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Maternità

E poi fu settembre

SCUOLA: DALLA PANDEMIA AL SOGNO

 

– E fu così che nacque la DAA.
– «DAA»?
– Sì, tesoro. Tu non lo sai, ma una volta la scuola si faceva sui banchi…

La donna si passò una mano sul viso, come per ricordare. Erano tanti, gli anni in cui quella era stata la norma. Tanti gli anni di cortili disattesi, di genitori fieri e sommi su pile di libri, gli zaini gravidi di sapere. Si era sempre fatto così e nessuno l’avrebbe mai detto, che non fosse «cosa buona e giusta».
Qualcuno aveva intuito che l’esperienza insegna più delle pagine, che verba volant si dice da sempre ma poi quando si tratta di sistemi pubblici se provi a essere innovativo sembri un pazzo, ti dicono che sei il solito ribelle.

Il bambino allunga una ciotola a Venere, la gatta. La donna si siede a terra, le gambe a V intorno al felino.
Hanno quel giunto sensibile di anni al contrario, lei troppe decine, lui nemmeno una, la stessa inclinazione alle fiabe, ai risi che sbavano, ai dettagli che la gente di mezzo dimentica.
Per esempio quella tazza col bordo rosso in cima al frigo, lei non gliel’ha mai voluto dire, cosa c’è dentro, e lui non ce l’ha mai fatta, ad acciuffarla quando quella va in bagno, quando un rumore attesta che il tempo è propizio per sbirciare. Così la fissa nei pomeriggi che la madre lo lascia lì per andare al lavoro, ma a volte anche qualche domenica mattina, basta un ballatoio, mamma vado dalla vicina.
– Bisogna capire se spirito ribelle e spirito libero sono la stessa cosa. Il mondo cresce grazie a chi pensa diverso, sai? Non dico di fare la guerra tanto per fare. Dico che ogni cosa è occasione. Allora la domanda non è: in che modo possiamo fare nonostante la situazione? Ma: in che modo possiamo fare GRAZIE alla situazione? E decidere che

noi valiamo più di un problema.

Ma lui mica era certo di aver capito. È solo che la donna aveva queste logorree… quando sedeva a terra sembrava che tutto il mondo le cadeva in grembo, e da lì raccoglieva un cielo intero. E tutto, voleva dargli tutto, tutto insieme. In un boccone troppo grosso.

– Dopo le prime settimane di quarantena forzata, che per me fu anche giusta, sai?… Be’, dopo un po’ la gente si divise in due. C’erano i quarantenisti, che non sarebbero più usciti di casa…
– Perché?
– Perché avevano troppa paura, amore mio. Come quando fuori infuria la tempesta. E poi gli attivisti… insomma quelli che di stare chiusi e vittime di un virus proprio non ne potevano più. Mangia, Venere, mangia…
– Ma non avevano paura?
– Oh sissignori. Ma avevano scelto che la paura non poteva essere padrona perché la paura serve per essere prudenti… ma bisogna stare molto attenti, perché la paura genera dipendenza.
Gli spiega che lo stress produce cortisolo, abitua il corpo a questo ormone, e dopo il corpo ne vuole ancora, e si impara a stare sempre in ansia. E poi la mente stessa si nutre sempre degli stessi pensieri.
– La paura va educata, bisogna metterle dei limiti. – Fa un ghigno: – Insomma la paura è disobbediente!

Lui s’è preso le ginocchia sotto al mento, sta lì, la guarda pari, due piccole altezze dimezzate dalle confessioni. Chiede qualche ciliegia, lei gliele dà sempre, in questa stagione, lo chiama dentro, va’ che sono stata al mercato, dai vieni su, che ti ho già fatto il sacchetto. Ma questa volta le ha finite.
– Vuoi una mela, allora? E poi bisogna informarsi, guardare alle evidenze.
– In che senso?
– Per esempio, ai tempi del corona virus, non c’era evidenza che i bambini creassero tutti questi disastri. Erano gli anziani o gli adulti, che si ammalavano. Però, più chiusi di tutti, tennero i bambini. E quando riaprirono i luoghi di lavoro, tutti potevano uscire, ma le scuole restarono chiuse.
– Perché?
E poi riaprirono i bar, e le piscine, e perfino i parchi del divertimento. Gli studi che scagionavano i bambini si infittirono, ma nessuno volle affrontare la loro esistenza.
– Non ce l’ho, una risposta, tesoro.

