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Maternità

Quando un figlio cresce

IL GIORNO CHE LASCI TUO FIGLIO A CASA DA SOLO È UN’INCREDIBILE RIVOLUZIONE

 

dsc01185_cut_wprnI bambini crescono in fretta, è sotto gli occhi di tutte. Però sono come gli alberi, un anello dopo l’altro, non te ne accorgi, guardi certe grandi tappe, ti inorgoglisci, celebri. La prima volta che dicono mamma, che muovono un passo, che mangiano a tavola senza un seggiolone. Le prime volte. Eppure certi scatti sono sradicamenti profondi. Conquiste che lasciano muto l’altro commensale, servi a tavola e improvvisamente non sei più indispensabile.

La prima volta che ho lasciato Sarah a casa da sola non aveva ancora sei anni. Suo fratello era all’oratorio estivo. Faceva un caldo torrido. Lei è seduta in salotto, salta su come un piccolo entusiasmo.
– Mamma, posso restare a casa?

Ho pensato a che età si può fare. Che io esco e un figlio non viene. Che non c’è papà, non c’è un vicino amico, un nonno. C’è una tv spenta che posso metterle, dirle stai qui e non ti muovi, per sentirmi tranquilla. Oppure “no”. Dirle “no”.

Ho pensato alla sua testa piena di cose, al modo in cui fa la mammina con la sua sorella piccola. Ho pensato a tutte quelle volte che mi dico una cosa, nella testa, mi si formula una frase, un’osservazione. E prima che io stessa la pronunci lei dice esattamente quella stessa cosa. E io rido e sono fiera. Perché rivedo quella simbiosi che abbiamo avuto per anni. Perché anche se nessuno dei miei figli mi somiglia davvero quando le vedo un pensiero che è il mio, quando mi precede in un gesto nostro, io so di essere nel mondo anche attraverso di lei. E mi sembra meraviglioso.

Così le dissi ok. Sapevo che era pronta.

Fu la prima volta. Andare e tornare dalla parrocchia erano dieci minuti. Non di più. Sei sicura, sì?
Gliel’ho chiesto almeno tre volte.

Mi sono assicurata che non facesse niente, non si muovesse da quel divano. Le ho acceso la tv, ho scelto con lei cosa guardare.
Quando è stato il momento di chiudere la porta ho abbassato la maniglia, impugnato le chiavi. Sono rimasta un lungo minuto a chiedermi se fosse meglio chiudere a chiave. Poi ho dato due giri.

Quei dieci minuti furono meno di otto. Mi sbrigai.

Arrivando, da fuori, parlavo con suo fratello e la sua sorellina che ovviamente avevo portato con me. Parlavo nell’intenzione involontaria e inevitabile di farmi udire, di rassicurarla che stavamo arrivando.
Aprii la porta. La ritrovai esattamente come l’avevo lasciata. Serena, sorridente. Perfino fiera. A volte sono le madri, che faticano a crescere. Che cercano rassicurazione.

Avevamo fatto una grande, enorme cosa. Non sapevo se chiamarla conquista. Sapevo che avevo, senza dubbio, creato un precedente.

Da otto anni porto con me i miei figli. Ogni volta che esco me li carico tutti e tre. Ogni volta che uno è malato chiamo qualcuno che vada a prendere gli altri a scuola. O qualcuno che resti con lui a casa. Questo, non lo sai, ma è un po’ come dire che sono tuoi.

Il giorno in cui cominci a ragionare per te, uscire chiedendo chi vuole venire. Il giorno in cui vai a fare le tue piccole cose, dal panettiere a prendere due ciabattine, in farmacia, a scuola. Quel giorno sembra quasi innaturale, è un’incredibile rivoluzione. È due vite che si separano. Sei di nuovo una donna autonoma, con un figlio che è una realtà diversa. Che può pensare come te, somigliarti, cercarti, volerti. Ma ha una sua personale, unica, individuale realtà. Che non ti appartiene.

Qualcosa di nuovo?
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Commenti 4

  1. Dindalon

    Penso che siano stati gli otto minuti più lunghi della tua vita! Scherzi a parte, hai avuto coraggio ma, soprattutto, una grande fiducia in lei che sarà stata molto orgogliosa di sè stessa. Credo proprio che conquista sia la parola giusta.

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      Maddalena Capra Lebout

      Sì, è stata un’uscita piuttosto frettolosa! E’ anche liberatorio poter uscire senza un figlio, ti dico la verità: ma siamo ancora in rodaggio, uscite lampo, mille raccomandazioni, e non posso dire di essere del tutto spensierata 😉

  2. Mamma avvocato

    Ecco, io ancora questo coraggio non l’ho avuto, al massimo vado a buttare la pattumiera! EPoure ho pure i suoceri che abitano al piano di sotto! comunque credo di capire di cosa parli, nel finale. E temo che non sarà facile da accettare, anche se semplificherà la mia vita e la loro, in parte!

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