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Altre Verità

Un’altra Parigi

ALL’AMORE E ALLA LIBERTÀ BASTA ESSERE

 

Arriva quell’aria accennata, dalla portafinestra sul giardino, il ventaglio scomposto del piccolo melo. E di colpo mi torna la Senna. Stasera. Mentre Sarah alla mia destra, lunga e bianca, legge. La storia degli Aristogatti chiacchiera prima decisa, poi sfuma come il vino nelle cotture, esala aromi che non guardo.

Arrivavamo sempre di sera, preparavo quella mia piccola valigia blu che si è morsicata tutto il poco mondo che le ho offerto, la tenevo accanto alle gambe, sotto la scrivania dell’ufficio, come una promessa, l’attesa, le cose da fare, quella paura minuta del ritardo al check-in, tutte in una zip e un lucchetto. Magari ci prendevamo un’ora di permesso, lui sfollava il suo tavolo dall’openspace, i suoi ciao zompettavano lungo il corridoio scuro, chiudevo anche io le mie carte.

Chissà perché stasera, forse è la luce, forse è la data di qualcuno dei nostri viaggi a Parigi, quella memoria stagionale che arriva spesso impeccabile, e sa quello che tu hai dimenticato.

È ora di cena, cercheremmo un bistrot, leggerei i menu e guarderei dentro, se c’è posto. “Stiamo fuori, fa caldo.” Poi cederebbe alla mia natura freddolosa, ci sediamo sotto qualche vetrata, che così è come stare ancora nella città. Con la borsa peruviana che mi ha portato lui per la maggior parte dei passi, la tovaglietta di carta che suda sotto le dita.

Avevamo un sacco di tempo da permetterci. Da concedere a quella mia eterna incertezza che seleziona il locale più bello, ma anche le pietanze di cui ho più voglia: provare cose nuove, ma senza il rischio dell’aglio, fiutare il locale che ci stuzzica di più. Senz’altro conteggio che il desiderio. Poi si cammina, si segue la Senna, le luci sospese delle mouche, le ondate giapponesi verso i moli. Si sale al Trocadero, proviamo due foto buie, siedo sul muretto come la prima volta, forse anche i capelli sono cresciuti, hanno voglia di vento. Siamo turisti a metà, lui che sa tutto, nel suo, io che non so nulla. Mi piace anche questo, la mia felice ignoranza della lingua e della città. Mi affido alla sua mano come fossi bendata, lui chiede, lui ordina per me, lui traduce. Lui conosce le strade e i mezzi da prendere. Lui guida, le volte che noleggiamo un’auto, e nelle grandi rotonde canto dai finestrini abbassati del sabato, canto palloncini di fumo nei lampioni.

Vagabondi addomesticati. Cittadini fuggitivi. Noi eravamo entrambi, era questo lo scacco vincente. Infilavamo quella piccola via che col tempo avevo imparato a riconoscere dal suo edificio angolare, guadagnavamo quella facciata giallo canarino con le balaustre di ferro nero. La processione nota dei gesti: digitare il codice al portone e fare quella rampa di scale erta fino al primo piano. Ritrovare la carta da parati che si usa all’estero, quella trama a rilievo lucidata, la moquette beige, la nostra cucina. Gli armadi coi cereali dell’ultima volta, un giorno anche i fiori dimenticati il mese prima.

Delle ore ce ne fottevamo.

Ci svegliavamo quando uno dei due si svegliava. Quando la luce già comandava alle finestre. Tanto potevamo sempre tornare. Tanto a noi bastava essere. All’amore e alla libertà basta essere.

Su per la scalinata che porta al tram, sotto le spade alte dei palazzi della Défense, dentro al metrò, nelle chocolaterie. E poi la sera su quel grande pouf in salotto, il poster smisurato di Basquiat sulla parete accanto alla finestra, un gueridon che adesso è qui, dove i pupazzetti dei bambini calpestano i miei libri. L’unico tatto rimasto di quella casa.

Ci andate mai? mi chiedono a volte. Allora dico che no, che i figli, che poi.

Ma la verità è che certi ricordi li lasci in una teca di cristallo. Aspettavo. Il desiderio di un’altra Parigi, da organizzare, da sfruttare perché chissà quando ci torneremo, con un monolocale in prestito, una via da trovare sulla mappa. Mescolandoci come tutti, come i giapponesi in coda. Anche se siamo ancora noi. La stessa valigia blu.

 

Ho scritto questo pezzo più di due mesi fa. In mezzo sono corse mille cose. Corrono ancora. Corriamo anche noi: stasera andiamo a prendercela, Parigi. Io e lui.

 

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Commenti 8

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  1. una mamma zen

    Davvero andate? Invidia bonaria ❤❤. Spettacolare Parigi, ci sono stata solo una volta e mi è venuta la gastroenterite, non ti dico, il museo del Louvre ha avuto la mia benedizione, buttata su una panchina a vomitare nel cestino. E lui che mi diceva “andiamo via dai” e io “noo, restiamo che almeno tu te lo vedi”. Ok non è un ricordo romantico come la passeggiata sulla Senna, ma ho un bellissimo ricordo del nostro prenderci cura l’uno dell’altro. Poi sono stata meglio, ci rimasero due giorni per girare. Due. Tornerei ma da coppia romantica, per riprendere quegli attimi.

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      Maddalena Capra Lebout

      Noi di giorni ne abbiamo tre scarsi, è bandita ogni forma di malattia, patologia e novità anti-salute che esuli dalle mie già consuete difficoltà (colon irritabile, ipertrofia dei turbinati, allergia agli acari e fanculi vari). 🙂 Tu devi rifarti, dai organizza! :*

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      Maddalena Capra Lebout

      Tu??? Non. Sei. Mai. Stata. A. Parigi.???
      Non posso crederci! Devi andare, per me è meglio di Londra, ma sai, in ogni caso mio marito non accetterebbe il contrario quindi non potrei comunque dirlo 😉

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