Adesso si alza, va verso il lavello e pensa solo una cosa: «Ho fatto bene».
Rovescia un getto d’acqua in un bicchiere alto e bagna la gola. Lui è rimasto accanto al gatto per un po’, poi ha scovato una moneta sotto al frigo. Domanda perché stava lì, se può prenderla mentre la sua foga l’ha già allungato a terra.
– Ah. Dev’essere caduta. Vuoi saperlo, che cos’ho in quella tazza? Eh? Monete.
– Per farci cosa?
– Le raccoglievo in quarantena. Era un modo per contare i giorni. Così anziché impoverirmi, mi pareva di arricchirmi. Allora, questa mela?

La sedia che sceglie è blu, ne ha una rossa, una gialla, due color cobalto. Lui le guarda quelle mani incerte che dirigono discorsi così sicuri, che fanno traballare la sedia, il tavolo, perfino, mentre fa girare l’euro sotto il polpastrello.
– Vedi, un certo Fuller diceva:

«You never change things by fighting the existing reality. To change something, build a new model that makes the existing model obsolete». Non puoi mai cambiare le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, allora costruisci un nuovo sistema che renda il sistema esistente, obsoleto.

L’errore fu quello. In verità ce ne furono tanti…

Certe sere le era sembrato di impazzire, per quei silenzi omissivi del Governo, per quelle decisioni che fanno dell’eliminazione la soluzione.
Beve ancora. Ci aggiunge del gin, prima l’ha adocchiato sul pensile, ci ha pensato un secondo, se vuotare il bicchiere o versare e amen. Versa. Amen.
– L’errore fu pensare che la scuola doveva essere ancora banchi e aule. Non eravamo capaci di uscire da questa forma mentis. E dire che altri paesi lo stavano già facendo, di mettere gli alunni nei cortili. Da noi no, da noi i genitori avevano troppa paura, si ragionò sui distanziamenti, sulle stesse misure che si adottano negli uffici, si continuò a trattare il problema bambini in modo uniforme agli adulti, e allora i conti non quadravano mai, o non sembravano convincere.

Da noi il virus fu la scusa non per rinnovarci, ma per confermare le nostre paure: se esci ti ammali, il vero sapere si fa sui libri, i bambini se la cavano sempre, siamo noi adulti a comandare, la salute prima di tutto.

– Ma i bambini possono stare chiusi per sempre?
Ha quel neo che gli ride addosso quando spalanca il viso. Sulla fronte in attesa che un’espressione lo faccia ballare. Un giorno lei ci ha disegnato intorno una canna da pesca, gli ha detto va’ che abbocca. E lui ha smesso di sentirsi strano per quella macchia ingiusta come il terzo occhio di un destino maldestro.
– Certo che no! In effetti, già prima di tutta questa orribile storia, la scuola era parecchio inadatta. I bambini stavano sui banchi, in aula, per otto ore al giorno. Poi tornavano a casa e facevano i compiti.
Prende la sedia gialla.
– Che cosa stai bevendo?
– Gin, amore: gin. Comunque… qualcuno aveva già cominciato a pensare a una scuola diversa, e così a un certo punto, io e qualche altra madre un po’ rissosa, ci mettemmo insieme e decidemmo che qualcosa bisognava fare. Contattammo quegli insegnanti che erano un po’ più aperti, fondammo un gruppo.
– Come si chiamava?
Adesso la donna ha un vuoto. Il gin scalda il torace in un rivolo che però non aiuta il ricordo.
All’inizio eravamo dodici, questo me lo rammento. E poi ognuna riuscì ad agganciarne altrettante, e altrettante. Avevamo due linee di lotta: qualche insegnante faceva lezione informale nei parchi pubblici dove alcuni bambini ascoltavano e poi rispondevano, o eseguivano operazioni e giochi didattici, condividevano storie, esperienze, facevano operazioni matematiche coi rametti e i sassi, inventavano racconti a partire da stimoli di vita reale…
Il piccolo sdraia la faccia sui gomiti, gli occhi come pozzi.
– Si poteva?
– Certo che no. Ma anche sì.

