Il desiderio necessario

Si torna alla normalità. In quanti lo scrivono, oggi, sui social. Invece gli automatismi tornano svelti, impongono amnesie. Salvano. La sveglia alle 7, Patrick e Sarah a scuola, la sciarpa i berretti di lana. Prendere Isabelle dal suo letto foderato di Hello Kitty, portarla all’asilo.

Ciao-buon-anno. Cos’avete fatto nelle vacanze? Ho perso un figlio.

Taccio, sorrido, le stringo meglio l’elastico della codina.

«Ho giocato coi miei fratelli», mia figlia guarda la sua maestra da sotto in su, le guance ancora rosse per il freddo, e già rosse per quella piccola timidezza insorta alla domanda.

Hanno disfatto l’albero. Mathias, i bambini. Non ho preso parte allo spoglio, ora il salotto è ampio e arioso. La mensola ha perso il suo Gesù bambino, il muschio smette di cadere a terra in ripetute briciole secche. Si torna alla normalità.

Bisognerebbe concedersi l’assurdità del desiderio. Non importa quanto sia folle.

La verità è che nessuno ti punta una carabina alla tempia, là dove pensieri adulti impongono il loro raziocinio. Se proprio devi, puntati la canna dei sogni, i suoi proiettili non ammazzano: salvano.

Nessuno ha detto che non sono più fertile, che non siamo più passibili di un incontro cellulare e miracoloso. Per quanto ne sappiamo io ho ancora ovociti nel mio serbatoio nascosto, nessuno ha dichiarato il contrario.

Allora bisognerebbe permettersi il lusso: di un desiderio sfrontato.

Immaginare che nulla è finito, se non lo vuoi. Ti vergogneresti? Avresti paura? Va bene: dov’è, in queste, la parola «rifiuto»?

Il desiderio ha i suoi diritti.

Bisogna tenerselo stretto, specialmente i primi giorni. Bisogna che sia accanto al buco, che soffi i suoi venti e le sue luci.

Serve, per un po’, che mi sorregga, stampella e cura. Che, alla «fine», accosti il «possibile».

Finché smetterò di averne bisogno, sarà più stabile la mia andatura, smetterò il gesso alle caviglie, poserò a terra il piede nella corsa.

(7 gennaio 2019)

 

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