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Maternità

Quando il gioco si fa duro…

L’IMPORTANTE È RIDERE

 

Non è che preferisco le sue sorelle: è che con Patrick giocare è impossibile.
Devo ripetermelo più e più volte per slacciare i sensi di colpa. Perché “Sarah, facciamo una partita a memory?”, “Isa, vuoi che prendiamo il domino?”

E lui: mai.

È che il ragazzo ha una cattiva digestione delle sconfitte. Qualcuno direbbe che è molto sensibile al gioco: io dico che semplicemente s’incazza.

Allora te lo prendi quando fa quel suo viso docile, pensi magari oggi gli gira giusta, magari è cresciuto dall’ultima volta (tre giorni fa) e adesso te lo godi che sparpaglia carte e ti cede pure una mano.

E invece: no.

Alle prime avvisaglie sta già scricchiolando sulla panca. Ancora prima, mentre distribuisci le carte e lui si premura di dichiarare “comincio io”, la sua seconda verbalizzazione è: “Tanto lo so che perdo.” Una bomba di fiducia e ottimismo. Al che rimpalli

ma chi se ne frega, l’importante è che ci divertiamo.

A due minuti è già in piedi, se ne va, prima lancia i cuscini del divano, poi lancia sé stesso. Grida sparse ad libitum.

E appare subito chiaro che no: non ci divertiamo.

Quindi.

Quindi di solito lo riprendo, lo calmo, poi però no, hai nove anni-e-che-cazzo, poi propongo un’altra cosa, poi ottengo, al più, che ripristini il salotto saccheggiato.

E così oggi raccolgo il suo suggerimento: fare un gioco “che non si perde.” Non mi è ben chiaro come sia possibile, dal momento che perfino quando da piccolo impilava da solo tre mattoni di lego, bastava che uno dondolasse e per lui era sconfitta. Ma m’ingegno.

– Dammi un foglio e una penna, dai, che ci facciamo l’impiccato.
Traccio quattro linee, mi guarda: – Cioè?
– Eh, cioè muori, ogni volta che sbagli una lettera faccio un pezzo del corpo, finché ci rimani.

E in effetti mi avvedo dell’orrore della cosa: va insieme al macabro di principesse orfane e quasi uccise, di matrigne bastarde, di orchi e via dicendo. Solo in forma più interattiva.

Patrick capisce al volo, e mi parte con un vocabolo che vedi l’inizio e poi un trattino, e un altro, e un altro, e insomma alla fine era centrifugazione. Perché tra i difetti che non ha c’è l’ignoranza. Per non essere da meno ribatto con una M e trattini, trattini, trattini, e quando sbordo per finta stiamo già ridendo. Solo che “metropolitana” non gli viene, l’omino sospeso è già arrivato alle gambe.

– E se non indovino?
Perdi. Ma no, non ti preoccupare. Se finisci il corpo ti faccio il pisello.
– U.
– Nemmeno. Ti faccio il cappello.
– B.
– Ecco la cintura.

Quando tocca a me indovinare anche lui è generoso, mi salvano un cappello, un paio di guanti, le scarpe.

Abbiamo omini sospesi sempre più coperti ma ancora vivi.

Sull’ultimo giro e all’ennesimo errore azzarda: “Zeta.”

– Facciamo che non l’hai detto.
– Perché?
– Perché comincia a morire di caldo.

L’unico modo per farlo partecipare è questo. L’importante non è vincere: è ridere.

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: a caso, quando capita, una vetrina degli ultimi post!

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Commenti 2

  1. Diana

    Un tuffo nel passato ☺️.
    Anche la mia treenne non ama le sconfitte, a volte cerco di farla ragionare, altre volte la “giustifico” perché piccola, altre volte ancora la faccio vincere per disperazione

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