Il Governo aveva riaperto tutto, a quell’epoca, e la sola specifica era quella di non creare assembramenti. Da nessuna parte stava scritto che un adulto non potesse dire cose, e che dei bambini non potessero rispondervi. Gli racconta questo, le viene da sorridere, la scaltrezza di allora le torna tutta quanta in occhi infantili, fieri di quei furti in fondo leciti, audaci.
Lui s’è preso un labbro con le dita, lo pizzica come una chitarra. Qua e là gli torna la tazza, la donna va a prenderla, gliela mette davanti, dai, conta.
– E intanto, mentre qualcuno insegnava nei parchi, varie scuole private un po’… come dire? Sveglie?, che già avevano un progetto didattico fondato sull’esperienza e quasi sempre all’aperto, cominciarono a raccogliere fondi con campagne faticose ma dettate da incredibile volontà, sogno e fiducia. Così da diventare accessibili.
– Quindi riaprirono le scuole? Cioè… si tornò a scuola?
Ma lei sa non fu tanto semplice. Gonfia le guance, poi soffia fuori che ci volle un po’. Ricorda quei banchi a rotelle, tutti i soldi buttati per una finta rivoluzione. Lui se la ride, chiede se erano come gli autoscontri. Ma lei lo redarguisce, la chiama «la finta soluzione». I bambini trattati come bestie da sterilizzare, resi asettici: – Lo sai da cosa? Dalla paura di vivere.
Se un bambino si sentiva poco bene veniva isolato, bardato, in attesa di un genitore che lo prelevasse. A tratti carezza lo schienale, ritrova in quel gesto la consolazione per le ferite inferte a tanti piccoli da questa ingordigia sanitaria.

– Vedi, quello che noi volevamo evitare era di ritrovarci nella stessa situazione in futuro. E soprattutto, se proprio avevamo sacrificato i bambini tenendoli in casa, allora non doveva essere invano. Allora, quando la scuola sarebbe riaperta, sarebbe stata una scuola nuova. A qualcosa, Dio Santo!, a qualcosa doveva pur essere servita, quella pandemia!

Si è messa a contarle, le sottrae al bambino.
– Credo siano 55. Fammi vedere.
Smista quelle monete con le sue falangi gonfiate dall’artrosi, lo smalto verde s’è sbeccato, fa eco a quei prati che racconta in un vento.
Venere sbadiglia, poi fa uno scatto, corre verso un taglio di luce sotto al davanzale.
– Venere, Venere, qui, vieni qui… – lui se la prende in braccio.

E poi fu settembre.

Le lezioni ai parchi furono esperimenti frammentari tagliati qua e là da qualche timore, da cani che urlano, da quei tagliaerba comunali che riprendevano il vivere. Ma nel frattempo la campagna raccoglieva fondi, banche si dissero disposte a sponsorizzare il progetto, le borse di studio furono sempre più numerose. Le madri, intanto, le prime fondatrici, continuavano la loro propaganda, sostenute dai pedagogisti e dagli insegnanti. Almeno un terzo dei bambini era in grado di entrare nelle nuove scuole, in questa Didattica all’Aperto.

Furono prestati musei e ville, non serviva molto, l’essenziale erano bambini, maestre e sapere: il resto lo si creava, ci si ingegnava. Furono riconvertiti vecchi edifici, cascine, ma fu un restauro di poco disturbo perché gli spazi davvero utili erano i parchi e i cortili.

