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EventiMaternità

Ma dove sono i regali?

IO SONO ANCHE LA FESTA CHE HO VISSUTO.
CHE PASSA DI GENITORE IN FIGLIO, CHE ADESSO RENDO AI MIEI BAMBINI.

 

Avevamo un salotto piccolo piccolo, rispetto al resto della casa. Raccolto, in fondo al corridoio che si allungava dall’anticamera dell’ingresso. Avevamo anche un albero di Natale, piccolo piccolo, stava arroccato in testa al pianoforte.

In sala da pranzo, sulla lunga credenza, il presepe: grande, questo, con le statuine della nonna, scartate una a una dalla loro velina impolverata. I magi chiusi fino al momento giusto, Gesù nascosto dietro la grotta, in attesa di emergere nella notte Santa.
Con una scatola da scarpe o, più facilmente, una delle camice che vendeva mio padre, creavamo la montagna: sistemavamo la carta da pacchi marrone a rivestirla, la stropicciavamo un po’. Mia madre, notoriamente pragmatica e poco incline all’arte, si cimentava dando spettacolo di creatività nascoste, delicatezza e cura.

E poi nevicava: perché, almeno nel presepe, deve nevicare. Farina che ricopriva l’altura e poi scemava scendendo, giù, sotto, dove i pastori pascolavano le bestie. Anche quello zoppo, una gambetta di gesso staccata dagli anni, il ferro vivo del suo perno sottile. Tra il muschio si aprivano i laghetti di carta stagnola, le papere minuscole e inerti, un fiumiciattolo di plastica blu. La stella cometa stava su a stento, aggrappata al tetto della capanna, pallida plastica a gara con le stelle argentate del fondale notturno.
E si aspettava.

Non ricordo di aver mai creduto a Babbo Natale, nemmeno a Gesù bambino, che, di certo, non sarebbe stato scomodato per giustificare i regali, in una famiglia credente come la nostra. Ma forse era difficile crederci anche perché c’era lo “Scambio coi parenti”, la serata a casa di nonna Maria, intorno al 21, 22 dicembre: una ventina abbondante di cugini spalmati su centinaia di metri quadri in quella casa immensa. Ogni famiglia col suo bel saccone di doni per gli altri, qualcuno, il nonno, forse, che li estraeva uno ad uno, chiamava il nome, distribuiva.

Allora l’attesa cominciava a fremere come acqua agitata in un barattolo: il pianoforte, a casa, si ricopriva di pacchetti, spariva sotto la cascata di quei colori, le forme, i nastri.

Era così. Incapace di andare a letto la sera prima. Sveglia prestissimo, il 25. La corsa per il corridoio, verso il salotto, l’aggressione impaziente e squisita di quelle prede sul pianoforte.
Negli anni capisci che stai crescendo dall’ora in cui ti svegli il giorno di Natale: ricordo quando si aspettava, in salotto, che mia sorella si alzasse, per cominciare a scartare i regali. Piccoli, ancora, i miei fratelli e io. Lei placida nel sonno, l’inerzia, la novità spenta come luminarie diventate inutili.
L’indole, forse, diversa.

Io ho dei ricordi bellissimi, di giorni che mi hanno insegnato l’eccitazione, la curiosità, l’impazienza buona. La gioia di una neve di farina, di una cometa di plastica, una montagna di cartone, un risveglio all’alba.

Io sono anche i Natali che ho vissuto. Quell’atmosfera appesa alla tavola, ai volti, alle palline dell’albero. Più dei regali, di ciò che scoprivo dietro alla carta decorata. Più degli oggetti che poi si faceva a gara a chi riusciva a usarne di più in un giorno solo. Io sono anche la festa che ho vissuto.
Che passa di genitore in figlio, che adesso rendo ai miei bambini, nel piccolo presepe improvvisato a salvadanaio da Sarah che lo inonda di monetine. Nell’albero alto che le palline in cima le appendiamo noi, nelle sue luci che Patrick vorrebbe sempre lampeggianti anche se danno un aspetto da bazar cinese. Negli adesivi di pupazzi di neve che non riusciremo mai più a scollare dai vetri e dai mobili. Nel calendario coi cioccolatini, nei sogni di bambini che al risveglio domandano: “Ma dove sono i regali?”, ogni mattina di qui al 25, perché nel sonno hanno visto Babbo Natale.

Sto costruendo, per loro, il ricordo che ne avranno. Saranno sempre, saremo sempre, un po’, anche i Natali che abbiamo vissuto.

Qualcosa di nuovo?
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