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Maternità

Domenica sera

QUANDO NON PUOI TRATTENERE QUALCOSA TI FERMI SPERANDO CHE NON S’ALLONTANI

 

Mia suocera riparte domattina. Ho bisogno di tornare alle mie gelosie, ai bambini miei nei loro tuffi, ai miei occhi senza occhi altrui. Ho bisogno di dire senza curarmi di cosa pensa. Se sono lasciva, se poi quando m’impongo lo faccio sempre con troppa energia, come una folata di vento trattenuto e poi evaso. Un evaso, di una prigionia autoindotta.

La famiglia è un segreto, un animale clandestino i suoi budelli.

Va bene presentarla ai grandi pasti, alle fiere dei parenti, alle parate. Va bene che s’aprano i pacchetti che porta la nonna, si provano i vestiti: – Che bella!

Poi ci vorrebbe la pubblicità, cambiare canale, spegnere. Non avere quella madre, lì affacciata ai ruderi dell’ennesima lotta.

Avere per ospite un genitore mentre fai il genitore è come farsi beccare mentre ti radi, mentre ti rendi presentabile.

Sono stanca di parlare francese, dei miei libri distratti dal loro tavolino e afferrati come cose comuni. Voglio stare in pigiama, voglio una canotta sui miei seni senza il bisogno d’un pudore. Sono stanca di stare vestita, indosso per lei la bella camicia di lino, però il laccio stringe, per lei sudo, per quella gratitudine che i figli non imparano. Perché sono bambini.

Ieri non aspettavano altro che i suoi regali. Viene ed è il mostro buono. Un mostro, perché non la vogliono. Buona, perché ha sempre un sacco, porta omaggi fuori stagione, non scorda nessuno, scrive i nostri nomi sulla carta e i bambini dicono che è una scrittura difficile, fanno gli spocchiosi anche su questo. E lei siede lì, per terra, si leva dieci anni, anche venti, incrocia le gambe come un piccolo lupetto scout.

Per qualche ragione si lascia ostaggio dei giochi che loro dettano, poi però è confinata all’angolo del tavolo, quando mangiamo: – Non voglio stare vicino alla nonna.

Quante battaglie ha visto, per una fottuta tavola imbandita? Quanti tagli dove si scollano i cerotti?

Pigolano mamma! le due donnine, una volta ne sarei stata fiera, adesso sembra un pegno da pagare, ci sono stata troppo, per loro, non ho fortificato i loro sensi elettrici, Sarah ci mette mezz’ora per chiedere scusa alla nonna per uno sgarbo.
– Perché?
– Perché mi vergogno. Ho paura.

E poi mi dice che la nonna è cattiva. E tu cosa ribatti? No, non lo è. Sì, è cattiva. No, non lo è. Fai questo flipper del cazzo. Se quella non fosse lì magari la strattoneresti via, la chiuderesti in camera come una colpa: lei, la vera vergogna. È solo una bambina. Conto i suoi anni: quasi otto. A otto c’è un’educazione che deve tornare, devono tornare i conti. Dai lascia stare, lascia che non lo dica, scusa, tanto non avrebbe alcun valore. Eppure cerco: e poi capisco.

È cattivo chiunque le procuri paura. Una qualsiasi forma di paura.

– Anche il papà?
– Sì.
– Anche le animatrici del campo estivo, dove ti diverti un sacco?
– Sì.
– Anche io sono cattiva, visto che a volte mi arrabbio e magari hai paura?
– No.

Di me non ha paura. Sono salva, sono eletta. Sono la cima incontrastata.

Puoi sbudellare il cielo di nubi e infangare ogni quieto vivere, stai certo che il mio Cervino si erge senza contrasto.

Una santità affissa e imperturbabile. Pensa che fortuna. Posso davvero chiuderla in camera. Tanto mi ama.

Non mi sono data una sola ora nel mio studiolo, sono rimasta tutto il tempo appoggiata a una cucina, dove si riversano le corse degli altri, le conversazioni e i bagliori del frigo aperto di continuo. Sto in cucina perché sono dentro a questa foga che ci prende come un’afa. Le ricerche per un romanzo che il tempo stanca, le ipotesi, imburrate dai dentro e fuori sui social. E poi è sera: torno a sentire che un po’ mi sono mancata.

A volte aggiungere fa capire la necessità di togliere.

Da questa estate che è un calendario troppo svelto: perché ho dentro – come i bambini e come i vecchi – una consuetudine alle consuetudini, e invece ogni giorno è un figlio a casa e un passo diverso, un campo scuola e poi una fine, un inizio e poi un altro stacco. Troppe battaglie. Un weekend forte che poi si spegne. Così mi arrocco sugli ultimi sussulti di una domenica, Isabelle nella vasca culla una bambola, Sarah e Patrick giocano a biliardino con la nonna, e io mi racconto che domani sarà tutto più chiaro e più facile. Anche più lento. Mi fisso a quel tornare noi cinque, alle ultime due mattine che Isabelle e io siamo sole e uniche. Mi chiedo quante lotte dovrò reggere e mediare, quanto scivolerà rapido questo tempo nuovo di tutti i figli a casa, dove sarà la scrittura già maltrattata dalle ricerche, svenata dai doveri. Se può bastare uno studiolo, usato a camerino per una sfilata dalle ragazze e ora di nuovo nudo. Se riesco a mantenere il punto d’incrocio tra la passione e l’obiettivo, tra l’adesso e il poi, se saprò scegliere e se saprò riconoscere che fermarmi è una bugia:

quando non puoi trattenere qualcosa ti fermi sperando che non s’allontani.

 

Photo by hannah cauhepe on Unsplash

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Commenti 2

  1. Mamma avvocato

    Che peccato per la nonna, mi fa un po’ pena. Però perché ti fai tutti quei problemi davanti a lei? Io ho imparato a non farmene quasi più, davanti ai suoceri, e vivo meglio.

    1. Post
      Author
      Maddalena Capra Lebout

      Mi dispiace che loro facciano così. Tuttavia devi anche pensare che la situazione non è semplice: lei è vedova, viene qui ogni due mesi, sta due o tre giorni, dorme fuori ma dal mattino fino alle 10 di sera è qui, non si porta nemmeno un libro, sta lì e aspetta di potersi godere al massimo i bambini (giustamente) ma anche osservandoci senza mai distogliere lo sguardo. Questo ci fa sentire sempre a disagio, gliel’ho già detto ma lei si offende. Accade anche ogniqualvolta io voglia dire una cosa a mio marito: lei appena apro bocca mi fissa e anche se capisce che non sto parlando con lei non toglie gli occhi. A costo di essere – a mio avviso – poco educata, a quel punto. Spazi perché lei possa conversare con me o anche sola con suo figlio (come è giusto che sia) ne abbiamo e ne lascio tantissimi, eppure non c’è gesto o parola che si possa fare “escludendola”: la lista della spesa, fare una domanda ai figli, fare un commento a mio marito, ricordargli una cosa, riallacciarsi a qualcosa di già discusso. Allo stesso modo lei fissa ogni azione che compiamo anche quando sgridiamo i figli, e pur non ponendosi in modo giudicante, a me dà fastidio essere perennemente osservata a casa mia.

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