Maternità

La scuola impropria

GLI ABBIAMO PROMESSO AMORE E FELICITÀ, NO? ALLORA PERCHÉ LO ISTRUIAMO AL DOVERE?

 

Bisognerebbe rendersi conto che la scuola è noiosa.
Bisognerebbe rendersi conto che non è inevitabile che sia così.
Ma serve uno sforzo.
I bambini vanno alla materna e si divertono, giocano, socializzano, imparano.

«Poi si va a scuola».

Poi.

Cioè?

In quale momento abbiamo accettato che la scuola sia altro dal divertirsi, altro dalla curiosità, altro dal piacere della conoscenza?

I bambini smaniano, per conoscere. I bambini sono delle macchine di «Perché?»

I bambini, averli a casa come li abbiamo da quasi cento giorni, sfiniscono ed elevano allo stesso tempo e, guarda caso, le due sono facce della stessa medaglia: la verità è che noi non teniamo il ritmo, non ci stiamo dietro.

La scuola è un buco rotondo dove infilare un quadrato. E poi incazzarsi che il quadrato è sbagliato, se non ci entra.

Se un maestro annoia i piccoli, non sono i piccoli che si annoiano, è il maestro, che è noioso.

Se ho un tubo che perde, chiamo un idraulico: ora, l’idraulico traffica, lo pago, e poi vedo che il tubo perde ancora. Direste che ha fatto un buon lavoro? Direste che è colpa del tubo, che perde, o dell’idraulico, che non sa fare il suo mestiere?

Quando si tratta di scuola, però, non si può dire, che il professionista sbaglia. C’è questa soggezione verso l’autorità, insieme all’assunto che sia giusto così.

C’è qualcosa di perverso, se lasciamo che questa sia la realtà.

Facciamo uno scatto mentale, proviamo davvero a focalizzarci su questo:

perché la scuola deve essere spiacevole?
Perché si cresce, bisogna abituarsi.
A cosa? A una vita spiacevole?
Sì, la vita è dura, è dovere.

Quindi è questo, il principio che orchestra tutto?

E così a noi interessa schiacciare i ragazzi, che imparino la dura realtà delle cose. Che poi vadano a fare un duro lavoro che detestano. Che poi vivano una vita impersonale. E che abbiano figli cui insegneranno la stessa perversa morale: che si vive per dovere.

Non pensavate la stessa cosa, quando avete pianto di gioia scoprendovi incinte.
Non pensavate la stessa cosa, quando vi siete innamorate.
Non pensavate la stessa cosa, quando avete toccato la Vita nel gesto supremo del parto.

Non l’avete pensato nemmeno quando vostro figlio succhiava linfa dai vostri seni, che miracolosamente la natura produceva da chissà dove.
Non l’avete pensato neanche quando quel piccolo ha detto «mamma» per la prima volta.
Quando ha fatto il primo passo eppure non è stato necessario obbligarlo, gridare, punire, sottomettere.

E lui è caduto milioni di volte, ma non ha mai smesso. Non è mai stato lui, a spaventarsi della vita, né delle cadute. Non è mai stato lui, a mancare di tenacia:

a lui bastava sapere che siete lì.

Allora continuate ad esserci: un bambino sa benissimo che le cose richiedono fatica.
Ma sa, ancora meglio, che la Vita vince. E che è scoperta, gioia, bellezza.

 

[Photo-by-Filip-Mroz-on-Unsplash]

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: a caso, quando capita, una vetrina degli ultimi post!

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