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I beffardi

Tre chili di pesche, grazie

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C’è questa donna che va al mercato. Le dicono che lì c’è la frutta buona. Non è che muoia dalla voglia, c’è caldo, c’è gente, le vecchie col carrellino e il gambaletto, i vecchi panzuti con la canotta, la sagra delle scomode verità estive, il meglio della città. I passeggini slalomano preferibilmente incastrandosi col suo, detesta declinare quando il signore del primo banco la invita “Anguria!”, no grazie non mi piace. Detesta declinare quando il secondo signore la esorta “Meloni, signore, meloni!”, no grazie non mi piace. Detesta i reggiseni formato cascina appesi ovunque, dove lei ci potrebbe entrare tutta intera in posizione fetale. Detesta, insomma, diciamolo: il mercato.

Ma ama le pesche, che ci vuoi fare.

Le attende per tutto l’anno. Gli altri aspettano le castagne in autunno, le zucche, i più nostalgici Babbo Natale, i più romantici San Valentino. Lei, ripeto, aspetta le pesche.

Allora va al supermercato, tocca, annusa, sceglie. Solo che lì da anni ormai le vendono solo formato boccia, dure e buone solo al lancio su pista, albicocca per boccino. Allora va al mercato, non tocca, non annusa, non sceglie. Però le sembra più naturista, più salutista, più risparmista.

Il primo pieno della stagione, a luglio inoltrato, le danno un pacco colossale: di dodici pesche a maturazione mista da lei chieste, la prima è dura, la seconda anche, la terza aspetta. E tutte le altre aspettano. E quando è passata una settimana sono marce ma sempre dure. Come ci sono i sempreverdi, ci sono i sempreduri (e adesso non pensate male). E così dritte nel cassonetto senza nemmeno passare dal piatto.

La volta dopo vorrebbe andare da costui che le ha donato cotanta cagata: “Buongiorno, mi dà due chili di pesche di maturazione mista? Anzi, faccia anche tre.”
Guardarlo scegliere, palpare, infilare nel sacco di carta.
– Sacchetto?
– Sì, grazie.

E poi al momento dei conti sorridere un po’ come quella roba là: dura e marcia.
– Grazie, adesso che le ha preparate se le tenga pure, l’altra volta le ho dovute buttare via tutte.

Ma trattandosi di gentildonna troppo ben educata per esprimere tanta delusione in un gesto velatamente polemico, si addestra per un piano b (ché semplicemente evitare di tornare dal fregatore non le basta a saziare il suo senso della giustizia).

Ne sceglie un altro, un sopravvissuto agostiniano, le bancarelle rade come i denti nella bocca d’un vecchio.
– Posso assaggiare una pesca?
S’è portata coltello e tovaglioli di carta. Dei tre figli il più grande nasconde un ingovernabile imbarazzo.
– Non è per dire, ma mi si danno di certi pacchi, che poi le butto via tutte.

Le porgono un frutto, lei taglia, distribuisce alla prole. Nessuno sa che, dietro una certa spavalderia, prega il santo del mese che la pesca sia buona. Le va discretamente, si fa riempire una borsa, ché mica si può proprio fare i pignoli.

E così crede di aver trovato il sistema.

La terza volta azzanna un’altra bancarella. Due uomini e una donna col velo. Sono schierati come una giuria. La pesca’s got talent. Sarà per questo che il palato non è molto sciolto. Dei tre figli, ancora, il terzo è impalato nel suo irriducibile disagio. Sgozza la pesca, offre alla prole, addenta, sei occhi addosso senza la distrazione d’un moscerino, ‘na macchina che passa, due parole col vicino.

È filacciosa, secca, dura, il nocciolo avvinghiato alla sua polpa triste e screziata. È, per esser concisi, decisamente cattiva.
– Ancora un po’ indietro ma sì, me ne dia una dozzina.

E se ne vien via maledicendosi.
La donna che assaggia le pesche prima di comprare. E poi le compra comunque.

Qualcosa di nuovo?
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Commenti 3

  1. Emanuela

    Bellissimo sto pezzo! Sono piegata in due! E non posso che essere pienamente d’accordo sulla purtroppo spessima scadenza della frutta. Da noi non c’e’ il mercato ma ci sono i turchi coi loro negozietti che sono la salvezza, ma anche li’ spesso si casca nel tranello. Perche’? Perche’ devono avere delle luci magiche nei loro interni per cui tutta la frutta e verdura esposte in negozio sembrano bellissime o addirittura perfette, e te le compri pensando gia’ che giorno mangiarle. Poi arrivi a casa e c’e’ la sorpresa: avvizzite, mezze andate, insomma la meta’ dritte in pattumiera. Altro che promuovere il mangiar sano, 5 a day etc. Te lo dico io: se compri un pacco di biscotti costa meno e di sicuro non e’ marcio e soprattutto non fara’ mai a tempo a andare a male! Ah, ah, ah!!! Baci

    1. Post
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      Maddalena Capra Lebout

      Grazie… Ecco, oggi devo confessare che sono andata senza coltello. Che sega. Comunque appunto, altro che frutta e verdura, quando bruci dieci euro e butti tutto! Anch’io dico sempre come te: una bella merenda o biscotti confezionati e vai sicuro. Bacione

  2. Pingback: bla bla blogger 19 settembre 2016 - Social-Evolution di Paola Chiesa

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