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Maternità

«Facciamo le pazze»

«LI CONOSCI, I BACI FARFALLA?»

 

Aveva detto: – Giochiamo insieme, facciamo le passeggiate, i pic-nic. Facciamo le pazze: ci divertiremo un sacco.

Questo ha risposto quando le ho chiesto cos’avremmo fatto lei e io tutto il mese di luglio. E adesso quel grande cratere incognito è già finito. Sembra una cesta dove raccogli i panni. È venuto il sole, ha asciugato tutto. Possiamo riporli. Abbiamo fatto come diceva? Mi sembra di non ricordarlo.

Poi arrivano puntellate come stelle milioni di schegge: forse si mescolano agli avanzi dell’anno, della primavera, alle volte che la tenevo a casa dalla materna e rubavamo un giorno. Sono stillate tutte lì, dove le mani aperte della nostra alchimia attendono sempre. Sempre quell’unicità che ci spetta perché lei è la piccola di casa, lei quella che a stento tengo ancora in braccio, lei quella sul divano nelle ultime ore, lei che un gracile spazio si scava sempre, sempre si salva. E si gremisce di quelle scintille.

Il parco di Valsesia, quello della musica, quello di Cesano. Sono i soliti luoghi a fare storia, uno ad uno paiono chicchi, e poi insieme hanno eretto città.

Dove le strade sono un tempo nostro, i palazzi beffe di ombre e, dietro, il sole è un emoji.

Che ride: sempre.

È già finito, è passato questo giro. Un giorno a Cesano ci siamo tolte le scarpe, l’erba era verdissima e molle, è stata lei la prima, perché i bambini hanno un vocabolario ridotto del senso comune. Obbediscono al corpo, i suoi piedi assaggiano subito quel suolo morbido e giocoso. Io l’ho soltanto imitata. Solo che poi il cemento scotta, scotta la gomma dove sono piantati i giochi, così saltiamo, siamo galline in quei voli radi, le braccia alate per un equilibrio urgente.

Un’altra mattina ci torniamo senza il passeggino, lo zainetto rosso sulle mie spalle, le mille scuse per non camminare: ma io prudo, ma io ho sete. È il primo giorno che non mi chiama per l’altalena.

Le sue gambe si aprono e si piegano, la schiena esagera una spinta che poi s’azzittisce chissà dove. Però va, resto a guardare: penso che

adesso smette il tempo di spingere i figli, comincia quello di lasciar andare. Comincia in un giorno d’estate, sul via vai di un’altalena.

– Sei bravissima…
– Allora mi devi iscrivere a ginnastica artista!

Come mai il prato è sempre così verde lo scopriamo questa volta, quando mi siedo a terra, dai vieni, riposati prima di tornare a casa. Ho parlato con due signori sull’unica panchina all’ombra, mentre lei era indaffarata a scambiare volti e pudori con altre bambine, a copiare le loro arrampicate.

Mi basta un contatto rapido con quell’erba lucente: le mie chiappe s’inzuppano subito, il riso s’allarga non meno di quell’imprudenza sulle mie braghe. Isabelle, i signori, e poi rido anch’io. Farò la strada del ritorno con quest’oblò sul sedere, sembra che me la sono fatta sotto. Passo una mano inutile, scuoto la Barbie che ha fatto la doccia alla fontana. Andiamo così, passiamo accanto alle pecore che non si vedono ma mandano il loro puzzo da dietro una recinzione, il loro scampanellare come vacche. Parliamo. Bisogna chiacchierare come in macchina: distrarla dalla noia. E così citiamo la zia Emy, la sua casa a tre piani come la vorrebbe Isabelle – che ha un debole per le scale -, la zia invece ha un debole per lei, si è innamorata, le dico: – Perché fai ridere, Isabelle, sei simpaticissima. E anche intelligente, e bella, e brava. Sei fortunata: hai una mamma speciale, due meravigliosi fratelli. Un papuzzo bello, anche se un po’ sordo.

– Lo sai che in un cartone dei grandi c’era un papà bellissimo? E non era sordo: andava bene per la nostra famiglia…

Ogni tanto ci fermiamo, beve. Le regalo un fiore dei pochi cespugli accesi lungo strade secche. Ci baciamo. Le ho offerto un vassoio di baci, un palmo che protendo verso di lei. E poi i baci farfalla: – Li conosci, i baci farfalla?
Questi sono chiusi nel tabernacolo delle mani, lei apre, e sono pop-corn di baci che scoppiettano sul suo volto. Dilaghiamo in quel riso che è ironia contagiata dalla tenerezza: sono di tutti i colori.

Che cosa resta? Abbiamo speso l’ultima sera nel conflitto per una pasta al sugo. Alla fine si è addormentata sul divano, non abbiamo nemmeno fatto la pace. La sua pasta l’attende stamattina, sarà una colazione per cui dovrò battagliare.

Resta una mancanza buona, sentire le sue mani che trafficano, saperla qui, l’eccezione di quello che prima era quotidianità: tutti quei noi sono come i baci farfalla. Tracce umide, colori schiusi. Voli.

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: a caso, quando capita, una vetrina degli ultimi post!

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