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Altre Verità

Sappiamo ancora sperare?

LA VELOCITÀ CI TOGLIE MOLTO PIÙ CHE PAZIENZA, CI TOGLIE OTTIMISMO

 

La velocità non è efficienza. O, forse, dovremmo chiederci cosa intendiamo per “efficienza”.
Perché per me

una vita efficiente è una vita efficace. Nella sua capacità di sostenersi nella speranza, nel fervido “credere che.”

Me ne accorgo mentre, indiavolata tra centodue cose da fare, quasi mi glorio di questa densità. Me ne accorgo perché ultimamente ho più grane che sorrisi. E, per ogni grana, vorrei una risposta subito.

Me ne accorgo perché mentre metto a dormire la mia ultima figlia, mi fermo un momento sul letto, le ho detto sto qui un attimo, ti faccio compagnia. E in quell’attimo franano le cose aperte. Quelle che, la risposta, non ce l’hanno ancora.

Perché Facebook non ha ancora risolto i bachi che affliggono la mia pagina da mesi?
Perché tizia non ha ancora commentato quel post?
Perché l’editor con cui sto facendo un corso non ha ancora risposto sulla data della prossima lezione?

E perché un editore con cui già ero in contatto da mesi non ha ancora replicato alla mia mail di ieri sera.

Quando aspetti una risposta via mail superare le ventiquattrore sembra già troppo.

Potrei dire quello che tutti dicono: non sappiamo più aspettare.
Invece dico che

non saper aspettare ha un aspetto che è più grave: non sappiamo più sperare.
La speranza è figlia dell’attesa, è la sua linfa.

Magari è all’estero, non ha internet, mi dico riguardo a quell’editore. Sì, ma ormai c’è il wireless ovunque, abbiamo tutti uno smartphone. Allora no, non è per questo: allora non vuole o non sa cosa rispondere.

A ventidue anni stavo con un ragazzo austriaco. Mi facevo una notte di treno in seconda classe per arrivarci: nessuna cuccetta. Non solo quel tempo si inzuppava letteralmente di sogni, ma anche la separazione posava sull’attesa delle poste: quella di cui parlo qui non è la capacità di attendere come virtù morale, né come educazione alla pazienza. Me ne fotto, di questo.

Dico solo che guardavo ogni giorno nella bocca angusta della cassetta postale sul pianerottolo di casa: per noi era facile, abitavamo al piano rialzato, il piano dove sfiatano di continuo gli ascensori, dove il portiere veniva a imboccare quelle caselle. Mi bastava mettere il naso fuori dalla porta d’ingresso, senza nemmeno infilarmi le scarpe e la giacca, allungavo l’occhio, vedevo: se c’era qualcosa, se non c’era ancora niente.

E in quell’ancora viveva una speranza feconda.

Perché poteva essere che il portiere non fosse passato. Poteva essere che il postino non era ancora venuto. Poteva essere che si era perso la lettera. Poteva essere che nemmeno la mia missiva fosse ancora arrivata in Austria, oppure fosse appena arrivata e quindi la risposta del mio ragazzo fosse per forza ancora in viaggio.

C’erano mille possibilità, prima del drammatico: “Non mi ha risposto.”

Lo stesso vale per una telefonata, se ha visto che ho chiamato perché non mi richiama? Una volta non lo sapevi, chi ti aveva chiamato. Potevi sempre sperare che l’avesse fatto mentre eri fuori.

Se avevi fatto dieci foto a un arcobaleno con la luce incerta, avevi una settimana per sperare che fossero meravigliose.

Perfezionare la vita nella velocità ci toglie qualcosa senza la quale non siamo affatto più vivi: sperare.

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: ogni domenica una vetrina dei posts della settimana!

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Commenti 14

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  1. Mamma avvocato

    la tua è una riflessione molto importante e niente affatto scontata. Ho sempre pensato che il tutto più rapidamente riducesse la soddisfazione successiva e non consentisse di elaborare i fallimenti, oltre a favorire la superficialità. Ora posso aggiungere un tassello al mio pensiero. E ti dirò di più: ci sembra di fare e vivere di più in meno tempo, invece alla fine viviamo e facciamo la metà e pure male!

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      Maddalena Capra Lebout

      Sì, io non sono per la lentezza a tutti i costi. Come in ogni cosa (e a seconda di cosa) c’è il giusto tempo e ritmo. A mindfulness ci facevano camminare così piano da sentire tutta la rullata del piede: tallone, arco, punta, poi si stacca piano l’altro piede. Dirai: “Era solo un esempio”. Mica tanto. Un’ora così: per cosa? Se ti alleni a camminare così, è vero: ti accorgi del piede. Però ti perdi la passeggiata, la natura, i pensieri liberi. E potrei andare avanti ore. C’è la misura, in tutto. Dico però che ormai siamo abituati (quantomeno io) ad associare “ritardo” a “insuccesso”: perché siamo abituati a riscontri immediati.

