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Maternità

Se decidi di restare a casa

SCEGLIERE DI RESTARE A CASA È UN PRIVILEGIO ANCHE SE SCLERERAI. È UN DONO ANCHE SE A VOLTE NE FARESTI A MENO. È UNA FATICA EPPURE TI RIEMPIRÀ DI LEGGEREZZA. È UNA PAURA PER UN DOMANI, EPPURE SARÀ VALSA LA PENA.

 

Il tuo congedo di maternità sta per finire.

Hai un piccolo, minuscolo sollievo al pensiero di rientrare nel mondo adulto del lavoro. Ti prepari. Nei fatti e nelle intenzioni. Ti prepari perché è una cosa che non si discute: hai sempre lavorato, sempre lavorerai.

Poi una mattina ti tieni addosso tuo figlio, è mogio, ha due linee di febbre. Ti chiama senza sosta e tu sei lì, sei tu, sei questa. Ti figuri il tuo posto in ufficio, il tuo posto a casa: quello chiunque lo può prendere. Questo lo puoi occupare solo tu. E adesso ti sale un dubbio come una lacrima sfuggita al controllo: è davvero così ovvio che io me ne vada?

Apprezzo sempre quell’istante e quelle donne che si fermano. Si interrogano.

Non mi piace nemmeno ripeterlo, che noi abbiamo gli stessi diritti degli uomini, capacità diverse, su certe cose migliori. Ma è anche vero che il privilegio di essere madre è solo nostro: e se fosse – anche questo – un diritto?

Ci sono cose che devi sapere, prima di scegliere.

Devi sapere che spesso è una questione di bilancio economico, e devi sapere che spesso non lo è.

Che se resti a casa non guadagni soldi, ma in effetti guadagni ciò che spenderesti se mandassi il figlio al nido o avessi una colf, una babysitter, una seconda automobile. Il tuo stipendio uscirebbe come è entrato.

Devi sapere che lasciare un lavoro che si ama è diverso da lasciarne uno che non gratifica. E devi sapere che – sotto sotto – sarà comunque difficile perché fa paura pensarsi senza. Molte si precipitano a giustificare: “Devo lavorare, per forza, se no come facciamo?” Non hanno fatto i conti. La verità è che ne hanno bisogno come persone.

Devi sapere che ci vuole coraggio per lasciare il piccolo. Ma ci vuole molto coraggio anche ad ammettere questo bisogno. E, molto, ce ne vuole per restare.

Che se scegli di rimanere con lui

vivrai in un mondo incantato, eppure a volte pagheresti per tornare al pianeta terra.

Che avrai una seconda infanzia, un tempo-non-tempo scandito da riti e sciocchezze, ma spesso vorresti la matematicità salvifica di una scadenza. Ci saranno giornate intere senza uscire di casa perché alla fine chi-te-lo-fa-fare. E per la stessa ragione a mezzogiorno, a volte, sarai ancora in pigiama. Spesso le sole parole adulte le scambierai col panettiere, e poi assalirai il marito la sera. C’è anche l’alternativa di parlare da sola: io l’ho sempre fatto. Ogni gesto che farai, ogni luogo che deciderai di raggiungere, avrai tuo figlio con te come uno zaino cucito a pelle.

Le giornate si distingueranno in buone e cattive in base a: quanto ha mangiato, quanto ha dormito, quanto ha pianto. Quanto ha obbedito. Se sei riuscita ad andare in bagno da sola, se ti sei sentita una buona madre, se ti è venuto in mente un sogno o un progetto che culli accanto a lui perché in fondo essere solo mamma comunque non basta mai, o se oggi quel bisogno non l’avevi, e hai danzato senza sosta nella tua intimità con lui.

Tu ammortizzerai ogni suo malanno o imprevisto, certe ore la solitudine ti squarcerà senza sconti.

Devi sapere anche che sbaglierai sempre: se ti prendi uno spazio, pretendendolo. E se ci rinunci, immolandoti. Nel primo caso sarai egoista. Nel secondo sarai una mamma che “ama troppo”. Che fuori non avrai mai la risposta giusta, quando tutti strabuzzeranno gli occhi “ma come, non lavori?”. E infinite volte dovrai calciare indietro il pallone infausto del nido: “Ma come, non va al nido?”

Che l’indipendenza economica è un concetto relativo. Che ti farai un mazzo tanto, ma tanto, che nulla ha da invidiare a chi lavora, al marito che va in ufficio.

Se indipendenza, potere e responsabilità sono concetti legati, la madre casalinga è dipendente dal marito quanto il marito lo è da lei:

senza di lei non potrebbe provvedere al bambino e alla casa. Si tratta solo di suddivisione dei ruoli, di come quella mini-macro-struttura che è la famiglia ha deciso di organizzarsi.

