Maternità

Un viaggio meraviglioso

La madonnina è ancora lì. Imperterrita, con la sua veste azzurra, nella cappelletta che dà il nome alla via. Mathias mi scatta una foto: io, con la piccola Isabelle in braccio.

Eccola, la porgo alla dottoressa, appena entro nel suo studio, questa creatura figlia un po’ anche sua, del suo lavoro, dei suoi appunti, di quell’ecografo che ora riposa: chiacchiero, la piccola scalcia, ha fame, aspetta. Poi la sonda medica mi scruta, non ho nulla da cercare sullo schermo che non sia già in questo mondo. Lei mi consegnerà, professionale, la stampa dell’ecografia, la infilerò in cartella senza il lusso di un’occhiata. Una cavità vuota, piccola, spenta.

La prima volta non lo sapeva nessuno: nell’altro studio, a Milano, riapparivo dopo anni di latitanza, di medici altrove, la segretaria sorride, si complimenta. Sotto il vestito scamiciato che ancora nulla e già tutto nasconde, un fremito: “E se mi sbagliassi? Se il test fosse in errore?”

Uscimmo genitori. Di nuovo genitori.

Un granello senza né cuore né forma, tre settimane di vita da osservare subito, per assicurarsi che fosse impiantata bene. E siamo al parco giochi, poco distante: sono i bambini che lo chiedono, io li guardo, seduta su quella panchina, ignari di tutto, che li abbiam trascinati per non inventar scuse con i nonni, li abbiamo messi in macchina, poi portati dentro, bravi, sempre, obbedienti e persi nelle loro domande: “Perché la mamma deve andare dal dottore?”

La stampa dell’ecografia è sottile, fragile come quella creatura: l’aria la sfida, lei sfida la vita. Io la stringo, tra mani e ventre, l’estate sta arrivando, la felicità impazza: versa da un calice stracolmo, da quei puntini che saltano fuori dal foglio, salta ogni cosa che vedo, tra le altalene, gli scivoli, la carrozzina di una mamma accanto a me che vorrei dirle tutto, ogni gesto zampilla.

È qui, adesso, quel foglio, tra le carte del dossier, tra mille altre di tutto quanto un viaggio, di duecentottanta giorni. Più in là c’è il primo cuore, la farfallina di quella sera che siamo impazienti, i miei ci aspettano, hanno Patrick con loro, è rimasto dopo le terapie. Hanno una sera qualunque sul bordo di un volo, e ancora non lo sanno: che noi passiamo rapidi da una pasticceria, compriamo la torta di mele e di frolla, con una scusa ci autoinvitiamo a cena. E sulla soglia della cucina, mia madre dietro al suo grembiule a fiori, annuncio: “Aspettiamo il terzo!”

C’è quella sera che l’abbiamo detto ai bambini, dopo l’estate. La prima volta che li abbiamo portati qui, in questa via con la madonnina, in questo studio, senza segreti, a mostrar loro la piccola sul monitor. C’era la stessa aria di oggi, pulita, irriverente, di nuvole che ridono. La pelle abbronzata, la pancia piccola piccola.
Ci vede ogni mese, la statuetta nella sua cappella, la pancia che crescendo attraversa le stagioni.
Fino al sei febbraio, l’ultima volta, le mani fiere su un ventre così rotondo, il sole che mi slaccia la giacca, l’inverno che non sa più tremare.

È così che si chiude questo viaggio: lì davanti, venuti coi figli per la mia visita di controllo post-partum.
Lì davanti, la piccola in braccio, mentre l’estate ritorna.

Qualcosa di nuovo?
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