  2. cobimbo

    Bell’articolo. Io ho fatto le tue stesse riflessioni a Natale mentre guardavo i miei figli e mi rendevo conto che il più grande fa parte di quella generazione del “tutto e subito”. Lo guardavo, ascoltavo le sue parole e capivo che quella magia dell’attesa del Natale che abbiamo vissuto noi alla loro età, a loro è stata sottratta. Quando poi un altro amichetto ha esordito con “tanto se il regalo non me lo porta Babbo Natale ci pensano i nonni, o papà o la mamma o lo zio o la settima generazione di parenti”, ancora una volta ho drizzato le antenne. La società stessa ha abituato i nostri figli a ritmi diversi. All’equazione VOGLIO=OTTENGO SUBITO, eliminando il desiderio, l’attesa, l’incertezza del poter o meno avere quel qualcosa. Allora ho tirato il freno a mano, stupita da questo pensiero… e spero di riuscire a trovare il modo per far capire l’importanza dell’attesa ai mie figli. Facendogli apprezzare un impasto che lievita per diventare un’ottimo pane. Facendogli vedere oggi un progetto di una cameretta che domani sarà la loro ma per cui dovranno aspettare. Facendogli mettere da parte 1 euro a settimana per quel gioco che vogliono tanto. Non so, ma proverò e troverò gli espedienti per insegnargli che il bello della vita molte volte è nell’attesa stessa…anche se questo lo apprezzeranno quando saranno grandi.
    Consiglio a tutti la lettura di “Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza” di Sepulveda, un grande insegnamento qualunque età si abbia 😉

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      Maddalena Capra Lebout

      Tutto questo è molto triste, distinguerei quella che è una sana impazienza dei bambini, quella fibrillazione che non sta nell’attesa perché non sta nella pelle: una forma di entusiasmo da cui in verità è bello farsi contagiare. Da quella che invece è una prepotenza alla vita e a noi stessi, ossia quella pretesa di “tutto”. Quello che però mi è sovvenuto quasi sorprendendomi e che ho voluto esprimere nel post è come lo spazio irrisorio di attesa cui siamo abituati ci rende subito distruttivi e pessimisti non appena una forma di attesa s’impone. Lo vedo su di me, e qui non c’entrano i “valori”, rallentare, assaporare: parlo di gesti semplici, comuni, che se non hanno riscontro immediato ci gettano nello sconforto, come una mail disattesa.

  3. Piccole Mamme Crescono

    Non avevo mai guardato la fretta sotto questo punto di vista. Mi hai fatto riflettere molto! Mi hai fatto pensare che anche io non associo mai un ritardo ad un qualcosa di positivo. Mi faccio prendere dall’ansia e dal pessimismo. Grazie sempre per gli spunti che doni

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  4. Lorenzo

    Ciao Maddalena,
    bel post, condivido tutto. Proprio in queste vacanze di Natale ho fatto le stesse riflessioni. La mia fretta è stata ed è ancora motivi di “crisi”. Tutto e subito. Se penso a quando eravamo adolescenti (e quando inizio a parlare così mi sento molto vecchio). Niente cellulari, niente internet, si usava la posta (non elettronica). Mi ricordo ancora l’emozione della lettera che ricevetti da Maranello (con il logo del cavallino) a risposta delle informazioni (scritte con la macchina da scrivere e spedite via posta) che avevo richiesto per frequentare il loro istituto superiore. Adesso con internet si pretende tutto e subito. Alle email si vuole subito una risposta. La conferma di lettura per essere sicuri che la email è stata letta. Non ti rispondono…che ansia. Le mie bimbe mi stanno frenando ed è un bene. Dopo 5 anni riesco oggi ad uscire di casa per accompagnare le mie bimbe a scuola/asilo senza stressare tutti. Ma la mia fretta é sempre li, in agguato, pronta a riportare stress.
    Un saluto
    Lorenzo

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      Maddalena Capra Lebout

      Quella fibrillazione aspettando una lettera… la cadenza dei giorni, la lettera al pen friend, all’amica del cuore quando ci si separava per le vacanze… Io mi proteggo usando poco il cellulare: a volte lo tengo spento, facendo incazzare molti. :p Ciao Lorenzo, a presto!

  5. Elisabetta

    Hai ragione, è proprio così. Abbiamo la necessità di avere risposte subito e, se non le abbiamo, ci buttiamo subito giù.
    Io sarò ancora ingenua, ma un bagliore di speranza ce l’ho sempre. Anche quando nessuno mi risponde ad una mail, ad un messaggio…
    incasinata come sono io, chissà mai che dall’altra parte sarà uguale? Oppure che il messaggio non sia arrivato, o “spuntato come letto” ma non letto realmente, o dimenticato da altre cose più importanti… insomma, io sono per “aspetta e spera che il domani s’avvera”. E se non dovesse avverare, pace. Io ci ho provato. E probabilmente ci riproverò ancora, perché ho una testa dura.
    Buona Giornata, carissima! Eli

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  6. Emanuela

    Bello! Verissimo! STavo proprio parlando oggi alle figlie di come ci mettevamo i bigliettini nella cassetta della posta tra amiche invece che sempre andare a bussare alla porta e anche perche’ c’era sempre l’attesa e la speranza di ritrovarci poi un bigliettino noi. Non avevamo il cellulare per chiamarle o lo snapchat con la mappa di dove stanno le amiche in ogni momento. Stavo anche pensando proprio l’altro giorno a quell’attesa intensa delle foto delle ferie che dovevano essere sviluppate dal fotografo, che ne facevi un rullino da 36 in 2 mesi invece che 36 al giorno, e poi quelle brutte te le tenevi perche’ le avevi pagate.

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      Maddalena Capra Lebout

      Sai che quella dei bigliettini tra amiche non me la ricordo? Invece mi è venuto in mente che tu, per un certo periodo, mi mettevi dei biglietti sulla scrivania oppure un biglietto che mi avevi scritto a scuola. 🙂 L’osservazione sulle foto che, anche se brutte, te le tenevi perché le avevi pagate, è bellissima! Ciao Emy, baci!

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