– Tanto che i lavori all’interno continuavano anche se i bambini avevano già cominciato la scuola. Loro fuori, gli operai dentro, una piccola area per volta, separata da quelle inagibili per garantire la sicurezza.
– E i bagni? E c’era anche storia? E c’era Educazione emotiva? E Educazione creativa? E arrampicata? A me mi piace quando facciamo Pensiero creativo: si pesca un oggetto e poi ognuno deve inventare qualcosa. Qualcuno ci fa un racconto, altri una ricerca sui materiali o un oggetto nuovo. Sai che l’altro giorno la Tiziana ha scelto un ditale e io non sapevo neanche cos’era?
Insiste ancora, se c’era questo o quello. Fa le domande che fanno i bambini, le sue ipotesi rocambolesche mentre tiene la gatta. Ogni domanda una pettinata alla coda.
– Non tutto, si andò per gradi. Servì un po’ di tempo per ammorbidire le teste.

Prima servì convincere i genitori più ortodossi che stare all’aperto era più sicuro. Poi che i libri si potevano sfogliare in un prato e i tablet consultare su una panchina, e che molte cose si imparano con altri materiali. Poi che la creatività era quella che ci stava salvando!

E così, via via… capirono anche che le emozioni sono la parte più meravigliosa dell’essere umano, e che valeva la pena dedicarci qualche ora.

Una finestra sbatte, si alza, la spalanca invece di chiuderla. Quando torna sulla sua sedia blu ha gli occhi che scappano.
– Perché piangi?
– Dovevi vederli. Dovevi vedere quei bambini.

I primi giorni i suoi figli non avevano voglia, non avevano capito. La diffidenza dei grandi è una vampata che dilaga: a volte chiedevano se era davvero così, adesso, la scuola. Tornavano a casa e facevano qualcosa di mai visto: raccontavano.

Una volta a settimana c’era il giorno della boccia.
– Ogni alunno scriveva in un biglietto un desiderio da esaudire a scuola. Poi si mettevano tutti quei bigliettini in una grande boccia, s’infilava la mano, si estraeva. È così che pian piano

la scuola ha cominciato a fare il contrario di sempre: si formava sulle idee dei bambini.

– Tipo Pensiero creativo?
– Sì, tipo: solo che serviva per insegnare agli insegnanti. Adesso non lo so, se c’è ancora…
– Abbiamo il muro.
È un grande pannello, dove i bambini scrivono i loro desideri e i sogni.

Si chiede come si sia potuti andare tanto lontani da questo principio e dalla vita, dal mondo:

se la scuola serve per vivere, perché vivere non serve per fare scuola?

Non è forse nel mondo, che poi vivremo? Vivremo nelle strade, nelle cose, o vivremo sulle pagine di un sussidiario? Se si studia il mare, si va a vedere il mare. Se si impara la matematica, è perché la matematica serve per vivere: e dove serve? Lì, si va a impararla. Il pianeta ha tutto ciò che serve per imparare il pianeta. E l’essere umano tutto quanto serva imparare sulla sua meraviglia.

– Se ce l’ho ancora, un giorno ti faccio vedere come si andava vestiti.
– Col grembiule, vero?

Sono 73 euro. Ha finito di contarli. Lo sapeva già, ma gioca a dimenticarlo.
– Lo sai che io a casa ho sette euro e trentacinque? Le tengo in una scarpa vecchia di quando ero piccolo. Sotto al letto. Ma adesso che ci penso forse farò come te con la tazza. La metto in cima al frigo. Tanto la mamma è bassa.
– Dammi qua. – Lei gli prende la mano, ci affonda tre monete da due euro. – Comunque in qualche modo ce la facemmo. In qualche modo che non smetto mai di ricordare. Di cui ringrazio me e quelle altre madri ardite, ogni giorno. E adesso va’, dammi un bacio e va’, metti giù quella gatta, che tua madre ti sta aspettando.

Pensieri rotondi



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[Grazie per la foto a Mariagrazia Francot]

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Ti avviso io: a caso, quando capita, una vetrina degli ultimi post!

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Commenti 2

    1. Post
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      Maddalena

      Quella dove ho iscritto Isabelle è così, presto ne parlerò. Ora stiamo valutando se iscriverci anche Sarah, ma logicamente i costi non sono da sottovalutare.

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