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Maternità

Mentre gli altri dormono

CI VORREBBE D’ESSERE MOLLI, AMORE MIO. MALLEABILI E ABBANDONATI. INVECE A NOI VA COSÌ, COME COI CEREALI: LI VERSIAMO IN SCIOLTEZZA, UN GESTO FLUIDO. POI CERCHIAMO LA SICUREZZA DI UN UTENSILE.

 

Tu e io.

Ero abituata a tuo padre, prendeva Isabelle che dormiva in quel lettino accampato lungo il muro, sotto la galleria di voi piccoli, le cornici di tutti i colori. Quando entravo lo trovavo a vuotare le stoviglie dalla sera prima. Lei dal bancone dirigeva le operazioni. Poi si infiammava: “Mamma!”, infilando un numero imprecisato di M nel suo appello. Con quello stupore di chi mi vede per la prima volta.

Tu e io.

Canticchi al ritmo di cereali di frumento. Il croccante intervallato da ampie cucchiaiate, perché sei un signorino, in certe cose, e i cereali con le mani non li hai mai presi, nemmeno quando iniziasti: se uno sfuggiva lo afferravi con la mano, lo ponevi con cura nella pancia del cucchiaino, e poi guadagnavi la bocca.

Certe mattine ho sperato di entrare e non avere nessuno. Impadronirmi della cucina: io, e i miei sbadigli. Avere un piccolo tempo come un segreto, la conquista conseguita con le vostre notti finalmente lunghe.

E invece appena spunto nel corridoio, la casa ancora bevuta dal buio, guardo subito avanti, se la porta è aperta, se vedo una lingua di luce. Trovare tutto identico alla sera prima, la soglia intonsa, la stessa penombra, quasi mi delude.

Ma sei lì. Prima di me, il più dei sabati mattina. O appena dopo. Quando il caffè sporca il fondo della tazza rosa e sul mio piatto restano le spoglie di una banana.

Ciao, hai dormito bene? Ti basta, afferri l’album dei calciatori, ti riempi la coppetta quadrata.

Per un po’ ti sei giustificato, mi precisavi mi sono svegliato alle otto meno dieci. Annusavi che un po’ di me non ti voleva intorno, che ti avrei ripreso, ma perché così presto? Tu che sei così piccolo.

Poi hai smesso. Quel tuo orologio rosso lo guardi lo stesso, un po’ lui un po’ me. Un po’ me un po’ quell’altro grande ticchettio affisso accanto al frigo. Però giustificarti non ti riesce più, hai – giustamente – smesso il bisogno. Perché una mattina ho finalmente capito che siamo così.

Tu e io.

Siamo la stessa impazienza, il sonno leggero, ci rigiriamo nel letto cercando d’insistere. La testa già piena di giorno e di cose. Le nostre piccole paure, buffe ossessioni. Poi ci rassegniamo, a quella vibrazione che si aziona anche se il corpo non è d’accordo.

– Non riesco a dormire di più.
– Nemmeno io.

Ci vorrebbe d’essere molli, amore mio. Malleabili e abbandonati. Bisogna smettere il peso, lasciarlo al cuscino, al materasso. Fidarsi della forza di gravità, della sua sufficienza e maestria. Galleggiare. Invece a noi va così, come coi cereali: li versiamo in scioltezza, un gesto fluido. Poi cerchiamo la sicurezza di un utensile. Così ci mangiamo la vita. Le grandi manate non ci riescono, siamo piccoli roditori.

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: a caso, quando capita, una vetrina degli ultimi post!

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      Maddalena Capra Lebout

      Che cara, sei… Non so, pensa che da bambina a sei anni scrivevo poesie 😀 Insomma essere tanto sensibili qualche lato positivo ce l’avrà, no? Grazie, ognuno ha la sua enorme poesia, sono certa. Solo che a ciascuno sono dati mezzi diversi per esprimerla, tutto qui :*

  1. blogcambiopasso

    Il post lo trovo molto tenero anche se io rientro nella categoria di quelli a cui piace poltrire nel letto. Una nota di colore: ma quanto sono belle le sedie della tua sala da pranzo? Sono adorabili, di forma e colori diversi. Scusa se sono andata fuori tema, ma dovevo dirtelo 😉

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      Maddalena Capra Lebout

      Starei a letto anche io, ma ho il sonno leggero e anche se non soffro affatto d’insonnia, mi è difficile riaddormentarmi… Quanto alle sedie è un bel fuori-tema: in effetti si tratta di una cucina/tinello, le sedie diverse le ho volute apposta e colorate io stessa. Tutta la casa l’ho progettata e arredata io, e per questo anche se siamo stretti non voglio cercare un’altra dimora (giusto che si parlava di case 😉 ). Grazie Ale!

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