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EventiMaternità

Il cuore pieno di latte

C’È UNA PICCOLA ONNIPOTENZA, IN QUEL GESTO. RIPETUTO MIGLIAIA DI VOLTE. LE HO AMATE TUTTE, COSÌ MI SEMBRA

 

Non era il giorno migliore. Pioveva, sottile come polvere. Sarah l’avevo messa nel marsupio grigio, la borsa del cambio scivolava da una spalla, con l’altra mano stringevo l’ombrello.

Che giorno era? Uno come oggi, forse fra un mese, una mattina d’autunno che le foglie già svestono gli alberi. Nell’atrio, oltre le porte a spinta, un corpo denso di persone: lo tagliai a fatica, le dita sul capo di mia figlia per difenderla da suoni che comunque non la svegliavano. Sudavo in quell’umidità di folla, beccai un’operatrice sanitaria su un uscio, stava smistando ragazzette per il vaccino per l’HPV, altri chiamavano i vecchi per l’antinfluenzale. Rosy è alla porta dopo, mi dicono: gliela vado a chiamare.

Ripenso a quel primo appuntamento al Consultorio come a un baluardo in un lungo viaggio. Ho allattato tre figli, ho allattato per sette anni.

Da ragazza guardavo il mio piccolo seno e volevo credere a chi asseriva: l’allattamento fa perdere diottrie. Sono miope, mi dicevo, ho una buona scusa. La verità è che avevo paura di non esserne capace. La paura veniva prima del desiderio, gli cavava ogni voce. Invece non è vero: che un seno minuto è incapace, che la vista peggiora. Quale vista è migliore di un viso che affonda nella vita?

Ho cominciato a capire di voler allattare durante la mia prima gravidanza. Il desiderio risaliva mese dopo mese, s’infilava nella mia folla di incertezze come m’infilerò quella mattina per Rosy: aveva a che fare col nutrimento migliore per il piccolo, aveva a che fare con le sue necessità, con quegli occhi che si stemperano addosso a me, con la certezza di fare bene. Ma aveva a che fare anche con la continuità:

la mia placenta l’aveva nutrito in grembo, ora la stessa vita passava dal seno.

C’è una piccola onnipotenza, in quel gesto. Ripetuto migliaia di volte. Le ho amate tutte, così mi sembra: adesso che vagabondano nel ricordo, e si fissano a dettagli minimi. Le mie gambe tirate su, sul divano, il cuscino rosso sotto il braccio per essere più comoda. Gli allattamenti di fortuna in macchina, qualche area di servizio nei lunghi viaggi, e il piede sulla portiera. Quelli di emergenza, accanto a una carrozzina su un vialetto lungo il Naviglio. Quando spostavo la sua testa, da una mammella all’altra: non ho mai imparato la leggerezza, avevo sempre dentro un nodo, il nodo di chi passando guardava. I seni ripetuti nelle notti, ancora e ancora. Le primissime volte, quando il piccolo è così leggero che basta una mano a prenderlo,

lo accucci accanto, entra nel caldo della pelle come una bestia nella tana. Ti torna dentro come non avesse mai lasciato la tua carne.

Quelle che il sorriso colava in un rivolo bianco e a me sembrava che la gioia stesse tutta lì, in quel baffo da angelo; quelle dei giorni spenti da un malanno. Degli occhi risorti vedendomi arrivare.

Quel giorno al Consultorio. Perché Sarah dormiva sempre. Perché una madre non sa tutto, io non sapevo troppe cose, anche se era il secondo figlio. Spremere il seno, tenere il bimbo parallelo al petto, la sua testa ben allineata. Sprofondare in quella voce ferma e dolce di Rosy e non sentirmi sola. Si va per aggiustamenti, ci si impara.

S’impara ad ascoltare il piccolo e ignorare i combattimenti degli scettici. S’impara quell’onnipotenza che lascia fuori il mondo. E s’impara a perderla per chiedere aiuto.

Quando venni via non pioveva più. Anche la paura aveva smesso. Tornai altre due volte, allattai per anni e anni i miei figli, dopo quella mattina. Quello che resta non è solo nei loro corpi cresciuti, non è solo tutte le occasioni in cui il seno li ha calmati, rassicurati, amati. Quello che resta è un intreccio emotivo, fili di loro e di una madre. Grata alla vita, al corpo, alla natura: a quel cuore che le saliva agli occhi, ogni volta. E resta pieno di latte.

Allattare è un sentimento.

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: a caso, quando capita, una vetrina degli ultimi post!

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Commenti 5

  1. Impe

    Che splendide emozioni col tuo racconto!
    Sono al mio quarto allattamento, il piccolo ha già compiuto un anno e in tanti mi dicono: è ora di smettere!
    Ma questo sarà l’ultimo!
    Le ultime nostre coccole speciali.
    Non ci voglio neppure pensare….
    Per ora me le gusto, anzi: ce le gustiamo!

    1. Post
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      Maddalena Capra Lebout

      Quarto? Standing ovation! Un anno è già un ottimo traguardo ma se si considera che la coppia madre-figlio è la assoluta e unica detentrice del potere e del volere di allattare, non è tanto. Hanno ragione quelli che dicono che poi si smette con naturalezza, con Isabelle è stata lunga, forse perché la terza figlia tende a fare la coccolona più degli altri, o forse proprio per temperamento, ma bisogna ignorare i giudizi degli altri. La sola cosa importante – questo sì – è ascoltare però il piccolo, se il piccolo è pronto a smettere allora si smette, anche se un po’ a noi mamme dispiace.

  2. blogcambiopasso

    mi sa che quella Rosy, l’ho consultata anche io per i miei problemi con l’allattamento, una donna dolcissima. un bel ricordo della mia triste storia di allattamento al seno che resta per il resto un’esperienza per me terribile e dolorosa, che non ripeterei più.

    1. Post
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      Maddalena

      Di Rosy ce n’è una ;). Mi spiace per la tua esperienza difficile, ci sono casi nei quali non è evidentemente possibile insistere nonostante le migliori intenzioni. Un abbraccio, ciao Ale.

  3. Pingback: Madre e figlio | Pensieri rotondi

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