamma. È un po’ così che mi sento, come quegli insetti a pois.

Adesso lo sapete. Adesso è questo.

È questo da un po’. Ci giro intorno, i brani sui problemi di salute sono sempre più frequenti, però la vena narrativa ti scova ogni volta il barbatrucco di cambiare prospettiva, di aggiungerci qualcosa. Be’, ho finito i conigli nel cappello del prestigiatore.

Adesso è questo, se viene dell’altro sarete i primi a saperlo. Se non viene nulla starò zitta. Più probabilmente scriverò comunque. Perché la scrittura è il foro nel cellophane. L’oblò.

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: ogni domenica una vetrina dei posts della settimana!

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