Maternità

Stagioni

P1060415_wprCi sono giorni come questo – non dirlo a nessuno – che ti metto a letto e invece di sentirmi sollevata, di librarmi verso la mia ora di autonomia adulta, mi rigiro nei minuti, una bestia d’insonnia nel giorno. Non trovo posizione. La tua assenza mi fascia le mani, il tempo senza di te sembra un’attesa.
Fuori si affaccia la primavera. L’ho sempre amata, per la sua luminosità, il velluto che porta, che porta via il raschiare dei rami paralitici spinti nel freddo. L’ho sempre odiata, una stagione che finge verità, luce, calore, e invece mente: pelle d’oca e polsi che tremano, fuori da maniche tirate su. Biciclette che tentano i prati, fanghiglia che inzuppa i calzoni. Sta arrivando la primavera, e, per la prima volta, non sono pronta.
Ieri ho visto i primi fiori azzurri, quelli minuscoli, che sfuggono gli uomini in corsa, e cercano madri lente come la tua, indaffarate a passare un’ora al parco, spingere un passeggino, scalciare un silenzio opaco. Tornando da scuola, presi i tuoi fratelli, la luce era ancora alta, forte, vigorosa. I giochi si animavano di teste arruffate, di nonni che implorano i nipoti Allacciati il giubbino! Ho allungato il passo, tu lì sotto nel tuo nido rosso a tre ruote, loro dietro, davanti, disordinati come fossero dieci, un zigzag di piedi e parole, stralci da inseguire fino al prossimo attraversamento. Musi addomesticati da una battuta allegra, poi ripiegati per un segreto che non svelano, l’offesa di un amichetto, il pudore di uno sbaglio, o il semplice malumore che a volte gli tocca in sorte.
Ho pensato mi va bene che non chiedono, gli offro una merenda, anelo alla nostra cucina, loro abboccano senza storie. Non sono pronta per stare in mezzo al mondo, questa volta. Non ho fretta di svernare. Voglio prenderli a scuola, attraversare i giardini, la strada e via, infilarci nel cancello, e dentro. Dentro come una storia, come in un libro da leggere. Scivolare nella penombra che diventa buio, scivolare via, scuotere le scarpe dalla terra, mettere i berretti sul calorifero, appendere i giubbotti. Lavare le mani dei bambini con l’acqua tiepida, infilare le calze calde. Confondersi sul sofà, gobbe di teste, gomiti e baci sotto la coperta nera.
Non ho fretta per quell’estate espansiva, estroversa, che d’abitudine mi stanava con meraviglia.
Fa uno strano effetto, questa solitudine. Né buono, né malvagio. Fa uno strano effetto, averti. Sguazzare in questo lido, angusto e quasi sufficiente, di amarti.

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