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Maternità

Risposte

NON TUTTO NELLA VITA HA UN SENSO. MA NOI POSSIAMO DARGLIELO

 

Forse non lo sapremo mai.

Ti aspetti il grande oracolo, stavamo in quell’atrio come i turisti in attesa di infilare la mano nella bocca della verità, Sarah ha indossato la sua spavalderia, oggi, un altro modo di proteggersi, faceva boccacce nello specchio dentro quell’ascensore che ora sputa camici nel dopo pranzo. Mathias non ha pranzato affatto. Giulia è vestita bene, è una bella donna, giovane. Mi chiederò in più occasioni se abbia figli. Mi risponderò no, non li ha. Ogni volta.

A Sarah, che le si è affezionata, ho domandato “com’era vestita Giulia, l’altra volta?”

Domande appese a un lavandino mentre le lavo le mani, un gesto che facevo con lei tre anni fa, che faccio con Isabelle: forchetta, cassetto, mulinello! per farle incrociare le dita, poi passare i palmi uno sull’altro e infine girarle in modo da insaponarle bene.

– Ehmm… non mi ricordo. Ogni volta diversa!
– E tu, come ti vesti oggi?

Sai la bicicletta? La bicicletta è sempre una buona metafora per quei guadi che faticano, che affossano i passi. Sapessi nuotare userei le bracciate: il punto è che, non si sa come, quel gesto che non viene a un certo punto riesce, e stai su. In equilibrio su quelle ruote che ti parevano impossibili. Magari le viene in mente il vestito bianco, quello ricamato, oppure quello rosso di Hello Kitty.

– Quello verde.

Lo brucerò, quando la nostra, di bicicletta, starà su. Giuro che lo brucerò.

Abbiamo guardato quelle sciocchezze che guardi quando aspetti, un quadrato del controsoffitto che manca, due tacche di intonaco ripassate in un bianco diverso, il via vai nel corridoio. E poi ci hanno chiamati. Lei con Giulia, noi con Antonio.

Se basta questo, se posso contattarlo in caso di bisogno, è la prima domanda che pongo, la prima di una lista che affolla un intero A4. Mi piace che lui sia seduto con la schiena appoggiata allo schienale, gli vedo una disponibilità che accomoda la mia urgenza. Non si sottrae ad alcuno dei miei dubbi, hanno capito alcune cose, si sono “già fatti un’idea”, solo che le risposte sono risposte da cartomante, più amore, più coerenza, rassicurare. Scaviamo nelle cause possibili e non c’è una trincea chiara dove è partito il primo attacco: se una bambina ha bisogno, è la relazione che ha bisogno.” Chiede due cose a Mathias poi torna su di me: ogni volta che mio marito si sposta avanti e indietro su quella sedia alla mia destra la luce accecante della finestra mi arriva a flash, come quelle dei lampioni in autostrada, delle luci in galleria. Ogni volta che emerge una piccola ombra Antonio spara il faro delle domande dritto nei miei occhi stanchi.

Mia figlia ha paura di perdermi. La diagnosi è semplice. Va dai nonni volentieri, anche in questi giorni assurdi, eppure in casa deve avermi per sé, sempre. Sempre. Sempre.

Sorrido.
Che mia figlia adesso ha un bisogno fortissimo di me e di rassicurazione l’avevamo capito. Lo vedo.

Quale bambino in difficoltà rimane autonomo e spensierato? Chiunque accresce la ricerca di mamma. Forse non smettiamo nemmeno da adulti. Mia madre e io superiamo valichi costruiti in anni, in pochi giorni nei quali rinasce un’unione ancestrale. Con lei, con mio padre. Con chi amiamo.

Cambiamo forma, quando siamo in difficoltà, diventiamo rigidi dentro e, intanto, fuori si scioglie la pelle, ci lasciamo guardare, attraversare nostro malgrado: la nostra pelle la cerchiamo nella pelle degli altri.

Mi chiedo se questo è il sintomo, o la causa. Capisco che non uscirò di qui con una risposta causale o pratica. Né un kit di sopravvivenza. Odierò Giulia quando dirà che forse sono contraddittoria nei gesti, quando osserverà “capisco che lei adesso si possa sentire una pessima madre.”

