Altre Verità

L’amore è spostamenti

Ho fatto un boa di domino, i tasselli sono legni ingobbiti dalle piogge e dal sole della montagna, da quel tavolo su cui Isabelle obbediva il primo giorno: –  Gioca un po’. – Adesso li mettiamo in serie, una curva dolce dopo l’altra, dieci minuti di preparazione, e poi un mignolo inizia l’onda d’urto. Ogni pezzetto cade obbediente come lei alle mie indicazioni.

Le do una tovaglietta azzurra con cui fare il fondo di una piscina, lo stesso domino fa le sponde, col lego le invento due trampolini. E poi mi congedo, adesso giochi un po’ da sola, ché io vado a lavare camera vostra e fare da mangiare.

Ma non è mica vero. Lo è solo nelle intenzioni, in quei formulari autoprodotti che ci esonerano dal cercare altre giustificazioni. Invece vengo qui, l’amore si sposta un po’, cade su un foglio bianco, ho sempre bisogno di parole. L’amore si sposta. Lo penso stamane, il frullare di ali e non sono mai loro: le tortore coi piccoli devono aver traslocato dal nostro Red Robin, ad ogni franco fruscio le cerco, ma vedo un piccione, un merlo, pennuti qualunque, senza significato.

Mathias è lontano. Spostato anche lui. Chissà che le tortore non siano dall’altra parte della città come mio marito. Quando ci siamo conosciuti calcavamo la stessa scena, glielo dico, lo sai che non saremmo qui, se non fosse che quell’ufficio era a due chilometri da casa? Non avrei mai accettato quel lavoro non fosse per il minimo tempo speso nel tragitto, e quell’idea di restare nella propria zona, di cui conosci i marciapiedi, le pensiline dei bus, i loro numeri, e

puoi sempre illuderti che il confine tra lavorare e vivere sia cosa da poco, un tratto di penna cancellabile con un solo passo.

I primi tempi che ero in maternità veniva a casa per pranzo. A lui bastava una pedalata di un quarto d’ora. A me bastava sapere che era sempre quello, lo stesso palazzo con vetrate troppo lontane da quella che era stata la mia postazione di clausura, le stesse scale all’ingresso dove mi aveva così spesso mollato al mattino, ti faccio il drop off?, e saltavo giù dalla nostra C3 Pluriel come fossi felice. Poi li hanno trasferiti, si sono trovati questa sede in zona Vercelli, è una zona fica, fa rappresentanza, puoi mica stare in periferia coi clienti che ti sono entrati in tasca e nel portfolio. Via Belfiore era una cosa di lusso, terrazze, cucine, palestra: tutto, ci avevano messo. Lui a pranzo non ci veniva più. Ho fatto altri due figli e a tavola non ero mai sola, però lui non ci veniva più. E la bici gli costava venticinque minuti. Perché l’amore si sposta.

Così a volte ci siamo spostati anche noi, bambini facciamo una sorpresa a papà! Ci facevamo trovare lì sotto alle 18 in qualche giorno che in verità gliel’avevo anticipato, Mathias vai in macchina oggi, ché poi vengo coi bambini. Ma a loro non lo dicevo. Si mangiava un gelato, si facevano le vasche in Mondadori, i bambini sedevano a terra coi loro libri sulle ginocchia svestite dall’estate, respiravamo carta e straordinarietà in quei gesti speciali.

Poi un giorno decidono che costa troppo. Vogliono tutti gli uffici su un piano solo. Cercano uno di quei grandi edifici dismessi in quei luoghi rimasti stonati e spenti alla città per bene.

–  Non mi hai più detto niente.

Ho atteso fino all’ultimo, era già quasi agosto, il mese previsto per il loro trasloco. Nessuno ne parla, sappiamo che non è un dramma, però io taccio perché a me un po’ cambia la vita, perché è una zona ignota, una distanza che non puoi più dirglielo al volo, Sarah sta male, dammi una mano. Al volo non viene più un cazzo, ultimamente.

–  Non ti ho più detto niente perché non è cambiato niente. –  Sciacqua i piatti, non perde normalità alla mia domanda.
–  In fondo a te non cambia nulla, sono io che ammortizzo tutto. Non mi hai detto la sola cosa di cui avevo bisogno: che dispiace anche a te.

Oggi è quel giorno, il primo: là. Panorama discutibile, uffici lindi, un welcome kit con una borraccia che pare un biberon. Mi manda foto che non chiedo, che apprezzo: così conosco un po’ quel buco urbano che se l’è ingoiato.

Perché una donna a casa ha le sue piccole fortezze, le confonde con le proprie forze,

diventa che senza quelle sei cagionevole.

L’amore più forte, però, è quello flessibile, antisismico. È un pavimento che poi non lavo e un pranzo che ancora aspetta, mentre i bambini giocano e io mi prendo questi verbi e questo tempo. Perché anche con loro le cose si muovono, vado e vengo, non serve più quella statica presenza eterna.

Ci amiamo in altri giochi, in diverse messe a fuoco.

 

Photo by Abi Schreider on Unsplash

 

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