Intermezzi

Dove vanno a cadere le stelle

Dove cadono, le stelle, quando cadono?
Dove vanno a depositare il loro luccichio?
Forse c’è un posto dimenticato, oltre la schiena della collina oltre i campi segnati dalla stortura d’uno spaventapasseri.
Forse se segui la strada di ciottoli e smetti le spalle voltate all’indietro.
Se lasci una riga di pianto, la scia di quello che è stato.

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Non sarà mai

Non sarà mai una spiegazione. Un’operazione matematica. L’evidenza di una proprietà transitiva.
La forza decisionale.
Il vento a favore.
Il favore degli altri.

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Sarah piange

Ma Sarah piange. Quella è una professoressa delle medie, mi ha detto. Esigente, dura sotto i capelli, rigidi pure quelli.
Talvolta la riprende perché la vede che muove le gambe. Perché non sa che Sarah piange ancora

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Immagino di andarmene

Mi viene voglia di un sogno folle, di andare oltre i buongiorno composti alle maestre, ai righi sempre uguali suonati dalle orchestre.

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I bambini hanno fretta

Gli occhi aspettano. I suoi, dico: che io dia loro la benedizione d’un complimento. Per poi schiamazzare di scintille.
– È per farti perdonare?
Sì, dice.
E a quel punto le pupille le saltano come bottoni.

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Il bambino che giocava con niente

Solo che il ragazzetto ha proprio preso gusto, e adesso la sua polvere se ne va oltre la siepe, arriva nebulizzata sui genitori ancora in attesa, quelli obbedienti che il nastro non lo valicano.
– Ehi, però, non sollevare la polvere.
Glielo dico così. Con un bel punto fermo, senza esclamazioni. Però robusta.
Quello si ferma, si siede. Non osa più niente.

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Il punto fermo

La vera positività non è «sperare». Perché quando poi le speranze si spezzano, se le avevi dentro, ti squartano, tagliano, uccidono. E se le avevi fuori, allora non le avevi.

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Stupori

Sono rimasta un po’, ed era come quando sogni un posto che non esiste. Era come quando ricordi e tutto sembra migliore. Era che invece niente è prima o dopo, immaginato o desiderato: ma solamente vero.

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Faccio rima con te

Biascico rime per tutto il viale
mi piace guardare come il tuo viso sale
su per la mano che stringe la mia
fino ai miei occhi voliamo via.

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Però la sera

Quando ritornano i fiati dei figli, imburri una fetta di pane e scosti ciocche di capelli: lascia stare i tuoi nodi.
Ritorna come sempre è stato in inutili cose indispensabili

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L’oste

È uno di quegli uomini che diresti immortali. Uno di quelli che non te lo sai immaginare giovane, l’hai sempre visto così, non sai nemmeno se sotto il suo Salve ha ancora qualche dente

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Imparare la soglia

Sono una che quando si mette in una cosa ci entra dentro tutta intera. Puoi chiamarla determinazione, concentrazione. Però se mi cerchi fuori di lì non mi trovi.
Devo imparare la soglia.
Entrare nei miei lavori e poi uscire, fluire. Dentro e fuori. Con piccoli spazi di adattamento, come la pupilla che si restringe passando dal buio alla luce.

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Quando un bastone incontra un bambino

Prima è un termometro sotto l’ascella, poi, per saltare, un’asticella.
Rincorre la mamma per farle una puntura, ma quella è veloce, scappa: ha paura.
Insegue tombini in un’altra invenzione,
ogni ringhiera suona la sua canzone.

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La musica ti fa una malattia buona

La musica è come l’inconscio: tu non lo sai, lei passa e si fa un viaggio in parallelo, i cunicoli come le formiche. Ti fa una malattia buona. E, quando ritorna, scopri tutte le tegole dei tetti, tutte le pietre sul selciato e gli angoli che aveva disposto. È un architetto creativo e laborioso.

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Quello che so

Io conosco questo, di voi: i nasi molli, le risse. Ma anche i baci. I “mamma!” estenuanti, ma anche le vostre verità. I verbi sbagliati, l’esattezza del vostro amore.
Questo so, di voi. Di me.

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Conoscevo un mucchio di gente

A me bastava poco. Di molte non sai nemmeno il nome. Però venivo da mattine in coppia con un bebè, passi sul corridoio avanti e indietro, un pc. Al massimo uno di quei bei giri fuori col passeggino, che mi riempivano, mi risagomavano l’animo, mi alzavano anche gli zigomi. Mi facevano il lifting al cuore. La gente no, però, di gente ne ho sempre vista poca. Di amici non ne ho mai avuti.

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Sempre

Alcune di noi erano già buone alla meraviglia. Io sono una di queste, avrei detto. Ma non è mica vero.
Ché formiche ne ho viste a migliaia, nella mia vita. Poi uno di voi ne ha puntata una: una soltanto. E io ho capito cos’era una formica.

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Buonanotte a chi

Buonanotte alle case che siedono spente
Alle cucine alle camomille accese nelle notti lente.

