Altre Verità

Ritornare

Seduta, di spalle.
Loro giocano con la pasta da modellare. Patrick mi ha battuto quattro volte di fila al memory. Fosse un memory mentale, una gara di ricordi disattesi, vincerei. Sarà che ho dormito poco, al solito. La casa di Milano puzzava di muffa, di chiuso. Il legno secco, le travi, i nodi, li abbiamo lasciati da poche ore. In macchina, tutti e cinque, i visi incollati ai finestrini. Ciao. I nonni sventolano mani bianche come fazzoletti. Un poco di colore nella vitiligine. Macchie scure, anche le mie, lenti rigate. Prendo quello che posso. Quello che è stato. Parto. Poi mi arriva addosso questa penombra incerta: c’è qualcosa di sinistro nel lasciare un’estate poco riuscita. Una rugiada sporca, terriccio. La nostalgia di ricordi immaginati, le tasche vuotate senza essersi davvero colmate, è un metallo opaco. Un gioiello di bassa lega. Forse non è nostalgia, la nostalgia delle aspettative.
Poi si atterra nelle stanze che sanno di chiuso, che hanno serbato tutto: il sole che volevi, chiacchiere molli intorno al tavolo rotondo, su quel tappeto di pelo, piatti sbeccati nella credenza lunga e chiara. Liquori che mio fratello ha stanato dal vecchio mobile del bar. Le chiavi sopra, occhiali mai usati, cellulari che chiamano parenti lontani. Giorni che stagnano in nuvole dense.
Isabelle per terra, pure, su quello stesso tappeto di pelo. Ride. Tende le braccia, punta i ginocchi. Ridiamo anche noi: gattona quasi. Sei mesi da pochi giorni: dove vuoi andare? Guarda, guarda! la inseguiamo, chiamiamo visi di stupore a raccolta. Candeline su una pila di kinder, Patrick che le spegne. Sei anni, sei anni! Un lampo di fossette ci scuce: lama sottile di gioia.
Si mescolano cose. Si incollano attimi avuti a momenti non raggiunti. Prese troppo deboli, pugni distorti dal reumatismo degli affetti.
S’incolla a queste mura il tempo, adesso, il cartellone ingiallito di uno spettacolo andato in scena a spalti vuoti. Sembra una pesca di quelle che vendono dure: la lasci nel cesto in attesa che maturi. Poi un giorno è già ammaccata, passata.
Lo sapevo, già raccogliendo quelle piccole cose che raccontavano mute: il ciuccio di Sarah da quel mobile bar, il pc dal suo scrittoio, i vestiti dalla loro cuccia di legno, odore di carta vecchia, secca di mille altri vestiti e soggiorni. La lucetta blu che ripongo in valigia, la coperta di pile. Giochi di bambini, ammennicoli. Disfare casa è disfare piccole storie. Una piccola vita.
Tutti e cinque nell’abitacolo, loro un po’ dispiaciuti per la partenza, e, pure, col mento agganciato alle prossime novità, le loro cose che tornano, i giochi rimasti in città. Io seduta, come adesso, le mani in una bolla di pensiero. Era questa, la mia occasione. L’estate che per un anno non ritorna. Era questa. E non è maturata.
L’ordinario verrà. Verranno foglie impastate nel fango. Alberi chini a cercare soli, teste e cappelli. Altri compleanni, la Sarah. Mia madre. Lei. Che si sarà staccata, da queste vesti intrise. Da queste liti sterili. Da fronti opposti su cui, per sempre, combatteremo. L’ordinario viene e scalza, gli oggetti quotidiani, baffi di yogurt da pulire, letti da rifare. Cambierà poco, ciò che è stato, a conti fatti cosa cambia? Nel cappottino che abbottonerò, nei sandali riposti in alto, nello sgabuzzino, maglie più calde, pantaloni lunghi.
Lo sanno loro, che modellano i giorni come questa pasta, che non s’imbrogliano le mani. Hanno collane con perle di legno al collo, adesso, scivolano per casa, vuotano il cesto bianco delle cianfrusaglie, disseminano piedi e piccoli dettagli. E in quei particolari fatti enormi dal mio osservarli, ho già smesso di contare. Lascio la burla di questa estate, una curva ingoiata dalla prospettiva. Scivolo anch’io, su questo grès, scivola l’acqua, ché fuori piove di nuovo. E mi sembra che non abbia più importanza.

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