Questa però mi lascia salda, so di non essere pessima e nemmeno mediocre. Incrocio le mie dita e mi lascio descrivere impaurita. Sono una madre che si sveglia e le hanno staccato la luce. Le bollette le pagava con ossessiva regolarità, ogni tanto buttava una bestemmia per i rincari. Se no che devo dirti? Io canto. Lo sai che canto, Giulietta? Che tanto se devi pagare tanto vale farlo su do-re-mi-fa-sol. Anche se di certo qualche grande stecca l’ho presa. Qual è la stecca, adesso? Non mi vergogno ad avere paura, né a chiedere aiuto. Non ho neanche riserve a cercare i miei sbagli. Se quegli errori possono darmi risposta.

Ma intanto.

Intanto quella campana di vetro con cui vorremmo proteggere i figli la puoi anche fare d’acciaio. Il vetro tanto te lo ritrovi sotto i piedi, è quello, che ti frega. Io non so più dove camminare.

Il segreto è immedesimarmi davvero in lei. Rassicurare. Non urlare, non sgridare, non punire, non allontanarla quando fa una scena, non allontanarmi io. Tutte cose che faccio già. Sgarro al massimo una su dieci.

– Forse però la piccola sente la sua tensione.

Te l’ho detto, Giulietta: sono tesa. Penso anche che nessuna sarebbe disposta a diventare madre se le dicessero “non potrai mai e poi mai arrabbiarti né lasciare che si veda.” E invece è questo, il piano d’emergenza. Allungare ancora quel cuore materno che già arriva a stento. Perfezionare e perseverare.

Cercare risposte, pazienza, e intanto mettersi da parte: non sono mai stata così madre.

E mi dispiace se nelle braccia che la tengono durante una crisi vacilla il mio sorriso.

E mi dispiace se ho la bocca che si storta e lei non può vederla perché il mio viso è sulla sua spalla ma qualcosa le arriva lo stesso, il riflesso di una fatica che non ha pause.

Mi dispiace se anche questo concerto, come quello del concepimento, lo spermatozoo che incontra l’uovo, e poi s’annida e tutto si orchestra, richiede tempo, perché il mio corpo s’accordi al bene puro senza più dissonanze.

Ma intanto usciamo, passiamo di nuovo in quell’atrio coi pezzi d’intonaco meno bianco, con gli ascensori che adesso dormono. Con lo stesso tassello che manca anche a me: come quel quadrato nel controsoffitto.

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: ogni domenica una vetrina dei posts della settimana!

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Commenti 7

  1. katyonabc

    (parlo da figlia) L’interazione umana, compresa quella fra genitori e figli, è un gioco di specchi, è uno scambio costante di “energie” negative e positive. E’ un flusso infinito, come le onde, dove nulla è sbagliato e nulla è giusto: è semplicemente così come deve essere. Ognuno di noi ha una parte nella vita dell’altro per motivi che vanno al di là della nostra comprensione. I genitori non sono delle divinità e tutto ciò che possono fare è guardarsi dentro, accettarsi con amore e fare del loro meglio ogni giorno. I genitori ci forniscono gli ostacoli emotivi da superare e crescono insieme a noi. La buona notizia è che sono i genitori stessi a fornirci anche, in modo più o meno consapevole, gli strumenti per superarli. Non c’è mai una separazione netta fra le cose (buono, cattivo, giusto o sbagliato). E tu fai del tuo meglio. E voi supererete anche questa sfida. E io ti ringrazio perché ti racconti con onestà, perché sei vera e mi aiuti a capire.

  2. Elisabetta

    Non so di preciso quanti anni ha Sarah, ma se la fai scrivere? cantare? disegnare? Se provi in questi modi a farle tirare fuori quello che sente? Forse riuscirai a prendere il filo di questa matassa… non sono un medico, non sono nessuno… ma non ti suggeriscono nulla da fare oltre a non arrabbiarti con lei, di stare con lei, che OK, ci sta tutto, però… qualcos’altro??? Un’attività esclusiva con lei, magari con animale (cavalli? che infondono calma e curano anche altre patologie)…
    Per il resto sei da ammirare, sarai anche tesa ma sei una mamma forte! Un abbraccio Grande, Eli

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      Maddalena Capra Lebout

      Credo che quei “lavori” tipo disegnare e raffigurare siano limitati alle ore con la psico, per ora a noi non hanno dato alcun esercizio o attività pratica. Agli animali pensavo anche io, sai? Il problema è che ora come ora lei non è motivata a uscire se non per brevi giri qui intorno. Ci sono molte cose che la potrebbero attrarre ma è bloccata in questo momento, forse ci vuole più tempo, anche se chiudersi in casa rallenta ulteriormente le cose 🙁 Grazie Eli, ti abbraccio!

