Maternità

Quando l’amore bastava

Sono passata accanto al grande prato dei piccioni. È una mattina forata dall’appuntamento col pediatra, il primo controllo della piccola. La borsa del cambio in spalla, la cartella clinica, vecchie abitudini che ritornano. Gesti consueti lasciati indietro come passi.
C’è un’aria tesa, ancora fredda, sfida i fiori gialli che trapuntano la primavera. La testolina di Isabelle ciondola coi suoi capelli scuri, facile preda del vento. La mia dondola forte e fragile, spinge lo sguardo su quella distesa: ci hanno fatto un recinto, proprio nel mezzo. Dove la terra declina, lenta. Attorno, lo spazio è rimasto com’era: grande come il nostro tempo, quei giorni che Patrick e io ne eravamo i padroni assoluti.
Aveva urgenza di andare fuori, la fretta nelle gambe, uscivamo così, anche alle otto del mattino, senza programmi, senza meta. Senza la mano nella mano, spesso, libero nei prati, che l’avrei detto audace.
Qualcuno diceva di fare attenzione, che i piccioni portano malanni: a noi i malanni sarebbero arrivati a stare chiusi in casa. Lui correva, li inseguiva, rideva a vederli spiegare quelle ali grigie, mettersi in fuga per un nonnulla. Si sentiva forte, regista, per così poco, di così tanto. Io restavo, lo inseguivo con la vista, ridevo a vederlo sgranare occhi ed energia, tutta l’energia che aveva, raccolta e poi esplosa in pochi, semplici gesti goffi.
Ripenso a quei momenti, stretta ora nel da farsi. Un anticipo insolito, oggi, un giro largo in attesa dell’appuntamento. Io, che ho il tempo spigoloso, mal cucito in queste settimane: avaro, spesso, stridente sulle aspettative. Largo, scomodo, altre, quando la piccola mi impone attesa, cambiarla, allattarla di nuovo, aspettare che dorma, sedare un altro pianto.
Accordarsi a un nuovo respiro richiede pazienza. Sacrificio, fiducia. Sapere che nulla si perde, imparare ad abitare le ore. Come quelle mattine, in fondo come allora, quando l’amore bastava, bastava stare al bordo del prato, non sempre protagonista: sul ciglio di quella vita folle e bambina che si gloriava di così poco, di rincorrere piccioni e poi, guardandoli partire, attenderli dal loro volteggiare confuso. Sapendo che sarebbero tornati nell’erba, di lì a poco. Sapendo che tornavano, sempre. In un gioco infinito.

P.parco_w

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