Devi sapere che qualcosa di te riecheggia sul fondo, e ogni tanto dovrai darle ascolto. Che sarai lì in tutte le prime volte di tuo figlio, ma poi arriverà la tua, di prima volta: quando lui sarà cresciuto, e tu potrai tornare a te stessa. Aver lasciato il tuo impiego può significare una grande fatica a rientrare nel mercato del lavoro. Oppure reinventarsi.

Ma soprattutto sappi che ti verrà un groppo gigantesco in gola, quando l’ultimo dei tuoi figli andrà a scuola. È il segno evidente che hai fatto la scelta giusta. Giusta per te.

Scegliere di restare a casa è un privilegio anche se sclererai. È un dono anche se a volte ne faresti a meno. È una fatica eppure ti riempirà di leggerezza. È una paura per un domani, eppure sarà valsa la pena.

Qualcosa di nuovo?
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Commenti 12

  1. Chiara

    Che bello questo Post, tutto vero. Sai, il fulcro centrale credo sia una tua frase che magari invece ad altri scorrerà via veloce: lasciare un lavoro che si ama è diverso da lasciare un lavoro che non ci gratifica. Ecco, io ad esempio credo che se fossi stata centrata su un ruolo che sentivo mio, su un lavoro che prima di essere un lavoro era passione e mi rappresentava, non lo avrei mai lasciato. quando fai qualcosa che non ti gratifica, e spendi soldi per delegare la crescita di un figlio, e per di più ti perdi tutte le prime volte, te lo chiedi per forza: ma chi me lo fa fare. E non puoi nemmeno risponderti “l’amore per il mio lavoro”. Quando non lavori nei momenti di scaraggiamento ti dirai sì , ma chi me l’ha fatto fare (proprio ieri ho detto: ho voglia di andare in ufficio e uscire alle 18, per dire) ma sono attimi, è la rabbia, la solitudine e la stanchezza che te lo fa dire. Perché lo sai, di essere bel posto giusto. 😘

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      Maddalena Capra Lebout

      E’ un post cui tengo molto. In cui sono riuscita a dire tutto quello che volevo dire, sotto tanti aspetti. Quello che ha toccato te non l’ho messo per fare la lista completa: l’ho messo perché tutti i punti descritti sono cose che penso. Io odiavo il mio lavoro. Forse non avevo nemmeno la garanzia che avrei amato da subito e alla follia mio figlio e stare a casa, ma non c’era gara. Grazie Chiara, le tue osservazioni sono anche le mie 🙂

  2. Impe

    Tra qualche mese sarò in congedo di maternità e non vedo l’ora!
    Non solo per il piccolo che sta per arrivare, ma per stare anche più accanto al fratello grande che inizierà la prima liceo, quello di mezzo che sarà in seconda media e quello, che ancora per poco, è più piccolo che farà la quarta. Insomma: tornerò ad essere ‘semplicemente’ una mamma.
    Lo so che non sarà per sempre – perché quando uno ha un’attività in proprio è come se avesse un altro figlio molto più ingombrante, molesto e pretenzioso di quanto non lo siano quelli in carne ed ossa.
    In ogni caso vale la pena scegliere: per la propria famiglia, per sé stessi e la propria sanità mentale.
    Non c’è una scelta giusta: c’è LA scelta, quella che ti permetterà di andare a dormire e sapere che, quando ti sveglierai, sarà per fare quello che più ami.
    Grazie per i tuoi splendidi pensieri, Impe

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  3. mammachebrava

    Hai perfettamente ragione… leggevo il post e sembrava di leggere la mia storia, i miei pensieri e le mie sensazioni vissute in questi anni, dal momento che sono diventata mamma ed ho lasciato il mio lavoro che amavo tanto ma che allo stesso tempo non mi gratificava per varie situazioni! A volte basta solo un pò di coraggio, e alla fine pensi che davvero puoi “inventarti” un lavoro… magari a livello economico é quasi zero ma il mio blog è un ottimo passatempo, é uno sfogo per me… é un mezzo per condividere la tua esperienza pur stando lontana e soprattutto a casa! I momenti di scoraggiamento ci sono eccome anche per me… quante volte desidero andare a lavoro anziché stare a casa, ma poi mi fermo e penso alla mia scelta iniziale… va bene così ho scelto di essere prima di tutto mamma!
    grazie per il tuo post

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      Maddalena Capra Lebout

      Grazie, mi fa molto piacere sentire di altre che hanno fatto questa scelta e che capiscono le verità che stanno sotto. Un blog, per esempio, secondo me è già moltissimo (lo dico per quelle assidue lavoratrici che ci immaginano massaie nullafacenti), ma soprattutto qualunque sia la scelta, la motivazione deve tener conto anche del sentimento, di ciò che ci fa stare meglio, oltre alle contingenze e agli aspetti “tecnici”. Un abbraccio!

