Maternità

Scusa

FORSE A LORO BASTA CHE LI GUARDI DI NUOVO E POI GLI PASSA IN FRETTA. INVECE VOGLIO SPIEGARGLI CHE HO SBAGLIATO, METTERE IL GIUSTO NEL GIUSTO, L’ERRORE NELL’ERRORE.

 

Laura insegue il caffè nella tazzina. Le scivolano gli occhi, scendono giù, lungo il minuscolo cucchiaio, mescola. Sono abbassati da un’amarezza, il senso di colpa di due parole.
“Ho detto scemo a Davide. Ieri.”

Il ragazzino si nasconde ai piedi del letto, rimpicciolito da quella parola di sua madre. Il cuore di lei si ritira, nascosto a sua volta. Due vergogne si giocano lo spazio esiguo di un errore. Poi lei si allunga, esce fuori, allo scoperto, da quella tana dell’orgoglio che in fondo mai ci salva: “Gli ho chiesto scusa” racconta. “Ho fatto male?”
Raccoglie i resti della crema dorata dai bordi. Io raccolgo quando è stato, di mille, troppe volte che ho sbagliato, quella più dura, aspra, tagliente.

Penso a quel giorno che era già estate, la prima estate in questa casa. Patrick piccolo, mia suocera a trovarci dalla Francia. Voleva portarlo fuori, con sé, ai giardini. Lui si ritraeva, minuto pugno biondo di capelli che né lei né io riuscimmo a schiudere quella mattina. Lei insisteva, voleva giustamente goderselo un po’. Ingiustamente si offendeva per il suo rifiuto. Io sulla soglia, il bimbo attaccato alle mie gambe solide: “Vai!” Io in mezzo, chi ferire dei due, verso chi di loro sentirmi in colpa?

Rimasi lì come un elastico vecchio: la pelle si screpolava, tirava, bruciava. Si spacca, di colpo, un suono secco, un’ascia sul tronco, esplodo: “Dentro, allora! Dentro!” Prendo mio figlio in braccio, uno scoppio urgente, rigido, duro, tra braccia di pietra. Lo porto dentro, attraverso il salone, la cucina, raggiungo il bagno di servizio.

Non ricordo le parole, ricordo quella pelle d’elastico rotta, in mille pezzi, la collera che monta in lacrime. Lui mi guarda tra i pianti, lo stipite gli è scudo e rifugio, le guance impazzano rosse. Non ho accontentato nessuno, abbiamo perso tutti. Incapace di schierarmi ho avuto bisogno che fosse colpa sua.

Spaventato, come quella sera che lo rimproverai nel suo lettino e lui scese e riordinò tutto, la testa bassa, obbediente, in silenzio come un soldatino: non per disciplina, ma per paura. Era troppo piccolo per molte cose. I suoi ritardi di sviluppo non li conoscevamo ancora. Era facile arrabbiarsi. È sempre facile. Quei due episodi rimangono così. Così ricordo: ricordo la battaglia, non la pace. Che, pure, di certo arrivò. A misura di bambino, della madre che ero. Piccola.

Ho imparato a chiedere scusa. In basso, accovacciata sulle gambe, gli occhi dentro a quei momenti rapidi di pupille che se non le prendi al volo già scappano. Perché forse a loro basta che li guardi di nuovo e poi gli passa in fretta. Sarah mi rincorre, a volte, supplichevole: “Mamma, non essere arrabbiata…”, poi vola su due parole che le dico, tra i capelli della Barbie dimentica.

Potrei farmelo bastare, così rimango Grande. Invece penso che la forza di un genitore non sta nella sua marmorea irremovibilità, voglio spiegargli che ho sbagliato, mettere il giusto nel giusto, l’errore nell’errore. Al suo posto. Insegnar loro il vero. Penso che scusa è un altro tipo di abbraccio tra madre e figlio, e non è detto sia sempre quest’ultimo a dover chiedere venia per qualche mancanza, per l’ennesimo sgarbo. Che non ha fatto male, Laura, che i figli imparano dai genitori, che se a un errore non seguono le scuse, si sbaglia due volte, e si perde tutti.

Qualcosa di nuovo?
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