Maternità

Il prima e il dopo

Al limite con il cartello che annuncia il nome del villaggio, lì dove ancora si spendono muti i campi e le gole della valle.

Dove la strada lancia le auto ancora folli del viaggio, prima che l’abitato le addomestichi: lì c’è una casetta color legno ruggine. Quel bruno caldo che amo. Lì c’è questa villetta affittata dal web, con le sue foto scintillanti di stupore, il salone da pubblicità, forse un po’ chic per noi, ma si può fare i fighi, per una volta, per quella sola puntata annuale e vera fuori dall’utero urbano.

Non è come pensavamo. Bellissima, ma infilata in questo lotto come un dente, la bocca tesa. Non si scorge il Dôme de Miage, i suoi bianchi accecanti. Nessuna montagna vera, né rocce né vette. La prospettiva fa il suo gioco furbo e mostra solo questo scollinare fiacco, prealpino. Buio nelle sette di sera del nostro arrivo, ma buio, ancor più, di quest’imbuto: la tasca della valle acerba che ancora non si spalanca.

Non so se esista un nome, per quell’emozione di paura che non teme e che, pure, pare vibrare nello stesso modo di un piccolo spavento. Il disagio che proviamo quando un luogo non ci somiglia, non suona accogliente a qualche anfratto di noi che la ragione non comprende.

Siamo già occupati a dirci quanto siamo fortunati, a sedare quel moccioso interno che s’incapriccia, a non tollerare che un posto comunque così bello, curato, in vacanza, possa disattendere le aspettative.

Mathias lo dice partendo, alla prima curva in macchina: «Sono impaziente ed eccitato, so che non dovrei, ma ho un sacco di aspettative».
«Perché non dovresti? Perché non dovremmo? Se poi sarai deluso, ci penserai dopo. Intanto vivi quello che senti».

Il dopo è qui, oltre la delusione per la posizione, il giro della casa ricompone quelle foto magiche del sito: di ben quattro stanze da letto due sono nel seminterrato, ma per raggiungerle devi attraversare il garage. Freddo, umido, esiliato. Il suo cemento, infilarti un maglione. Appare subito chiaro che nessuno vorrà starci. La padrona mostra fiera il frutto di fini ristrutturazioni, la cucina nuova, il design. Ha posato sul tavolo del soggiorno un cesto di benvenuto, i dettagli non mancano, il sapone nei bagni, i fazzolettini di carta nella loro scatola lignea, la nicchia con la luce e le chiavi all’ingresso, la grande tv. Alci di legno decorano il muro vicino al camino, cuori bianchi pendono da lacci di corda. Siamo dentro una rivista d’arredamento.

Eppure il dopo è qui: in uno scrittoio che manca. Finito il giro sotto la sua guida devo prendere atto che non c’è un solo piccolo tavolo su cui posarmi. Io, donna sempre un po’ goffa, maldestra dei cambiamenti, forte nelle sue bussole interne.

Maddalena della gente, della famiglia, Maddalena espansiva, curiosa, ilare e chiacchierona. Maddalena. Che in tre settimane non sa immaginare un luogo sempre condiviso.

Non sa immaginare di non avere un lembo suo, privato e insolcabile. Che sia, fuori, quel ventricolo privato che ha dentro. Un tavolino, i miei appunti, il pc, le mie cuffie e il mio spazio. Che faccia un piccolo tempo mio nel tempo di tutti, un tabernacolo cui poter tornare.

La donna, interrogata, non si sciupa. Recupera un tavolino da campeggio. È da questo, che scrivo. Collocata sul mezzanino, la schiena a pezzi, la tv gira di sotto, i figli gridano, il sole impazza dal lucernario.

In qualche modo si fa, sempre. Alla fine, di tutto questo gran ben di Dio usiamo la metà, nessuno scende di sotto, i figli hanno dormito tutti nella stessa stanza al piano terra. Io mi arrangio. Sempre a metà tra la famiglia e una roccaforte inespugnabile. Tra madre e me. Tra il mondo e io. Dentro e fuori in continui reflussi dove forse,

la vera aspettativa – quella di cui vorrei essere capace – è che qualunque cosa, ambiente, evento, troverai «fuori», saprai abitarlo comodamente. Sentendo che il cuore trova il suo fluire. Comunque. Che sa attecchire.

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: a caso, quando capita, una vetrina degli ultimi post!

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