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Altre Verità

La diagnosi

IL PRIMO COLPO BUONO RENDE MORBIDA LA TERRA FRAGILE

 

Invece è un buon uomo.

Seduta fuori dallo studio numero venti osservavo quella porta sempre chiusa. Ho preso il cellulare in mano un paio di volte, ognuna levo gli occhiali, li metto a cavalcioni della testa come fossero da sole: il whatsapp col marito, “sono già in ritardo”, guardo una foto scattata a una di quelle centraline per l’elettricità che in forma di bare verticali lungo qualche muro si trovano per le vie. Ne ho viste due tutte dipinte, questa riproduce una facciata, l’altra era più bella, mi è scappata dal finestrino del bus.

E poi cerco sul web: la faccia.

Cerco sempre sui social o su internet il viso del soggetto con cui ho o avrò a che fare. Gli editor, i fan (lapsus: sappiate che avevo digitato “san” anziché “fan”: santi tutti, voi che mi seguite…).

Quando lo studio venti si apre un volto affabile s’appende tra la porta e lo stipite: – Capra.

Mi siedo e gli porgo la cartelletta che mi han dato all’accettazione, questa la tiene lei, vero?
– Sì, mi piace fare la collezione.

Basta questo.

Il primo colpo buono rende morbida la terra fragile.

Mi dirà, presto, dentro le mie inerpicate partenze che vogliono raccontare tutto: – Che fortuna! Un maschio e due femmine!
Che lui ha un solo maschio. E il maschio gli ha dato due nipoti: maschi anche loro.

Non so nemmeno se aveva un camice. Ci penso adesso, il ricordo si affaccia sulle barrette rosse dei suoi occhiali e lo stesso colore di un Uniposca sulla tastiera. E poi tutta la fila dei sentimenti. L’attesa nel lungo tragitto sull’autobus è stata serena,

se pensi a un medico come chi ti può aiutare ci vai che dentro hai già una piccola gioia, come una mano a conchiglia dove posare la tua stanchezza,

come qualcuno che ti aspetta al terminal del tuo volo. Accanto alla città che sfilava, ogni tanto i piccoli sussulti della paura: di avere qualcosa di brutto, di non essere presa sul serio, di beccare uno stronzo che fa i suoi due più uno e decide: “quattro.” Perché ci sono, ne ho visti tanti.

Invece è un uomo che l’età non ha indurito, le rughe sono piccoli balzi che prendono movimento in ripetuti sorrisi. E la voce, e quello che ti porge, è un palmo liscio senza asperità.

Stila tutto, gli allungo il referto della lastra al torace di qualche mese fa. Lui apre la busta, e fa il suo gesto eroico: la richiude senza prendere il referto. La chiude proprio, la sposta, non gli interessa: ha afferrato il cd, l’ha messo nelle fauci del computer e adesso mi dice che ho avuto un versamento pleurico e anche un enfisema polmonare.

– Ma se il referto dice che è tutto negativo?
– Per questo mi chiamano San Tommaso.

Piccoli, dice, possono essere di un mese fa, un anno, quand’ero bambina. Ci sono gli esiti, le tracce.

– Ma è sicuro che è il mio torace?
– E di chi? Ci sono le tette!

È la prima volta che un medico guarda un esame e non il referto. I medici non visitano, non aprono, affrettano i pazienti. E si tengono tutti dietro la loro linea gialla: quella dei metrò, delle code per rispettare la privacy. Questo inciampa in un tu dopo poco.
– Mi dà del tu?
– Se ti dà fastidio possiamo darci del lei.
– No, affatto. Mi fa sentire accudita. Quando una è malata vuole sentirsi accudita.

La professionalità non perde niente in quel tu, nel racconto dei figli, nelle tette di un rx:

restringe gli spazi come un lavaggio caldo, porta vicini in una piccola conoscenza. Conoscere è fidarsi, è lavorare meglio.

Mi ausculta, oggi mi sembra di avere meno rumori al torace, ma il suo orecchio ne bracca più di quanti potrei immaginare.

