Altre Verità

Arriverò di là

SARÒ TRA QUELLI CHE NON CI SONO RIUSCITI, A SOLCARE I MARI SENZA SCIA

 

Arriverò di là. Arriverò di là e sarò anch’io tra quelli che dicono: “È valsa la pena”. Sarò tra quelli che la vita li ha messi al muro. Molti vivono ottant’anni senza scollarsi da un ruolo un nome un’idea che si sono fatti di sé. Che hanno sospinto nel mondo come quelle barchette di carta. E quando poi il vento le rovesciava tanto era sempre colpa del vento. Magari più in là c’è una rimessa, attrezzi e materiali. E potresti farti una caravella come manco Colombo. Molti hanno attraversato la vita senza lasciare una scia. I sorrisi la domenica fuori da Messa, madri che chiunque avrebbe professato sante, quelle donne che le vedi chine sui poveri e nelle offerte, genuflesse ai ceri e ai Confesso a Dio. Poi a casa insultavano il figlio, ogni cosa facesse era un “non dovevi”.

Ma io un giorno arriverò di là. Sarò tra quelli che non ci sono riusciti, a solcare i mari senza scia. Sarò tra quelli che hanno sempre rombato col motore del cuore come un frullatore. Sarò tra quelli che la vita li ha azzoppati. A quelli fragili e potenti come noi, già sciancati dalla nascita, la vita mozza anche l’altra gamba. Sarò tra quelli che a un certo punto un incidente, un tumore, un licenziamento o un grilletto psichiatrico gli ha fatto saltare la vita e la testa. E cosa succede quando ti salta la testa? Che cominci a usare il cuore.

Sono tra questi, non ho avuto scampo. Ho provato per anni a ricucire e invece l’animo divorava dentro come le tarme quei banchi fottuti delle chiese precise. Le tarme la fanno loro, la liturgia del vero: cunicoli che poi non puoi più fare finta.

Sono tra quelli che non sanno più niente. Ci vuole tempo, per abituarsi al niente. Il niente ha una sua gradazione alcolica, ti manca il suolo, ti gira la testa.

Il niente è una vertigine che sembra morte e però è anche la tua scommessa alla vita.

Sono tra quelli che non danno più nulla per scontato: non perché tutto debba passare alla scansione del cervello che ordina i suoi sciocchi paradigmi come i prodotti alle casse. Che confeziona sacchetti. Sono tra quelli che non danno più nulla per scontato perché ora ho una sentinella nel cuore, una specie di maestra che lo vede, se sono distratta.

Per me esistono solo due cose certe: la nascita, perché quando vieni al mondo non puoi opporti. E la morte, perché quando lasci il mondo non puoi opporti. Tutto quello che c’è in mezzo, tutto: lo puoi scegliere.

Ma no che lo scegli una volta e poi spingi sulle carrucole del prestabilito. Lo scegli ogni giorno: se tu ogni giorno ti fai domande, ogni giorno scegli e quello che non vuoi lo togli. E quello che resta, allora lo vuoi davvero, ed è come ritrovarlo, sposarlo di nuovo.

Ma ti ci devi abituare. Che si sta così. Niente più pantofole di pelo al solito posto, niente scuse. Niente felicità in pacchetto. La mediocrità era insipida, però era comoda. Adesso ti tocca stare in quel modo precario. Ogni volta che ti svegli te lo devi ricordare: che sotto al letto c’è il vuoto. Che non puoi più scappare in una caffettiera, nei tuoi post-it che decidono la giornata.

Allora cosa fai? Faccio. Non è che non faccio. Ma non predetermino niente. Tanto anche se mi fisso le cose e credo di accucciarmi, l’animo viene e mi fa lo scherzo al cervello: mi toglie un chilo di emozioni, di naturalezza, al posto ci mette quel senso di mancanza. E se tu lo segui (dopo un po’ cominci a farlo, vedi che in fondo mica è cattivo: anzi), ecco che torni dove è giusto stare: sospesa. Pian piano ti ci abitui, a sentirti di nessuno, nemmeno tua. Sai che è un passaggio. D’altronde hai mollato la barca di carta, la caffettiera. E pure le pantofole di pelo. Prima hai tolto la certezza del luogo in cui vivi, poi hai cominciato a chiederti se davvero ti piace scrivere, poi se davvero vuoi provare a lasciarti libera, poi se credi ancora nel matrimonio, se sei felice di essere madre. Sono domande scomode, la gente non se le fa perché ha paura. Quando cominci vedi che pian piano l’asticella si sposta sempre di più. Non c’è niente, in effetti, che tu non possa chiederti. Ma

chiedersi è darsi la possibilità di cambiare risposta.

È lì, che comincia la libertà.

E io un giorno arriverò là. Sarò tra quelli che testimoniano una grande evoluzione, che ringraziano la malattia, il licenziamento, il grilletto psichiatrico, perché finalmente hanno conosciuto sé stessi e la verità che orchestra la Vita.

Pensieri rotondi

 

[Photo by Vince Fleming on Unsplash]

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: a caso, quando capita, una vetrina degli ultimi post!

Commenti Facebook

Lascia un commento