  4. Anonimo

    Stupendo, stupendo stupendo! Dai voce a pensieri che sono anche nella mia testa e, come al tuo solito, li esprimi in modo impeccabile ed emozionante. Ci vuole coraggio a scegliere, qualunque scelta si faccia, nonché ad ammette il perché della nostra scelta, ad esternarlo. Perché tanto qualcuno avrà sempre da criticare. Quanto all’indipendenza economica, per me è essenziale, perché vedo troppe donne abbandonate dopo anni dal marito, in difficoltà, pentirsi. Non di essere state con i figli a tempo pieno però, ma della fiducia accordata al partner. Ed è tutto dire! Verissimo, poi, che il partner dipende dalla donna casalinga quasi quanto viceversa. Il problema è che spesso gli uomini non ne hanno consapevolezza e dunque non riconoscono i meriti alla donna. Mio marito, ad esempio. In queste settimane di ospedale, si sta rendendo conto, almeno in parte, di cosa significhi stare dietro a tutto, lavoro o non lavoro.e non è un male.

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      Maddalena Capra Lebout

      Grazie, ciao Giulia carissima, ti penso ti penso ti penso! So che tu sei una donna molto autonoma, adesso mi piace immaginarti rallentare, con quei fagotti che… come stanno? Tuo marito comincia ad assaggiare quella libertà/solitudine di chi è responsabile da sé di casa e figli, hai ragione. Spero non vi affanniate troppo, né tu lì, né lui a casa, che siate pronti per unire di nuovo presto le forze perché ve ne serviranno molte 😉 Grazie per le tue parole, ho cercato di metterci dentro tutto, in questo post, mantenendo chiarezza. :*

  5. massimolegnani

    non è una scelta facile, anche prescindendo dall’aspetto economico.
    il rischio è quello di chiudersi in un mondo gratificante dal punto di vista affettivo ma dai confini limitati.
    e poi non so quanto sia un bene (per il bambino, soprattutto) un legame madre/figlio totalizzante e simbiotico.
    d’altro canto ricordo alcune infermiere con cui lavoravo, lo sforzo che dovevano fare ogni mattino per staccarsi dal proprio figlio
    (“credo sempre che stia dormendo quando esco, eppure come arrivo in giardino lui è già lì sul balcone a chiamarmi disperato”)
    ml

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      Maddalena Capra Lebout

      Infatti è così: è una scelta difficile non solo da prendere, ma anche da mantenere. Non scegli una volta per tutte, scegli ogni giorno. Quando ti saltano i nervi e invidi il marito che stacca, va a snervarsi magari anche lui, ma almeno cambia sapori. Quando ti senti sola e parli a un elettrodomestico. Quando ti chiedi cosa resterà a tuo figlio di te, cosa dirà quando cresce: “Mia mamma è…” E’ cosa? Personalmente trovo che l’aspetto più difficile sia proprio l’identità. Chi lavora fuori casa deve “dividerla” tra casa e lavoro, chi sta a casa deve sapersi anche altro dalla madre che è.

  6. Elisabetta

    Allora non solo l’unica a parlare da sola!!! 🙂 Io lavoro in proprio e faccio la mamma, due cose difficili da conciliare perché non è facile spiegare né al Cliente al telefono che il tuo bambino deve fare la pipì (proprio in quel momento), né al tuo bambino che deve stare un attimo buono perché la mamma sta finendo un lavoro (urgente, tanto per cambiare)… con due bimbi, poi, le cose si complicano… sclero è un eufemismo… controllo, organizzazione e piano B/C/D molto spesso vanno a farsi friggere. Ma la mia scelta l’ho fatta con il cuore, più che con la testa… e non mi aspetto che tutti la comprendano.
    Hai scritto un articolo bellissimo, che abbraccia tutte le mamme, che lavorano a casa, che lavorano fuori… che lavorano SEMPRE, sclerando, ma con il sorriso sulle labbra e con la voglia di sognare, nonostante tutto.
    Un abbraccio grande, Eli

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      Maddalena Capra Lebout

      Che bel commento, Eli! Trovo giusto fare anche io i complimenti e non solo riceverli 🙂 Hai colto in pieno lo spirito del pezzo, che ovviamente parte dalla mia esperienza, ma non voleva essere giudicante nei confronti di chi fa altre scelte. Capisco perfettamente le tue osservazioni, io sto investendo sulla scrittura e di soldi ne cavo pochi, ho poche scadenze imposte, molte invece me le pongo io, e allora non so mai se stringermi in un canto davanti ai figli, per dar loro la precedenza, o se posso difendere a spada tratta i miei bisogni laddove loro non abbiano impellente necessità di me. Ho mille sensi di colpa, come chi va in ufficio al mattino. Come ne abbiamo tutte. Lo ripeto: abbiamo un grande privilegio, siamo noi che partoriamo, in generale allattiamo, stiamo in maternità, ma purtroppo questo comporta anche una responsabilità di scelte difficili. Hai fatto bene a scegliere col cuore. Se si può, quello è l’organo che funziona meglio. Un grande abbraccio e grazie!

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