Maternità

Storia di una culla

L’abbiamo messa in salotto. Fa sorridere, sembra in attesa di qualche bambola. Di una storia raccontata alla maniera di Sarah, la testa che dondola, la voce fatta più piccola. L’abbiamo spolpata come un frutto, un pesce pescato in mari lontani, portato alla deriva, che ci ha condotti con sé, e ora ritorna. Si ferma sulla risacca. È rimasta solo la struttura della cullina che ha visto i neonati di questa madre, solo la lisca, una carcassa piena di piccole storie. Lo scheletro di una meraviglia.
C’è una fiaba che ha viti al posto delle parole, mani per personaggi: è l’ora sacra dei preparativi. Sono sdraiata sul letto, tiro su le gambe, riposo la circolazione fatta pesante dai nove mesi. Isabelle scuote la mia pancia, il sabato pomeriggio è un micio che gongola per la casa. Si sono messi a montare la cullina per lei. Si sono messi, Mathias e i bambini. Passano i pezzi, tengono le spondine, la gabbia dolce prende forma, ci entrano dentro e ci fanno i leoni.
Abbiamo spostato il valigino, l’ho preparato una mattina che fuori c’era il sole eppure stavo a casa con la paura addosso. Quella che nessuna madre dimentica. Il filo teso tra me e quel feto che ha già un nome da mesi. Un filo senza parole, senza risposte, senza indicazioni sul giorno che sarà, quando sarà che vieni, Isabelle, mi giro la casa con le pantofole che zoccolano, l’ansia mi morde, forse se è tutto pronto smetterà il suo abbaio, forse è già ora di fare tutto, ogni cosa. E allora presi a sommergere il letto con il necessario, sfogliai con mano i body, scelsi il primo che le avrei messo. E quella mattina fummo vicine, più prossime, pronte.
È stato un bene, riposa la valigia un po’ più in là, finiscono la culla, manca il materassino. Non ha importanza, lo recupereremo. Dormirà con noi nel letto i primi tempi. Che con la scusa del latte, della comodità, sarò la chioccia che sono sempre stata.
È un attimo caldo, è come fare l’albero di Natale, la festa dei bambini attorno, il gesto che da utile diventa rito. È materia che diventa storia. Perché è solo un giorno più tardi, è soltanto domani, che nascerà la piccola. Non lo sai, ma domani a quest’ora lei starà per nascere. Bevi la scena di una cullina che prende forma, e ti fa tenerezza. Addomestica quella valigia blu che poi ci infileremo sotto. Per sfilarla, poche ore dopo, metterla in macchina, mentre la vita ci porta via. Ma ancora non lo sai.
E adesso torna buono, quel mio restare ferma sul letto, stare a guardare come la montavano. Esserci. Torna buono, adesso che la sua piccola storia è finita.
Mentre è già fuori, sullo stendino, il suo paracolpi giallino, la tendina, il lenzuolo. Cacciaviti aspettano il colpo: allora la scatola tornerà pezzi sfusi, linee da intersecare, incroci di sbarre ai lati. Cercherà altri muri, altre storie. Altri occhi che ancora non vedono. Madri chinate nelle ore fatte sue, altre canzoni, altri quadri appesi intorno come luminarie.

Ora conosco il perché degli oggetti, delle cose: sono il tangibile del ricordo che sfuma. Vassallo di un tempo che non tocchi nemmeno se allunghi la mano. Sono promesse.

Qualcosa di nuovo?
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