Maternità

I bambini sono follie permesse

C’è un motivo, e forse due, dieci, anche milioni, se io sto bene nei bambini, e non vorrei crescessero.

È che Isabelle aveva la sua pecora con sé, quella s’è fatta parchi, viaggi, autogrill e letti. Si fa anche i pasti, “lasciala giù”, “no, la tieno”. Poi al parco giochi le servono le mani, la molla in una delle mie. Però nemmeno io ho voglia di occuparle, allora infilo quel pelo bianco e spumoso, quella meringa con gli occhi, dentro il mio giubbino, le lascio fuori il muso e le mani di pezza, rimango così. Ogni tanto le carezzo distrattamente il capo. Da rocce di anni lontani riemergono i fossili: i miei bebè nei marsupi, il calore sul mio stomaco, le dita sulla loro, di peluria.

Con mia figlia per mano e quella pecora che sembra Shaun ma non lo è, lì nel balcone che fa rima col mio cuore, mi sono fatta un pezzo di strada, l’uscita da scuola di Patrick, il ritorno, e poi la parrocchia.

Non un solo attimo ho dovuto cacciare la vergogna. L’unica cosa che di tanto in tanto riaggiustavo era la pecora che non è Shaun.

Un’altra ragione è che le cose si dilatano. Come il tempo che le investe. E così capita che uscendo dall’oratorio dove abbiamo accompagnato Patrick, le dico perché non facciamo un altro giro? Imbocchiamo l’isolato a rovescio. Che è più lungo. E chissenefrega.

Il sole s’è messo a carponi, adesso le ombre sono dita lunghissime, noi siamo alte, io sono un gigante.

Le dico camminami su, dai.

Ondeggio, barcollo. Isabelle, davanti a me, sta in bilico su ombre flebili che scappano da un lato all’altro: siamo due bisce d’acqua sull’asfalto, siamo che mica posso andare così se non c’è un buon motivo, la gente mi crederebbe ubriaca. E forse – pure – lo sono.

I bambini sono il buon motivo, quello che basta e avanza.

Quando è il mio turno fatico, Isa va’ che sei brava, sai? Ché a lei riusciva meglio, io in equilibrio sulle sue zampe riassunte dall’età ci sto a malapena, lei è saltelli rapidi, ride perché poi l’ombra s’aggrappa al muro.

– E io come ci vado, sul muro? – le dico.

Poi mi balza in testa sta cosa di andare a occhi chiusi.

– Isa, ti fidi di me? Chiudi gli occhi, ti porto io.

È un vecchio esercizio che avevo imparato a teatro: non ho appreso molto, non è rimasto che un grande volume in cui mi perdevo. Lei si affida subito, gli occhi li serra forte forte, come fanno loro, come stringono anche le mani per non perdere cose, forse teme le scappi di spiare davanti.

– Adesso tu, mamma.

Controllo che il marciapiede sia pulito, che non ci siano pali troppo vicini, che non ci siano passanti. Controllo.

Chiudo gli occhi con meno forza di lei, però la tensione se ne va tutta nella mano con cui stringo la sua.

Mi racconto che ha solo quattro anni e mezzo, è per questo. Mi racconto che non può essere previdente come noi. Guado quel fango buio coi secondi contati. Lotto. Sorrido ma lotto.

Fatelo anche voi: fidatevi di chi amate.

Essere folli è chiudere gli occhi, quando gli altri li tengono aperti. E spalancarli a vedere dove nessuno ha visto.

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: ogni domenica una vetrina dei posts della settimana!

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