Maternità

Quando abbiamo imparato a ridere

Sarah mi porta il libro di Tonino sognatore, un cubotto con le pagine spesse di cartone, stretto e già piccolo nelle sue mani che crescono: legge con me – ha deciso –, balza sulla coperta blu del lettone, mi viene accanto in questo nostro appuntamento per la buona notte.
“Pimpa e il fungo sognatore”: il fungo sorride sulla copertina, la Pimpa l’osserva con la solita lingua fuori, i pois rossi, le orecchie lunghe. È la storia di Tonino, funghetto distratto che ha perduto il cappello. Io leggo, declino la voce, cambio espressione a seconda dei personaggi. Sarah ascolta, ha i piedi incrociati, arrivano a metà delle mie gambe, distese, accanto alle sue.
Tonino è offeso, la Pimpa l’ha scambiato per una patata: “Scusa, non ti avevo riconosciuto. Tutti i funghi che conosco hanno il cappello.”
Un fungo diverso, perso nei suoi pensieri…
Chissà se lo sente, Sarah, che mentre leggo e mi curo di non tralasciare nulla… mentre recito e l’aggancio come un prestigiatore, gli occhi si disfano.
Patrick amava questa storia. L’ama anche lei, forse, magari sempre, oppure solo stasera. Lui la scelse per lunghe settimane. La mia voce s’era inciampata un paio di volte e neanche se n’era accorto. Poi la Pimpa aveva fatto un cappello nuovo a Tonino, con la plastilina blu. E in groppa l’aveva riportato nel bosco a cercare la sua mamma. Un canarino trovò il cappello originario e glielo restituì.
“E adesso cosa te ne fai di due cappelli?” chiede la Pimpa. Tonino tiene quello che lei gli ha fatto: “E quello rosso te lo regalo!” cantileno con voce nasale.
Il caso sciocco, la burla di una mamma che movimenta una lettura stupida: Patrick scoppia a ridere, improvviso come una piccola felicità, il fragore di una grandinata mi rimbalza addosso illuminando il suo visino spento e tutta quanta la stanza. Io gli rido insieme, penso che abbiamo scavalcato un mondo intero, un silenzio, la sua preferenza per papà, le orbite distanti in cui gravita anche lui come Tonino.
Presi ad amare questa storia. Sempre, non solo una sera. Era la storia di un riso. La storia che lui voleva leggere con me. La mia prerogativa.
Le pagine scivolavano tra le dita, il racconto procedeva. A due facciate dalla fine, già molte righe prima di quella battuta, s’affacciava il riso. Si sentiva il suo respiro affannarsi, impaziente. Il mio presto seguiva. Quando, trattenendomi a stento, arrivavo alla fine: “E quello rosso… te lo regalo!” eravamo già in braccio al chiasso, le guance vivide, le bocche che squillano, squittiscono le sue, piccole gioie sfuggite a un bambino solitario. Cadevamo verso il soffitto, verso l’alto, il cielo. Come pioggia al contrario.

Qualcosa di nuovo?
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