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Maternità

Nonostante l’amore

QUANDO LA SERA RIENTRA MATHIAS IO SCAPPO. MI RIMANE UN’ORA SOLTANTO.

 

Da ragazza, una volta, avevo un fidanzato austriaco. Ero innamorata con quel cuore molle e malleabile dei vent’anni, mi facevo una notte di treno per arrivare a Graz. Era difficile stare bene. Ci amavamo, a modo nostro, un modo forse malato, quando era lui a venire si sentiva oppresso, stare in casa dai miei non era l’ideale per un ragazzo da grandi spazi, grandi praterie. Quando andavo io lui era nel suo, due compagni di appartamento, tre stanze piene di cose, una cucina dove tazze sporche restavano fino a esaurimento scorte. Se dovevi farti un caffè e non ne trovavi una la pescavi direttamente dal lavello, la lavavi, la usavi e la ributtavi nello stagno. Studiava molto, la mia presenza era quasi ingombrante, per quanto mi adattassi, per quanto accettassi, con quelle tazze, mille altre cose. Così la sera uscivo. Coi suoi amici, senza di lui. Oppure da sola. Conoscevo perfettamente quella parte della città. C’erano volte che me la svignavo dalla finestra, senza che lui si accorgesse. Un sottile ricatto per la sua presenza assente. Contavo le ore, non volevo tornare così presto da leggergli un fastidio. Ma faticavo a rientrare anche perché lì dentro, nell’ingresso umido, nella cucina, nel tavolo angolare, c’erano le nostre rappresaglie. Mi richiedeva coraggio, rientrarci. Nonostante l’amore.

 

Rallento sempre sugli ultimi passi, prima di raggiungere il portone, prima di entrare. È all’incirca il contrario di quello che fa Sarah, vicina allo stipite, quei piedi appesantiti che non mollano gli ultimi metri di corridoio.

Non siamo così diverse, abbiamo due paure simili. Lei grida la sua in improvvise, accese implorazioni che portano il mio nome, io taccio la mia, la serro in gola dove si accomoda malamente.

Alcuni giorni sta dai nonni, sono quelli in cui cerco una normalità che stenta. In ospedale c’era il debole vantaggio che quando venivo via staccavo. Ci voleva un po’, un buon gruzzoletto di ore. La casa era ancora custode affabile, disseminata di pezzi rimasti, ma anche alleata di una piccola pace. I giorni in cui è qui passo con lei quindici ore. Senza poter uscire. Sono quindici giorni che non esco liberamente.

Isabelle ieri piangeva “mamma io vojo andare al pacco giochi!” Non ho il coraggio di lasciare sua sorella sola in casa, non ora. In certi momenti giocano insieme e dimentichi quel suo stare sempre in mutande, fa caldo per tutti, hai assorbito certe follie come abitudini, non le interroghi più. Finché non c’è la sfida di andare fuori dimentichi anche quel cazzo di vestito verde a coccinelle, dimentichi le sere. Ma dentro c’è quel velo sempre, l’opacità di una verità in agguato. Torna in piedi puntati, in quel corpo scosso, in gesti che rendono tutto sfocato. Come quei pezzi di lego buttati oltre la soglia mentre giocavano. Mattoncini grandi, scagliati da lei: “perché non si staccavano.”

Dico a Isabelle di non fare come Sarah, ma ha già imparato a guaire nello stesso modo, grida di più, dorme peggio, s’incastra anche lei. In cose minuscole, come un gigante dai piedi troppo grandi in straducole minute.

Spezzetto le giornate, come gli alcolisti. Mezza alla volta, un’ora. Le riempio di telefonate. L’altra grande difficoltà è capire come muoversi, farsi ascoltare dagli esperti, insistere, affidarsi a direttive insufficienti, rivalersi, chiamare di nuovo, partire da capo. Ho un bisogno pungente di quello scatto che fa girare la chiave. E la porta si apre. Quando la sera rientra Mathias io scappo. Mi rimane un’ora soltanto, al mattino si alzano presto, la sera aspettiamo fino a che non si addormenta sul divano, mezzanotte. Mi è rimasta un’ora.

