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Maternità

L’occasione

QUANDO TUO FIGLIO TI RECLAMA ALLA FINE DI UNA GIORNATA DI MERDA, TI SEMBRA L’ENNESIMA COSA DA SBRIGARE.

 

Bisognerebbe sorvegliarli, i figli. Fino a che età non so. Finisce che a un certo punto se la cavano, gli dai un po’ di spago, allenti il guinzaglio. Poi magari li rincorrerai nei tempi dei primi giri in motorino allaccia il giubbotto, metti la sciarpa, e con chi esci? Ma intanto.

Le metto un po’ d’acqua nella vasca, le barbie sono già in piscina prima che chiudo il tappo, svaniscono nei fondali sotto la schiuma. Di là ho gli altri due, malati sincronizzati, a contendersi un divano. Ho scoperto che la casa si restringe ancora di più, in caso di virus. Non sai più dove metterli, tutti sti figli. Paiono dozzine. Le stanze sono quelle che sono, ognuno ha esigenze diverse, i miei punti fermi di indipendenza sono come quelli della spesa, minuscoli, non ti ci compri niente. E così Isabelle rimane in bagno da sola.

Ti lavo subito o dopo? Dopo, mi dice.

La porta aperta, spendo questa tregua litigando con facebook. Per una piccola cosa fatta enorme dal loro diniego, impotente e fatta fessa oltre ogni mia ingenua previsione, mentre alla tv i due hanno trovato qualcosa che li accontenta entrambi.

Quanto tempo ho passato, così? Il tempo vola quando ci si diverte, mi diceva un mio ex, lanciandosi quel poco che poteva in un’ironia oltre le sue corde. Bene: il tempo vola anche quando ci si incazza.

Quando finisce il primo round di chat dal bagno arriva il suono inquietante di piccole, ripetute cascate. Perché non sono solo i fatidici dieci minuti di silenzio, ad ammonire una madre: a volte dieci minuti di scrosci possono allertare molto di più.

Te lo ricorderai, Isabelle. Crescerai e ti farò leggere quel pezzo in cui racconto la magia della prima pace. Ma questo allagamento non dovrai leggerlo, ti basteranno i piccoli circuiti cerebrali che hai già sviluppato, a serbare inappuntabile memoria.

Nel bagno non posso nemmeno entrare: rimango sulla soglia, come un terzo stipite. Il tappeto praticamente galleggia, due dita d’acqua sommergono le piastrelle, fino al cesso, fin sotto il mobile, e poi ci sono i danni secondari, gocce e schizzi variamente distribuiti. Siamo due elettrodi, tu in piedi nella vasca semivuota, io immobile ai bordi di un pavimento semipieno. La scossa sta per partire. E poi: parte.

Grido. Grido e aspetto che il tuo viso si rompa. Poi comincio a colpi di spugna, assorbo, strizzo nel secchio, assorbo, strizzo nel secchio, butto il tappeto nella vasca dove sei tu, e ancora. E poi ti rompi e scoppi nel pianto. Quarantacinque minuti, nei quali lei e io cantavamo chi i suoi pianti disperati, chi i rimproveri. La lavo, la prendo, l’asciugo. La pace dopo.

Abbiamo pranzato alle 3. In mezzo altro tempo è scappato.

Ci vorrebbe la forza di dimenticarsi. Nessuno ti ruba niente. Gli imprevisti non sono imprevisti, sono fatti. Sono fatti i casini con l’assistenza, la rabbia, i tuoi tempi corrosi dalle grane. Non sono grane.

Invece boccheggio, quando i giorni diventano quella cosa lì: risolvere problemi, sanare questioni, curare malati, recuperare perdite e notti. E non resta niente, un piccolo portagioie privato, una stanza insonorizzata, un lembo asciutto. Mio.

Il pomeriggio è ancora denso, fatica, compiamo quel piccolo gesto della pace che è come un cioccolatino, una bomboniera. Poi torno ai miei garbugli. Isabelle che dorme, gli altri ancora davanti alla tv. Certi giorni hai la capacità precisa di essere una pessima madre. Forse: una pessima donna. Ti sei sottratta a loro, senza comunque donarti a te stessa. Riesci a non dare niente a nessuno.

