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EventiMaternità

Questa bambina è anche vostra

Entrano come folletti: zitti, ho sentito i nonni raccomandarsi con loro di non fare chiasso. Zampettano leggeri, passi di gattini quasi con circospezione. Hanno l’impazienza che scioglie gli occhi, li fa liquidi, mentre la cura e il timore quasi reverenziale trattengono i fiati e la foga.

È nuovo anche per me, questo letto sospeso chissà dove, tra ieri e domani. Sono passate poche ore. Stillavano come gocce da un rubinetto che perde. Riempivano a fatica un’aspettativa troppo grande.
Il parto è stato così strano… Il quaderno dove credevo avrei affollato righe e momenti è rimasto immobile, serrato qui nel suo cassetto metallico.

È stato lungo, difficile, nel corpo e nella mente. Ho lasciato i miei bambini da quel limbo, appesa, seduta sul bordo della sola poltrona in quella sala parto così vuota. Isabelle batteva il ritmo incessante sul monitoraggio. I fili che mi legavano a pochi metri quadrati. Dall’altra parte di un cellulare Patrick e Sarah: voci che spaccavano la notte in arrivo, il cuore di cristallo, trapuntavano il soffitto di desideri vividi. “Forse nasce la sorellina. Fate i bravi, dormite bene, mi mancate tanto.”

“Voglio solo che finisca” singhiozzo a mia madre.

Il cellulare torna muto. Siamo di nuovo soli, Mathias e io, nella notte che ci aspetta. Sono sola, io, più di tutti, che non so se obbedire all’ostetrica rude: vuole tirarla fuori, quella, indurre il parto. Io non lo so, vorrei una buona ragione per farlo con dodici giorni di anticipo. Una ragione per credere a quella voce dura, a quel sasso che riga la pelle.
Penso ai miei figli. Nei loro pigiami, nella sera che è come tutte le altre e come nessuna: dalla nonna, sa di occasione speciale, si sente che qualcosa sta per cambiare, si respira la veglia di tutto, di niente, vorrei essere piccola e grande quanto loro. Crederci. Vorrei soltanto tornare a casa, uscire da questo non-so-cosa, andarmeli a prendere.

Loro arrivano come folletti. Rotola l’onda dell’attesa, sono stata così lontana, in volo nell’universo e poi indietro. Come Patrick quando dice: “Andare in montagna è difficile: in salita è faticoso. In discesa è ripido.”
Sono salita o scesa, nemmeno lo so. Ho stretto quelle loro voci dell’ultima chiamata, poi li ho lasciati ai loro sogni, li ho persi nel pensiero, occupata nel mio viaggio con Isabelle.

Ora si avvicinano, hanno gli occhi che sono mattini, volano su di me un istante, poi vanno a prendersi la piccola che ho al seno. L’inondano con quel candore bambino, la dolcezza grossolana nei gesti, l’incoscienza che li fa liberi cittadini di mondi paralleli.

Sono frastornata, divisa tra la gioia di rivederli: loro, i miei figli di sempre, i miei figli di prima, della vita che ancora mi segue, dietro, che è ancora lì. Che è ancora mia. E di scoprirli così dolci con la piccola.
Hanno la felicità in bilico sulle bocche, luce che versa dai davanzali.

Ripenso a quanto ho cercato di rassicurarli che li avrei amati sempre: spero continui a funzionare. Sono sereni, allegri. Hanno il viso bello, beato. Li osservo animare la stanza, dissetare l’attesa.

C’è ancora qualcosa che posso fare. Scruto quel pudore velato che ancora, in parte, li trattiene: “Questa bambina è anche vostra!” esclamo dal mio letto azzurro. “Levate le scarpe, salite su!”
La frase scintilla come una sorpresa: non solo non perderanno la mamma, guadagnano anche una sorellina.

È in quel momento che diventano davvero fratelli.

Quattro piccole mani si affrettano intorno, carezzano i piedi, conoscono il tatto di piuma di quei capelli sottili. Provano a prendere in braccio la piccola. La testa quasi ciondola, poi l’appoggiano sulle gambe. Guardano lei, guardano noi. Fieri. A metà tra il gioco e l’amore.

Che poi, di diverso, forse non c’è nulla.

Questo post è stato pubblicato sul sito del Corriere della Sera, rubrica Amori moderni

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Commenti 3

  1. Eva

    Bellissimo, ottime parole, mi han fatto commuovere!
    Mi ricorda quando ho partorito Thomas, 7 mesi fa: ho pianto tanto a sapere la mia cucciola a casa!!!

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