Vado a cacciare piccioni con la piccola, buttare sassi nel lago, vado. Non ha importanza dove. Le tengo questo, di nostro. Le do attenzioni frammentate da altre chiamate, so che Mathias sta cercando di portare fuori Sarah, quando il telefono vibra ho un tremito, se è solo testo non è una buona notizia, se c’è una foto invece sì, vuol dire che Sarah fa qualcosa di bello, apro, leggo “image”, il segno pollicino di una macchina fotografica, lei è sull’altalena, e di colpo anche il cigno nero davanti a Isabelle non è più nero. Ho bisogno di queste cose, di miliardi di cigni bianchi.

Scolo nello stesso evitamento che si è costruita lei. L’istinto alla fuga. Coi giorni si è addomesticata quella nostalgia del prima, arroccata sulle panchine, nelle vie, nei parchi dove spendevamo una straordinaria normalità. Ci si abitua, pian piano, a tacere le cose. Solo le gambe tentennano.

Sugli ultimi passi rallentano. Rallento sempre. Nonostante l’amore.

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Commenti 10

  1. blogcambiopasso

    Fai bene Maddalena a prenderti quelle pause, di cui credo tu abbia bisogno come l’aria. A volte è in una fessura che troviamo la forza di continuare. in bocca al lupo

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      Maddalena Capra Lebout

      Purtroppo non c’è alcun miglioramento stabile. D’altro canto come potrebbe? Non sono cambiate le condizioni, non stanno somministrando cure, non sta facendo terapie. Finora solo due colloqui e test psicologici (oltre agli esami organici fatti in sede di ricovero).

  2. Elisabetta

    Ti auguro tutti i cigni bianchi del mondo! Sono sicura che il tempo ti darà le risposte che vorresti adesso, tu non smettere mai di cercare e di trovarti dei piccoli spazi per te, per rimanere lucida e ricaricare le forze. Mi rendo conto che è davvero poco, ma se ti dovesse servire, anche solo uno sfogo, mi trovi sul blog, su fb… insomma son qui, ecco. Un abbraccio Eli

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  3. Anonimo

    Mi lascia perplessa che non ti diano risposte, che non inizino nessuna terapia…rivolgersi ad un altro ospedale, è fattibile?i tuoi dubbi e le vostre paure sono troppo per aspettare semplicemente che i medici si decidano. Sii forte, come sei, ancora.

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      Maddalena Capra Lebout

      Le risposte cominciano a darle, sull’osservazione dei sintomi. Non mi quadrano molte cose, ma la terapia la stiamo cominciando. Il terapeuta mi piace, mi dà fiducia, da un lato. Eppure mi manca un grande tassello. Ho fatto tutte le telefonate e i tentativi possibili per capire se e cosa in più andasse fatto, ma non sono riuscita a venire a capo di nulla. Posso solo approfondire con lui i miei dubbi, e intanto farmi un mazzo tanto. Ho già superato tutti i miei limiti: ebbene, devo superarli ancora di più.

  4. mamma avvocato

    Perché i medici non si decidono a iniziare una cura, a darvi risposte?l’attesa, l’incertezza ed i dubbi sono troppo pesanti, non è giusto!ti sono vicina virtualmente ma vorrei poter fare di più, molto di più!il vostro pediatra non riesce ad accellerare i tempi di una risposta, per una terapia?

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      Maddalena Capra Lebout

      La mia pediatra è eccezionale, in ferie da dieci giorni mi chiama, fa telefonate, muove cose, ha fatto più di quanto potessi aspettarmi. In questo momento sembra che la sola cosa da fare sia questa psicoterapia. Che avrà i suoi tempi. E intanto ci sono solo ipotesi che a me non bastano, e rassicurare la piccola senza arrabbiarsi mai, senza sgridare mai, e men che meno punire. (Che è quello che stavo già facendo).

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