Altre Verità

Basta abituarsi (?)

Piedi. Se guardi quelli, e poi i listoni di parquet grandi come travi. Oppure i passi di chi non è in coda. Allora tutto sembra come sempre. Il sole si sdraia piano in quel sabato pomeriggio, il primo, in un centro commerciale, siete tu, il marito, le bambine: i suoni dello shopping, musiche dalle vetrate, il tintinnio dei bar, i profumi delle boutique. Dimentichi il termometro sulla giugulare, all’ingresso, e tutti quei pazzi. Dimentichi come in auto – il primo lungo giro dopo tre mesi – guardavi ed eri un alieno su un ufo: sembravano tutti rapiti da cosa, presi da una forza superiore, anestetizzati, e poi risputati nel mondo come cartamodelli. Per un vestito che nessuno conosce.

Ma ce l’hai anche tu. Quella smorfia di carta e lacci sulle labbra e sul tuo ossigeno: fissi, negli altri umani, la tua stessa alienazione.

Le figlie vanno con lui da Tiger, si mettono in fila. Io cerco un paio di scarpe da ginnastica. Non è vero. Non cerco: vado davanti a Foot Locker solo perché è il solo, e ho le scarpe disossate, così scavate, dietro, che prima mi gonfiano una vescicola, e poi la ospitano nel loro incavo usurato. Non c’è molta attesa. Però mi succede di nuovo: chi sono, quelli? Forse è l’effetto del vetro, di nuovo un paravento che rende le immagini surreali. Il ragazzino bardato disinfetta mani innocenti, controlla a sua volta la temperatura, impone guanti palmati. Dentro, nel negozio, ombre finte, le marionette create dalle ordinanze.

È un gigantesco televisore, è un cinema gratuito in cui posso non entrare. Che cosa ci è successo?

Afferro il cellulare, torno su quel pavimento. Torno nella normalità che ci è scappata via come un pesce unto. Annoto, in un lampo: «Basta abituarsi», perché in fondo siamo esseri adattabili, le mascherine, un ingegno pericoloso al senso sociale, in fondo sono quello che sono. Inanimate. Presto sarà consuetudine battezzarsi di gel, sarà ovvio starnutire nei gomiti, correre a provarsi la febbre, sarà logico salutarsi con un colpo alato, o un finto sgambetto. Ogni cosa sembra impossibile, quando è nuova. Come guidare: mica è fattibile coordinare tutto, io per esempio lo specchietto retrovisore non lo uso ancora. Me lo ricordo solo quando rientro a casa, parcheggio, e allora mi accorgo che è ancora alto, girato, dagli usi del marito.

Eppure ho una molletta allo stomaco, come un’imprecazione: alla mia nota aggiungo: «(?)». Prima è passato un cane e io gli animali li odio nel senso che non li conosco, e quindi odio il mio disagio. Mi sono trovata a dirgli beato te, la mano è scesa per una carezza su quel pelo ruggine, si è fermata a poche dita da lui. Per riserbo verso me stessa.

Sto per andarmene, sfilarmi dallo spettacolo di quella vetrina, l’amarezza vince, non mi interessa un acquisto così, non mi interessa entrarci, in quel cinema gel-ido. Invece vedo un paio di scarpe tra cento. Uno solo: quello. Va bene. Forse. Ed è il mio turno. Saluto il ragazzo, spio il termometro, 36.3. Facciamo due parole.

C’è una gentilezza che non sai. E lì accade un primo piccolo risarcimento. La gente vuole parlare. La gente se n’è stata zitta e muta per mesi,

magari bestemmiava sui social, magari sono gli stessi che gli hai dato del coglione perché non la pensavano come te, perché guardano solo i TG della Rai. Adesso si guarda sopra il velo della paura e di colpo sembra una rivoluzione che i cuori, invece, possono volare dove gli pare, che scavalcano il malsenso e fanno le piroette. Sembra quasi un compenso al mutismo delle mascherine.

Dentro è uguale, il primo che mi accudisce si chiama Salvatore, solo che poi finisce in cassa, allora viene Andrea, che è giovane ma io non lo so, magari hai due rughe eterne sotto lì, gli indico. Chissà se ha riso. Credo di sì, credo dagli occhi. Figli non ne ha ma già si allena ad allacciargli le scarpe.

«Lasci, Signora, gliele stringo io».
«Grazie, con questi guanti è impossibile».

E adesso, in uno slargo temporale lieve e dolcissimo, non sono più spettri quei clienti distanti tra loro, ma quasi danzano. Danzano sulla terra del possibile, danzano perché abituarsi è sbagliato ma peggio ancora sarebbe: smettere di danzare. Perché l’uomo: non lo spegni mai.

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: a caso, quando capita, una vetrina degli ultimi post!

Commenti Facebook

Lascia un commento