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Maternità

Nato nel silenzio

DOPO MENO DI UN’ORA PATRICK ERA NATO.
DALLE ALTRE STANZE NON SI UDIVA NESSUNO.
ERAVAMO IN CAMERA NOSTRA: LUI, IO, SUO PADRE. UN RITAGLIO DI INFINITO CHE FLUTTUA NELLA NOTTE ESTIVA. COME UNA LANTERNA CINESE.

 

C’era un cielo di vetro, quel giorno. Una primavera sfacciata, fiori tempestavano le recinzioni dei palazzi, le mansarde francesi volavano sui tetti, ridevano tra uccelli e scie di aeroplani che quasi potevi toccarli.

Siamo usciti a piedi: ci piace camminare per le rue, mi piace vedere il mio uomo nei suoi luoghi, accodarmi con gli occhi che spianano tutto come una scoperta e, intanto, ritrovano sapori già amati.
Ma è un giro diverso, questa volta: sotto il maglione arancione, aderente quanto basta per sorridere il mio annuncio al mondo, Patrick è sei mesi di feto. Abbiamo strade precise da seguire, abbiamo un piano, oggi, una direzione: facciamo visita alle cliniche di maternità.

La prima sembra un albergo di lusso, entriamo, ci fanno accomodare nella hall. Il primo locale che visito sono le toilette, l’urgenza gravidica di fare pipì. Ci sono pance più grandi della mia, lì intorno. Spingo un po’ quei miei addominali incerti, affermazione di una gestazione che sembra ancora timida. Poi su, a vedere le stanze: mi colpì la traversa sul letto, un letto appena rifatto, pulito, perfetto. Una traversa per il sangue, pensai: mi fece paura.
Prendiamo una brochure, studiamo i costi, la distanza da casa. Usciamo e il sole ci lava. Fuori da quella penombra come una chiesa, un santuario di nascite che battezzano vite.
Ci investe il suono delle strade alberate, l’odore del mondo.

Ne abbiamo vista qualcuna: è un giro delizioso, intimo e solenne. Come quando si cercava il luogo per il ricevimento di nozze.
Perché è questo, il parto: unirsi per sempre a un’altra vita.
In Francia lo sanno: partorire in una struttura privata è cosa comune. Lo sapevo io: analfabeta della maternità, al primo passo di madre nella vita, avevo una certezza lapidaria, assoluta. Volevo difendere la nostra intimità.

Perché dovrei condividere la mia stanza con una, due, tre donne mai viste? Avere visite a orari fissi, riposare a orari fissi, essere in mezzo al via vai di sconosciuti, ospiti delle altre, dividere le ore di sonno con figli non miei, che hanno le loro veglie, le loro madri, altri odori, altri tempi, e diritto, anch’essi, a un momento privato?
Fareste mai un viaggio di nozze condividendo la camera con una coppia mai vista? È il vostro miracolo, il vostro amore, la sua nascita. I primi giorni di vita sono la luna di miele della nuova famiglia.

martinets-presLes Martinets era una struttura poco promettente, all’esterno: cinque piani di facciate rivestite di minuscole tessere turchesi, un grande ingresso vetrato. In una cittadina dal nome quasi impronunciabile: Rueil-Malmaison.

Sulla sinistra la reception, mi appoggio al bancone, mi immagino le prime contrazioni, davanti a quello stesso viso, le mani su quello stesso desk.
Un corridoio si allunga dinanzi a noi, uno slargo con le macchinette degli snack, due tavolini alti per caffè nei loro bicchierini di carta. La passatoia bordeaux dell’ingresso ha lasciato il posto a un nudo pavimento di grandi piastrelle ocra. Che ritorna a stringersi, poco oltre, raggiunge gli ascensori.
Le stanze sono al primo piano. Si affacciano su un corridoio pieno di foto: bimbi appena nati.
Hanno pareti linde, luce e silenzio. Hanno pace che sa di buono.

Era una distanza giusta da casa, un prezzo ragionevole: poco più di cento euro a notte. Spendiamo tanto di più per andare in vacanza: possiamo investire qualcosa per il viaggio più bello di tutta una vita.

Arrivammo a Les Martinets un mercoledì sera che era ormai tardi. Sull’ultimo rettilineo sentivo già spingere. Ci ho messo almeno dieci minuti per entrare: una contrazione violenta mi ferma in piedi, aggrappata alla portiera aperta per scendere dalla macchina. Corro nei due minuti di tregua che si assottigliano. Entriamo dall’ingresso laterale, c’è troppa urgenza per passare dalla reception che mi ero figurata. Un’altra contrazione davanti all’ascensore. Un’altra un solo piano dopo.

Dopo meno di un’ora Patrick era nato.
Dalle altre stanze non si udiva nessuno.
Eravamo in camera nostra: lui, io, suo padre. Un ritaglio di infinito che fluttua nella notte estiva. Come una lanterna cinese.

Ringrazio me stessa, la mia inflessibilità, la convinzione. Ringrazio me stessa per aver scelto di partorire così: ho dato alla nascita del mio primo figlio, di sua madre e suo padre, il loro altare.

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: ogni domenica una vetrina dei posts della settimana!

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