Maternità

Resta a guardare

A volte ragiono in termini binari, il tempo ha due facce, come le medaglie: c’è la parte insieme ai bambini, e quella da sola. La parte in cui gioco con loro, interagisco, mi relaziono, parlo, canto, ballo, scherzo con l’eco delle loro risa che sembrano davvero una pioggia di riso su un sagrato a festa. E la parte in cui si occupano da soli, o guardano la televisione: momenti in cui mi dedico alle mie cose, sbrigo faccende noiose, o mi diletto in spazi liberi e preziosi.
Eppure sui bordi, tra l’una e l’altra cosa, la soglia tra una stanza e l’altra, la mia e la loro, è un varco magico: difficile cercarlo apposta, non abbiamo l’abitudine di mollare ciò che stiamo facendo per restare a guardare. Guardare senza fare è così poco rispondente all’efficientismo, ai ritmi che ci inseguono o che noi abbiamo inferto a un tempo ignaro e innocente. A me ci volle una newsletter, da un sito americano su genitori e figli, diceva: “Avete mai provato, semplicemente, a guardare i vostri figli?”
Non perché passi di lì mentre vai in bagno, e non puoi evitare di inorridire davanti al caos disseminato. Non perché sei diretta in camera a riporre le lenzuola asciutte, o in corridoio a recuperare una vecchia rubrica telefonica. Non perché è l’ora della merenda e li chiami a raccolta, o perché loro ti chiamano e tu, premurosa e amorevole, se puoi, se hai voglia, se hai tempo, accorri a vedere quale meraviglia irrinunciabile vogliono mostrarti.
Non perché capita.

Perché davanti al camino della casa in montagna, quella volta, a una vacanza di Capodanno con la parrocchia, lasciavi sfumare le chiacchiere, i nomi dei ragazzi di cui ti stavi infatuando, il gomito del vicino nelle costole, seduti su una panca troppo corta, e ti eri messa a guardare, semplicemente, il fuoco. Le sue lame incandescenti, il modo in cui rotolano le luci e si ribalta la cenere. La mano di non sai chi a infilare altra carta, un pezzo di legno. I tizzoni che lampeggiano. E ti bastava.
E quella volta al mare, sola su uno scoglio fuori stagione, ti eri persa nel tempo a osservare sconosciuti che aspettavano l’onda giusta con la tavola da surf sotto l’ascella, e ti sembrava di sapere che il mare, quella sera, non gliel’avrebbe data, l’onda giusta. Ma stavi a guardare, perché sembrava che il mondo fosse tutto lì, in quel tratto di spiaggia, in quel bordo di costa, di terra, in quei battiti di esseri umani e onde.
E ancora, quando nevica in città, ti incolli il muso al vetro come facevi quarant’anni fa, perché certe cose non hanno età, e anche se molti si lamentano che la neve in città “è brutta perché poi si scioglie”, tu pensi che anche della vita, allora, si dovrebbe dire uguale, “perché poi finisce”. E invece credi che la magia è proprio vedere la neve in un posto insolito, la neve in città è un privilegio, una primizia. E allora resti a guardare.
E ancora, per fortuna, resistono agli anni mille piccole meraviglie.

Per questo vale la pena, a volte, fermarsi sulla soglia: zitta, in punta di piedi, l’occhio che sporge appena, il corpo schermato dallo stipite. Immobile, a guardare i miei figli. Che in quel momento il mondo è tutto lì, in quelle teste immerse in storie incredibili di mattoncini di lego, posate e bambole, macchine e parcheggi di cuscini per la sala. In quell’abbraccio che si stanno dando senza ragione particolare. In quella copertina sistemata su Winnie the Pooh. In quelle palpebre abbassate, specchi lontani e vicini perché sognano qualcosa di bello quanto loro, sei certa, qualcosa che gli somiglia. Tuoi e non tuoi. Figli dei tuoi occhi che restano a guardare.

Il mondo è tutto lì.

 

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