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Altre Verità

Il viaggio

Ho sempre pensato che avrei voluto. Essere madre, essere felice. Essere arrivata.

In qualche posto dove il più stava dietro e non davanti. E stando dietro bastava girarsi.

Eccolo lì: ora sai quello che hai fatto bene, e quello che hai mancato. Il piede giusto e il passo falso. Ora sai che dietro quella curva ti aspettava una grande novità, e in cima a quella collina, invece, un prato pelato dal sole e scavato dalla pioggia. Ti ci saresti stesa, avresti brucato il cielo e creduto che adesso tutto era chiaro: che il mondo basta guardarlo al contrario.

Ho sempre creduto, che se avevo una buona spinta, avanti ci sarei andata per forza. Che dopo il crinale sarebbe stata discesa. Quando hai in canna i colpi migliori, quando hai caricato il tuo fucile e messo a segno il tuo fine: allora puoi cominciare a divertirti, a guardare anche avanti.

Dovevi solo sperare che nulla si mettesse in mezzo o di traverso come un boccone durante una conversazione. Così per un po’ sei stata zitta, parli il minimo, vai e il resto non lo guardi. Resti focalizzata, concentrata. Alcuni dicono: è determinazione. Forse: è cecità.

Per un certo periodo, ho stabilito invece che il posto migliore fosse il presente. Era una grande liberazione. Potevo smettere il fardello dei passi, la collina e il tracciato che è stato. E potevo anche sollevarmi dalla responsabilità di mettere a segno.

Il presente è la meraviglia di una tana dove la vita semplicemente è. Ma essendo sempre, in fondo non è mai.

Bastava alzarsi e infilarsi in quello che veniva. Bastava riprendere due appunti rimasti sul tavolo accanto al mouse. Bastava essere nomadi. Ma una vita senza uno scopo più alto che amare adesso, e senza il gancio d’un dio, stanca velocemente.

Allora cominciai a credere all’ambizione:

quando calibri la tua lente sul successo e i traguardi, vedi tutti quelli degli altri.

Cominci a chiederti quali siano i tuoi. Quanto «vale» quella madre di sei figli? Quanto, quella che ne ha uno solo? Quanto la donna che i figli li ha «traditi» tutti, una pillola dopo l’altra? Quanto è ammirevole quella scrittrice? Quanto è sfigata quella donna sola che sta seduta in mezzo alle mattine di tutti, in un parco urbano?

E tu, dove sei, tra tutte queste storie?

 

Finché ho smesso la geografia del tempo e dello spazio. Quella dei ruoli e del socialmente previsto.

Adesso credo che esiste un solo posto dove voglio viaggiare e dove voglio fermarmi. Un luogo senza tempo che i più lasciano al caso, così addosso che «chi se ne frega»: come quando vivi a Roma e poi il Colosseo l’hai visto una volta sì e no, che tanto…

Adesso non guardo più con ammirazione chi è dove. Cos’hanno fatto, conseguito, lottato, difeso.

Per me i più forti sono coloro che hanno smesso di diluirsi nelle cose e nelle credenze, che sono andati sotto a prendersi, costi quel che costi. Chi è libero, chi conosce la propria, squisita verità.

Adesso credo che esiste un solo viaggio, da fare: dentro sé.

 

«Non aver mai conosciuto sé stessi significa non aver mai conosciuto nessuno». J. Krutch

[Photo by Bryce Evans on Unsplash]

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: a caso, quando capita, una vetrina degli ultimi post!

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Commenti 5

  1. Mamma avvocato

    Dentro di sé, ma nel presente, per quanto mi riguarda, perché a forza di guardarmi dentro e ripensare a ciò che ho fatto o non ho fatto, mi perdo quel che sono.
    Auguri per il tuo viaggio.

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      Maddalena

      Non è nel presente o non nel presente: è senza tempo e non è analitico ma esperienziale. E’ cominciare davvero a cambiare il modo che ho di stare in me e con me. A partire dallo smettere qualsiasi giudizio e, prima ancora, scoprire quanto ci giudichiamo senza nemmeno accorgerci. E capire un mucchio di altre cose, provare a metterne in discussione ancora di più. Perché sai che è il momento e che qualcosa, in te, chiede integrità e onestà senza più mezze misure.

      1. Mamma Avvocato

        Dici che è possibile? Io dubito si possa evitare di giudicare o giudicarci, anche perchè smettere ogni giudizio è spesso un giudizio implicito di assoluzione.

        1. Post
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          Maddalena

          E chi mai dovrebbe assolverti, se non lo fai tu? Il primo lavoro da fare è cominciare a smettere di credere a tutte le voci che abbiamo dentro e che ci dicono cosa è giusto o sbagliato: molte sono dei genitori, della società, sono assunti che non ci appartengono. Non so se riuscirò, o, meglio, quanto ci vorrà: ma nessuno mai si ferma e cerca di conoscere sé stesso davvero e innamorarsi completamente. Ma ho una strada lunghissima da fare. Diciamo che molti si piacciono: ma non si amano.

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