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EventiMaternità

6 agosto 2008

Ciao Patrick.

Compi dieci anni. I primi a due cifre, dici. D’ora in poi avrai due cifre per il resto della vita. Se arrivi a tre, comunque, va bene lo stesso. Ti guarderò da dove non sappiamo, da qualche posto magico come magico era vederti senza vederti in quei nove mesi.

Sei un ragazzino. Solo per i pediatri sei ancora un bambino.

Ci sono innamorati che tagliano il cielo con quei piccoli velivoli e ti amo di fumo, oppure grandi striscioni come baffi visibili al mondo intero. Io ti scrivo, pubblicamente, solco questo cielo col mio vascello. Dentro: orgoglio, incredulità, fiducia, stupore. A volte il motore dà quei piccoli colpi da guasto, borbotta dinanzi alle tue prime inflessioni infelici: – Allora perché mi avete messo al mondo? Allora non mi facevate nascere! – estrai il tuo scudo dinanzi al quale rimango ostaggio per un attimo. Hai ottenuto di farmi tacere, hai guadagnato quell’ultima parola che da piccoli non conta e che poi ricerchiamo nelle dispute per una vita intera. Dire scemo a tuo padre, provocare le tue sorelle e divertirti così è un biliardino che mette a segno le nostre fragilità. Sgridarti non vale a molto. Vale di più quando lo scudo lo posi a terra, forse stanco, forse perché alla fine hai quel cuore in petto che ti salta fuori, ci salta in braccio, in groppa alle bambine.

Qualche giorno fa, mentre ti leggevo quel dannato Geronimo Stilton per la tua buonanotte, la mano destra sfogliava, la sinistra teneva la tua. Solo che a un certo punto hai messo l’altra sulla mia, chiudendola come uno scrigno. E io penso sia un attimo, un gesto del caso. Invece resta, invece rimane. Magari non dai baci, ti schermisci, quando riesco a rubarne uno sono labbra appena posate. Eppure ti infili tutto in piccoli gesti giganti: sono come quei sacchi sotto vuoto, che poi li apri e ciò che è dentro si espande oltre misura. Tu ti espandi, dentro di me.

Ieri allacciavi i sandaletti a Isabelle, fissavi quelle fibbie per lei ancora troppo faticose, vi siete messi a giocare a palla nel cielo ormai scurito dal tardo pomeriggio e dalle piogge che sempre arrivano a quest’ora sotto il Dome de Miage: – Che gioco facciamo, Isabelle? Facciamo che dobbiamo dire dove la lanciamo e dobbiamo colpire quello che abbiamo detto?

Isabelle sbagliava, mancava il palo designato, tu esultavi incoraggiandola: – E vai! Sì, brava Isabelle! – per non farla arrabbiare. Perché sei di pasta buona, perché ti piace fare il grande. Ti riesce anche bene. Come quando mi aiuti in qualcosa, prendimi questo, portami quello. In certi momenti siamo già pari, è un amore strano, delizioso e mai provato, siamo due che si confrontano in una passeggiata, che ridono forte a costo di lasciar fuori tutti gli altri. Sei già quello che presto trasporterà le casse d’acqua dal super a casa, che un giorno mi porterà in macchina a fare commissioni, che

si chinerà e quel bacio sarò sempre io a dartelo, ma sarai tu a cercarlo.

Come stamattina: ti trovo al tavolo in piena luce, sotto la vetrata che non ha tende, hai gli occhiali da sole, ti sei messo pure il cappellino con la visiera. Piccolo, ti copre appena come una papalina. Sorrido e poi rispondo subito a quegli occhi schermati dalle lenti che aspettano il loro tributo. Il bacio, gli auguri, i benefici di scegliere cibo, attività e posto a tavola nel giorno che è tuo.

Sono fiaccata dall’ennesimo malanno, ieri avete speso il tempo solo qui intorno. C’è tutto questo ben di Dio, ho fame: di uscire di qui, da questo chalet delizioso che però non basta, andare a sbranarmi i monti, i prati, inalare più che posso. Oggi sto ancora male, spaventato al ricordo del nostro ponte del 25 aprile t’affretti, ma io non voglio tornare a Milano!

No, amore mio. Non torniamo. Il cuore mi frusta dentro e credo di avere ancora la febbre, alle tre andremo dal medico. Non vorrei togliere niente a questo giorno, avevo immaginato mille cose. Non immagino più niente. Guardo la vostra meraviglia, come scintillate, qui. Guardo quella palla che poi hai fatto finire sul tetto.

Il cielo che è un pallore dove non basterebbe un aereo, uno striscione per dirti ti voglio bene.

E siccome ormai hai dieci anni, lascia che mi sfugga un po’ del mio gergo non sgrassato: col c****, che torno a Milano.

Buon compleanno, amore mio.

Qualcosa di nuovo?
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