  3. Silvia Fanio

    Io temo che si sia innescato un circolo vizioso: lei ha paura di perderti, tu senti il fallimento come madre e ti agiti, lei percepisce la tua tensione ed ha paura che tu sia arrabbiata con lei ed ha ancora più paura di perderti e così via.
    Rilassati, sono cose che succedono.
    Tu ami tua figlia. Questo è quello che conta.
    Andate in vacanza, chissene se farete tappa ad ogni autogrill. Vivi tutta la tua famiglia, non solo lei. Ma falla sentire speciale nelle piccole cose: un bacio la mattina quando vi svegliate, una carezza quando gioca.
    Dille “ti voglio bene” quando senti che glielo devi dire. Che sia mentre sta mangiando o quando gioca o quando si lava. Glielo devi dire con tutta te stessa: non solo le parole, ma un gesto spontaneo, una carezza…
    Sei un’ottima mamma.
    Ascolta il tuo cuore e fallo battere con il suo. E si risolverà tutto!
    Un bacio grande a tutte e due!
    P.s. punta sull’empatia. Raccontale che anche tu avevi paura di perdere la mamma e di come hai superato la tua paura. Falla sentire amata cercata, voluta e, soprattutto capita. 😘

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      Maddalena Capra Lebout

      Ti ringrazio, Silvia, ma temo che sia parecchio più complicato di questo. Il circolo vizioso, per esempio, non mi vale a spiegazione: lei ha avuto un’esplosione di sintomi ben prima che la loro durata ed esacerbazione creasse in me tanta tensione ed esasperazione, le quali, comunque, trattengo al massimo (con dispendio enorme di risorse). Fin da subito le sue reazioni ai sintomi fisici sono state smisurate, e in ospedale (dove si sentiva sicura e protetta e dove aveva la nostra massima cura ed empatia) sono arrivate agli eccessi. Proprio perché non era più stimolata a vincere le sue paure. Ho sempre dato molto più di un bacio al mattino, e momenti intimi, esclusivi. Forse più a lei che agli altri, rispondendo a quella sintonia che da sempre ha caratterizzato in modo particolare il nostro rapporto. Credo che gli errori stiano da un’altra parte, e continuo a trovarli insufficienti a spiegare un quadro del genere. Non lo dico per difendermi, lo dico perché non capire mi fa sentire impotente, mi crea mille dubbi. L’empatia adesso richiede molta più fatica perché lei si serra in atteggiamenti provocatori, aggressivi, ma io la cerco con tutte le forze. Apprezzo i tuoi consigli, e in vacanza in qualche modo ci andremo: ma tu hai idea di cosa voglia dire avere una figlia che strilla per ore di fila piangendo perché “ho nausea, mi scappa la pipì, non ce la faccio più!” e magari sei in coda, Mathias guida, Isabelle si spaventa per la sorella che urla, io passo il viaggio girata indietro a far giochi che li intrattengano. E poi, una volta là, per ogni uscita sentirla dire “io non voglio” e poi vederla che si butta a terra, gli altri che aspettano. Le ore che passano. E poi? La porti fuori a forza? Passi le vacanze in casa? C’è una grande, enorme distanza tra la teoria e la pratica, tra le buone intenzioni e la vita concreta: una distanza che ha bisogno di strumenti, terapeuti, tempo. Una distanza che l’amore non basta a coprire.

  4. Elena

    Non ti conosco eppure ogni giorno vengo a leggerti per vedere se ci sono delle novità. …non posso immaginare il tuo stato d’animo, certe cose o le vivi o non puoi capire… penso a te e alla piccola. Un abbraccio

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