Non gli ho detto che mio fratello è asmatico, e mio padre e mia zia hanno la BPCO. Glielo dico mentre m’infilo la maglietta e torno al tavolo.

E infatti sembra proprio che anche tu…

Rimango sospesa, un attimo: quello del mio nome quando la prof fermava il dito sul registro: Capra. – Quello dei “tocca a te”, dei “sei stata tu”. Sono tutta in una maglietta che infilo, e intanto il corpo che vesto chissà dov’è andato. La BPCO è progressiva, quella ti tocca che torni a pregare, ma a pregare forte.

– … abbia l’asma.

La conclusione della sua frase è meglio di un broncodilatatore.

Mi riempie di farmaci. La spirometria era l’esame giusto: – Ma in questo momento stai troppo male.

Compila, le dita saltellano dove prima dormiva quell’Uniposca. Ho il “Mal asma.” Capisco così.
– Vuol dire asma grave – mi dà quel foglio pieno di cose. – La spirometria andrà rifatta.
– Ma quindi non ho la bronchite?
– No.

Mi vuole rivedere. Magari nel suo studio, così abbiamo più tempo: ha capito che io sono una che tempesta, non di diamanti ma di domande e note. Io sono lo spauracchio dei medici e delle autorità, mi faccio odiare. Ho la presunzione di sapere cosa sento, e l’illusione di doverlo e poterlo dire, per lavorare insieme: il professionista con le sue conoscenze, io con la consapevolezza dei mali. Ho trovato quello che due più uno fa tre. Spero che i conti tornino davvero. La saturazione è bella: 97. Vuol dire che comunque – fanculo tutto – ossigeno bene.

Esco che non so. Cammino. Posso camminare, no? Prima gli ho detto ma come asma grave, ma se io faccio anche sport?: – Anche la Pellegrini.

Così mi addento le vie che ormai raccolgono i tacchi delle donne in pausa, i tavolini con le cravatte accanto ai sandwich e le insalate, le fermate attanagliate dal sole. Cerco mal asma e poi trovo melasma, sarà questo, penso: invece sono le macchie che vengono in gravidanza. Rido. Recupero la diagnosi esatta sul foglio: “STATO di male asmatico.” È scritto così, mezzo in caps lock. È una situazione di asma grave protratta nel tempo e non trattata. Un sito dopo l’altro la dicitura s’accoppia a simpatiche allocuzioni del tipo: “urgenza”, “è la forma più grave di asma”, “ricovero ospedaliero”, “maschera d’ossigeno”, “insufficienza respiratoria”, “intubazione”. Fino al rischio di morte. Sono stata presa sul serio, penso: anche troppo. Cammino ancora e rifletto che in fondo non ho mai avuto quelle crisi acute da fischio e apnea. Non so se essere spaventata, se adesso sono felice perché ho un nome, se sono allarmata perché è il nome di un elefante che se si muove male mi lascia sotto tutta quanta in una zampata. Finché arrivo a un angolo e di colpo la trovo: quella centralina che il bus mi aveva rubato. Decorata e rosa.

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: ogni domenica una vetrina dei posts della settimana!

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Commenti 4

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  1. Susanna Albini

    Cara Maddalena, sono felice che questa visita sia stata risolutiva. Con la diagnosi in mano tutto si ridimensiona, almeno si sa cosa dover affrontare. Il medico che ti ha visitato mi sembra anche competente e umano nei modi, quindi sono sicura che sarai in buone mani e che presto starai meglio. Un abbraccio

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      Maddalena Capra Lebout

      Sto già cominciando a stare meglio, adesso andiamo avanti con gli accertamenti che mi restano da fare. Tutto sto gran casino si è installato su disturbi che già avevo e che restano ancora da dipanare. Anche se la speranza è che… questa punta “bassa” sia parte dello stesso giro di disturbi che ho da anni e che quindi tutto quanto migliorerà. Grazie Susanna, un bacio!

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