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Maternità

Perché piangi?

LE PUNIZIONI SERVONO (AI GENITORI)

 

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Forse è vero. Quello che dicono. Che quando lo dicono pensi questi non hanno figli. Forse punire non serve.

Ho chiesto dieci minuti, mi sono infilata nello studio con l’iPad e le cuffie, il mio esercizio mindfulness di stasera. Sarah sulla porta, Sarah fra poco ritorno e poi leggiamo insieme. Sarah sulla porta, Sarah l’iPad adesso serve a me. Sarah sulla porta: Mamma…

Sarah fuori dalla porta.

A metà della traccia le urla sconquassavano già il mio respiro. Mammaaaa, mammaaa!

Allora lasci stare, ti sei data la priorità, negli anni addomestichi i sensi di colpa: l’allenamento porta timidamente i suoi frutti, ritagli i tuoi spazi, gli anni dei figli aiutano, cominciano a intagliarsi anch’essi qualche tempo nella loro stanza. Cominciano le porte chiuse. Le solitudini di diritto. Il problema è farle coincidere.

Quando esco, l’iPad rimasto inatteso sullo scrittoio, c’è un’altra porta chiusa, accanto alla mia.

– Non hai idea di quello che ha fatto. Non la consolare, lasciala lì.

Fare la parte del genitore buono che riscatta la figlia dalle ire del padre: adesso vado e Sarah mi si scioglie addosso come la cera di una candela. E in un attimo saprei di avere sbagliato. Però guardo: un’indemoniata che scuote le lenzuola, il piccolo chiarore del corridoio che le arriva dentro, nella stanza buia. Nel suo castigo.

Sono rimasta lì un paio di minuti, soppesavo.

Punizione: lasciarla lì, poi viene la notte, i suoi urli si placano, si consegna al sonno. Domani è un altro giorno. Sì, però cosa resta?

Pace: troppo presto.

Spiegazioni: Mathias le avrà già detto perché l’ha messa a letto.

La buonanotte: la saluto con fermezza, un piccolo congedo solo per dire che ci siamo.

Lei mi sente, forse mi vede, la mia sagoma incollata alla soglia. Si è già alzata, fuori dal letto, attraverso la stanza, gli stessi gridi straziati da cosa, gli stessi sussulti.

Chiedere: cos’è che l’ha divelta? Il senso di colpa per aver preso a calci Isabelle, averla spintonata per il salotto, a furia di colpi di piede, la piccola che piange… Oppure lo spavento, la paura di papà, quella sua voce che tuona e sbriciola?

– Perché piangi?

Non le riesce di parlare, la voce salta come un disco rotto. Glielo devo chiedere almeno dieci volte. Ad ognuna di esse faccio appello a una pazienza che non ho, ascolto la sua debole rincorsa, Perché… Perché… Perché… E io aspetto.

Preparo le mie reazioni. La guardo che trema, scossa come si scuotono loro, che tutto il corpo è dentro un enorme sussulto, che allunga le mani per un abbraccio che adesso non le do. Se c’è anche solo un po’ di costernazione per quello che ha fatto me la prendo al petto.

Perché… Il papà mi ha sgridato.
– Hmmm. E non ti dispiace neanche un po’ di aver preso a calci tua sorella?
Scuote la testa, tira su col naso, la faccia è paonazza. Apprezzo la sincerità.

Adesso sto lì come un fermo immagine. Punire serve a noi. Scarichiamo la rabbia e la delusione. Perché sono balle. Balle, che un genitore non può essere deluso, che ha fiducia cieca, che l’amore vince tutto. Balle. Come chi dice che una sculacciata ogni tanto va bene, rimette quei piccoli esseri al loro posto.

La punizione insegna solo la paura. La paura ci rimette al potere. Ristabilisce l’ordine. Però i bambini non hanno capito il punto: hanno ascoltato le parole e poi via, dentro la tana come conigli spaventati. Quello che urge è difendersi, prima. Essere rassicurati, poi. Soltanto questo.

E allora che si fa? Non lo so, che si fa.
Ci ragioni, e poi si fa la pace. Non con me, Sarah, devi farla con tua sorella.

Le insegni anche quella. E poi stai a guardare. Che si amano.

Sarah intimidita da una vergogna, Isabelle che scappa e che ride. Che dice La Sarah mi ha dato mille botte, e io le ho dato mille baci.