E quando la sera Sarah rivendica quella lettura solo nostra sul lettone dici di sì, mantieni la promessa fatta ieri come l’ennesima cosa da sbrigare. Sbrigandoti. Appunto.

Ho maturato l’indecente capacità di pensare liberamente ai fatti miei, ad altro, mentre leggo storie ai miei figli a voce alta. Così giro le pagine e fra una e l’altra lampeggia una fioca consapevolezza: “Torna qui.”

Mi devo sforzare, concentrarmi. La stringo come l’ennesimo fastidio della giornata. Lei, mia figlia. Ci voleva anche questa…

Perché quando tuo figlio ti reclama alla fine di una giornata di merda, tu pensi all’ennesimo conto da saldare.

Non lo sai, non subito, che invece è la tua occasione: è la moneta nella tasca che avevi dimenticato. Il pezzo migliore in fondo al sacchetto del pane.

Qualcosa di nuovo?
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Commenti 6

  1. Giovanna

    Come al solito mi son sentita leggere dentro, e quanto bruciano quelle occasioni, quelle opportunità perdute! Come al solito, coraggiosa, ti spogli e m’inchiodi alla mia nudità. Grazie

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      Maddalena Capra Lebout

      Oddio, adesso che vedo il tuo viso sorridente in questa fotina (come si dice già? Avatar? mah), mi accorgo di quanto mi sei mancata (anche se mi leggevi). Averti qui, mai giudicante, è un po’ come trovare altri tesori nel sacchetto del pane! Sì, da Pasqua tra vacanze, problemi tecnici legati ai social (prima google poi facebook), notti insonni per riniti misteriose, figli malati a casa e disguidi vari, sto dando il peggio, tutto il tempo e le forze vanno in cose da sanare. Spero di non fare ancora peggio sollazzandomi coi sensi di colpa: meglio sarebbe fare scorta di saggezza :*

  2. Giovanna

    Guarda Maddalena, mi ci sono calata in pieno perché anche noi, io, stiamo attraversando un periodo problematico e preoccupante. Ci preoccupa la salute di persone care e altri piccoli drammi che mi fanno viaggiare sull’onda del pessimo umore. Ti lascio immaginare come gestisco bene i momenti di crisi dei bimbi. Passerà, sono periodi inevitabili, e si, spero di non disfarmi anch’io dietro ai sensi di colpa.

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  3. comevivereacolori

    Leggendoti, mi sento meno strana… ti spiego: spesso mi ritrovo a chiedermi se dedico abbastanza tempo e interesse alle mie figlie, se forse non mi sono arrabbiata troppo per questo o quell’avvenimento, se sia giusto ritagliarmi un piccolo spazio di tempo solo per me… il tutto senza sentirmi (come dici tu) una pessima madre, una pessima donna. Poi mi accorgo che i miei stessi sentimenti li provi anche tu e altre mamme…e mi sento “sollevata”. Ps: nella descrizione del bagno allagato e dell’incazzatura ho rischiato l’infarto dal ridere. Io avrei fatto esattamente la stessa cosa. Ti adoro. Alex

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      Maddalena Capra Lebout

      Ci sono donne pazienti, che diventano madri pazienti. Io, diciamo… ho altre qualità 😉 Ma soprattutto pur non lavorando fuori casa ho capito da anni che ho bisogno dei miei puntelli. E’ un”problema” più femminile questo di trovare equilibri, anche se sicuramente i padri si interrogheranno a loro volta sulla bontà di alcune azioni e reazioni coi figli e sul tempo loro dedicato. Quanto al bagno… ero impietrita, non sapevo nemmeno da dove cominciare, e poi si erano sommate troppe cose, arrivavo con una rincorsa di piccoli guai che lo sbotto era inevitabile. Credo che tutte, tutte in un modo o nell’altro facciano errori e si pongano domande: il problema vero sarebbe non porsele :* ps: GRAZIE

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