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Il contagio

Quella vecchia si siede accanto a me, la sua giacca carezza la mia. Non ho pensato a quanti anni ha. Io non penso mai agli anni, alle bollette che ognuno deve alla vita. Ho interrogato la sua gioia. Perché un labbro saliva sulla guancia, da un lato solo. E quel lato era il mio

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Ma intanto il sole

È arrivato il sole. Quando entra me ne accorgo anche se gli do le spalle. Senza tanti cerimoniali lui si prende prima un trapezio minuto e smagrito sulla parete a sinistra, inghirlandato dai riccioli impressi dalle inferriate alla finestra. Poi si allarga, come un’idea che non accetta più di stare compressa in un angolo del cervello.
Arriva il sole, il mio saggio cane di compagnia

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Ogni mattina

La trovi ogni mattina, ti basta che alzi gli occhi dal poggiolo di uno schermo, dal tuo sfogliare carte mai riordinate. Lei ce l’ha, il suo umile ordine cosmico: sta tutto in quei giri di ricognizione alla ricerca di un gatto che, scommetto, perde di proposito.

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Il tempo delle consegne

Il tempo ha ricominciato.
– Che fai?
– Semino.
– Cosa?
– Giorni.
Lo credevo in qualche campo assolato del sud. Va’ che qui cresce ben poco, rimarrai deluso.
– E chi te lo dice? Chi sei?
– Sono la padrona di questo campo, Signore.
Non lo sa. Lui va dove lo chiamano. Passa per le consegne. Un’ora lenta alle madri che hanno appena partorito, una ancora più lenta a quegli anziani

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Il ragazzino

Con quella cosa qui, di tuffarsi senza più argini e illuminarsi tutto quanto, ché anche i capelli schiariscono, io non l’avevo più visto.

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Due cuori

Se potessi ti darei due cuori.
Quando uno è guasto, lo porti ad aggiustare, e dentro ti resta l’altro, per prendere e dare.
Se potessi ti darei due cuori.
Quando uno zoppica nelle pozze della vita, hai l’altro che sgambetta di gioia infinita.

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Barbecue

Grigliata. Per i più cool: BBQ.
Lo provo oggi e non lo faccio mai più.
Non fate finta che a voi riesce così, mille tizzoni ardenti con un click di fiammella, e aprite la sagra della salamella.

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Il cavalcavia

Stai lì, ti schiacci in dieci minuti. Sono sfollati i genitori, si sono presi i figli. Il punto di ristoro che avevo chiesto. Non me l’aspettavo così. Fa un po’ come quei bei paesaggi rurali, le spianate tra i campi, le risaie. E poi ci montano sopra un cavalcavia. Sarah, questa situazione: è il mio cavalcavia.

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Il cono d’ombra

E certo. Perché i malinconici intristiscono. I bronciosi stufano. I ridaioli stuccano. Be’, anche i sempre-felici a me mi stanno un po’ sui cojoni. Così, per dire. Ma vi capita mai di aver perso le chiavi? Sì, insomma, che tutti hanno la chiave in mano, la serratura esatta, la destinazione. E voi c’avete solo la FACCIA-DA-BOH.

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Intermezzi

La caffetteria

Alta, secca, i capelli a carré, ma proprio a piombo, che non starnazzano nemmeno se ci starnutisci sopra. Certe persone lo vedi da subito che sono il copia incolla del portamento che si portano appresso. Si accomoda alla cassa della caffetteria, la sento che nomina una festa di scuola, mi aggancio perché a me quelle troppo imbastite mi fan venire la voglia di scucirgli l’orlo per dispetto.

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Le cose a metà

È un buon segno, quando lascio le cose a metà.
Se non c’è il vago tremore della foga, se le mani sono salde e danzanti, è un buon segno.
È il passo cadenzato dal desiderio. E non importa se sfugge alla logica, né se pare l’inerzia incantata di un bambino. Anzi, a me piace.
È il salto giocoso della curiosità. E non importa se poi non scopro chissà cosa: riscopro, almeno, la mia ingenuità.

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Intermezzi

La prima lucertola sul muro

Fuori è rimasto un ricordo invernale nei capitomboli delle foglie arricciate, nella fanghiglia o nella terra dove lasciano corse i bambini. Nelle teste glabre degli alberi leggi, se vuoi, l’inconsistenza, l’incertezza di una stagione, la nostra stessa contraddizione. Di pieni e di vuoti, le prime bevute alle fontane e poi un tè caldo nelle caffetterie, le prime maglie sudate e madri che implorano rivestiti! Le prime righe incandescenti dalle persiane, i primi sorsi di sole serale. Ma anche le luci per la via, durante pentole sul fuoco.

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Intermezzi

Filastrocca del mattino

Il mattino è un gatto stanco
le luci accese nella casa accanto
le persiane ancora accostate, come nei giorni di sole d’estate.

Intermezzi

La befana

La befana vien di notte
e dei grandi (pare) se ne fotte.

Di dolciumi riempie calze
ma si ruba le vacanze.

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IntermezziMaternità

Cento parole

È oltremodo dolce (se non comodo e veloce) quel tuo pappagallare.
Quel tuo ripetere, di ogni frase o parola, solo il finale:
tanto mi pare d’aver sempre ragione,
ché dico vieni, rispondi vieni,
ché dico nanna e rispondi nanna (magari ci aggiungi il no, ma fa lo stesso).
Se dico bene rispondi bene

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EventiIntermezzi

Buonanotte

Buonanotte in questa notte
che la città rotola giù come un sasso da una rupe.
Voi in cima voi a valle
Voi le stelle.
Buonanotte in questa notte che sono nati Giada e Federico…