Qualcosa di nuovo?
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Commenti 9

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      Maddalena Capra Lebout

      Noi abbiamo spesso punito, non mi ero mai posta il problema (logicamente la punizione arriva dopo che n. altri tentativi non hanno sortito effetto). Il punto è che vedendo Sarah così straziata mi è venuto il dubbio che non fosse affatto dilaniata dai sensi di colpa, e i fatti lo dimostrano! Allora a cos’è servito punire? D’altro canto cosa fai, due parole ferme, ok, ma quelle le facciamo sempre, solo che se loro perseverano oppure montano ancora di più a un certo punto io mi trovo in un cul de sac. Spesso per es. li invitiamo a stare soli a pensare all’accaduto, ma già solo questo ‘invito’ scatena ire funeste, e di lì tutto precipita, tipo Sarah avvinghiata alla mia coscia urlando il mio nome disperata. E non sai più come uscirne. La punizione mette un fermo. Però, ribadisco: è sbagliata.

  1. italiaconibimbi.it (@italiaconibimbi)

    Che bello leggerti, come sempre. Hai ragione: le punizioni non servono. Ho letto un libro in cui si diceva che le azioni sbagliate dei bambini andrebbero collegate alle conseguenze. Se non ti copri prendi un raffreddore. Non è una punizione, è una conseguenza. Le punizioni il bambino non le capisce e non contano le nostre parole ma l’esperienza diretta che dovrebbero fare loro. La faccenda si fa complicata perché non sempre riesci a trovare il modo di farli sperimentare la conseguenza ma a volte si può e funziona!

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      Maddalena Capra Lebout

      Ciao carissima. Che bella cosa mi scrivi, le conseguenze… Hai ragione non è sempre facile: per es. in questo caso che conseguenza hanno le botte che Sarah ha dato a Isabelle? Dolore, lividi, d’accordo… Ma anche offesa, che è un concetto già troppo fine. E poi è questione di civiltà ed educazione, nemmeno noi alziamo mai le mani sui figli. Eppure come le fai arrivare il concetto che pestare è sbagliato e riprovevole?

  2. italiaconibimbi.it (@italiaconibimbi)

    Me lo chiedevo anch’io quando mio figlio maggiore picchiava il fratello. A volte ho provato a dare attenzione al piccolo, per trasmettergli il concetto che chi è violento poi viene isolato dagli altri. In altri casi è più semplice, ad esempio quando sporcano fargli pulire dove hanno sporcato, non come una punizione ma una necessità.

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      Maddalena Capra Lebout

      Già… anche noi cerchiamo di dare più attenzioni alla “vittima” che al “carnefice”. Ma in effetti nel caso specifico della violenza fisica trovo difficile educare. Altre volte poi ignorare certe crisi isteriche sembra del tutto inefficace e non so più come fermare la cosa. Provo un metodo, poi un altro, e alla fine non sono né coerente né efficace. Tipo se lascio il figlio a calmarsi da solo ma quello strilla senza posa, che faccio? Vado ad aiutarlo a calmarsi? Mi sembra così di regredire, e poi dipende dall’età che hanno. A sei anni di età ritengo che una bambina debba e possa calmarsi da sé.

  3. Mamma avvocato

    Sinceramente a me ogni tanto gli scapaccioni scappano. Capiterà tre volte all’anno, ma capita. E non è un punizione, e’ un mio personale sfogo che nulla risolve in mio figlio, anzi lo fa urlare e piangere di più, però permette a me di ritrovare la calma. Non so cosa dirti, perché in casa nostra nessuna punizione serve, però neppure fare discorsi seri e compiti nel mezzo delle urla isteriche. Io lascio che si calmi da solo e poi gli parlo. Non so cosa resti: a volte mi sembra tanto ed a distanza di giorni lo ricorda, altri nulla. Davvero difficile trovare la strada giusta, soprattutto quando si tratta di violenza.

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      Maddalena Capra Lebout

      Ciao Giulia, grazie per la sincerità! Noi non alziamo le mani, lo imparano evidentemente dai compagni. Però alziamo la voce, e la alziamo tanto che, come le sculacciate, serve a noi, per sfogarci, e per scuotere i figli. Facciamo come te, lasciamo un tempo per loro, spieghiamo. E che caspita: molte volte non funziona!

  4. Pingback: La “saggezza educativa” dello sculaccione | Pensieri rotondi

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