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Altre Verità

Vita di corte

LA VERSIONE ANTENATA DEI SOCIAL

 

Abito in una casa di corte. Che non so se sia la stessa cosa di una casa di ringhiera. I cessi li abbiamo all’interno dell’appartamento (a parte alcuni vicini cui puoi accollare lo stesso appellativo), e in verità questa era una cascina. Al primo piano corre comunque un lungo balcone con gli ingressi degli altri alloggi, forse è la stessa cosa di un ballatoio. Anche se non ci balla nessuno.

Ai miei figli piace salire, inalare dall’alto vertiginoso di un primo piano la vista sul campanile, i tetti delle altre ali del caseggiato, il parcheggio. Gli piace anche fare le scale, gesto straordinario da sempre, perché la sola abitazione in altezza risale ai primi due anni di Patrick.

Il bello della corte è che tutto è di tutti. E, quindi, si lotta.

Il posto auto, per esempio, ci fu assegnato come nostro, e noi ci credemmo. Solo ci abbiamo messo un po’ a capire che non si trattava di un ma del posto auto. Se sgarri di un metro, se infili il muso della monovolume in un altro quadrato di terra, gli uomini escono con gesti poco signorili, le massaie col mattarello in mano.
Chi prima arriva meglio alloggia: altra imprescindibile legge della sopravvivenza. Il posto accanto al nostro, per esempio, ha l’intrinseca capacità di sfuggire al sole, comunque questo giri nella volta celeste, e obbedisca alle stagioni: noi siamo arrivati troppo tardi per accaparrarcelo. Va da sé che usurparlo è immediatamente visto come furbizia di chi non vuole surriscaldare la vettura né rispettare la legge muta della corte. Provarci è atto di coraggio interpretato come danno etico.

Poi c’è il sempreverde: l’affaccio.

Nel video del ritorno a casa dopo il parto di Sarah la comare dal bianco grembiule che mai ci degnò di nota stava appostata alla sua ringhiera ed esalava: “Maschio o femmina?” Prima, mai un buongiorno. E ho buone ragioni per credere – ingenuamente – che nemmeno fosse al corrente dell’airbag che mi cresceva davanti.

Probabilmente sbaglio.

L’affaccio è quell’azione dotata di sfumature di evidenza che vanno da “il coyote ti guarda” a “embè e tu che vuoi?”,

ossia dall’osservazione clandestina alla platealità.

La spudoratezza è sovente tratto distintivo che osservo con un misto tra fastidio e ammirazione, ché farsi gli affari di tutti senza il minimo senso del pudore richiede una certa destrezza morale.

C’è chi poi si avvale di un simile talento per altre funzioni. La bionda: appena esce un’intenzione di sole si stringe in quei settanta centimetri di profondità del ballatoio nuda: la sdraietta sotto il sedere, le gambe spoglie sulla ringhiera, i seni coperti al minimo, di solito un canovaccio sottratto alle faccende. Nonostante i cinquanta suonati. La sua codina giallognola di capelli svetta sopra la balaustra come un canarino, pronta a cinguettare improperi ai figli che, sotto, sbagliano evidentemente sempre qualcosa: forse il posto auto.

Conosci la biancheria da casa e anche intima di tutti in questi stenditoi proibiti dalle leggi condominiali ma oggetto di condivisa omertà, e puoi stare certa che anche questo post, prima o poi, sarà reso noto grazie all’infallibile telefono senza fili dopo che qualcuna (presumibilmente la sciura dal grembiule) ha intravisto il mio digitare oltre lo spicchio di finestra accessibile all’occhio.

Ma mentre la mattina così si dipana, tutti sanno tutto e nessuno che dica buongiorno, penso che in fondo questa è una versione antenata dei social. La bacheca di Facebook è questo stesso affaccio, salire su e spiare, scendere e riferire, captare discorsi, osservare un buco di mondo. Solo che la corte lo fa da sempre, in 3D, e senza GDPR.

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: ogni domenica una vetrina dei posts della settimana!

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