Maternità

Lo start-up

farmaciaIl primo investimento che mi trovo ad affrontare è di circa dodici euro, sotto forma di un solo, singolo, stecchino con due finestrelle, meglio conosciuto con il nome di “test di gravidanza”. Una spesa media, che un tempo era ammortizzata dalla presenza, all’interno della confezione, di due stick, nel caso il primo test venisse eseguito troppo presto e desse esiti invalidamente nulli, o che la presunta mamma fosse incapace di intingere il capo giusto sotto il flusso di urina. Ora, data la grande affidabilità e precisione di questo strumento, già efficace e perfettamente operativo fin da prima che il sospetto di un ospite più o meno gradito all’interno del proprio corpo si faccia cosciente (ovvero già prima del ritardo del ciclo), e data anche la grande fiducia nell’essere femminile e nella sua capacità di non mancare la mira, di stick ne vendono solo uno, che tanto è più che sufficiente.
Il problema è dove acquistarlo.
Personalmente vivo in un piccolo quartiere alla periferia di una grande città, dove conosco, in ordine non prioritario: la panettiera, l’ottica, il tabaccaio, l’edicolante, il fotografo, le cassiere del supermercato, le receptionist del centro analisi, le commesse di Coeco, gente sparsa conosciuta per insistenza della sorte (o dei due figli già esistenti) in giro per le vie o ai parchetti e così via. Non da ultimo: le farmaciste.
La farmacia è il luogo di acquisti per antonomasia per la mia famiglia, soprattutto per la sottoscritta. Se sommiamo “sfiga costituzionale” a “loquacità ai limiti del logorroico”, ovvero la mia incessante necessità di farmaci alla mia tendenza a proferir parola non appena mi si presenti l’occasione, il risultato inevitabile è: conoscenza semiapprofondita e inequivocabilmente unilaterale di chiunque lavori nella farmacia sotto casa.
Unilaterale perché in realtà, a ben pensarci, le povere farmaciste non hanno il diritto, la libertà o l’indole per ricambiare i miei profusi monologhi con altrettante confidenze, ragion per cui non si può definire il nostro un rapporto di vera intimità. Qui nasce il primo dilemma: in questo limbo autogenerato, dove si colloca il famigerato stick?
Normalmente, in un’altra farmacia.
E così un mercoledì sera mi reco, figli e marito al seguito, nella farmacia più lontana.
Si entra a testa bassa, appesi a un’espressione che sta tra l’indifferenza mal riprodotta e il pudore malcelato, una specie di: “Se poi non sono incinta, che figura di merda.” Sì, perché, specie al terzo figlio, se hai sbagliato a interpretare i segnali, ti senti piuttosto stupida.
Potresti aspettare di esserne più sicura, eppure non sai farlo. Potresti mandare a quel paese quel senso di stupidità, eppure non sai farlo. Perché, se aspetti ancora, e le tue cose non vengono, e il seno scoppia e inizia il mal di stomaco. Se, insomma, aspetti di sentirti incinta senza dubbi, allora che gusto ci sarebbe a fare quel test in braccio alla fibrillazione (quella stessa fibrillazione per la quale poi faticherai a mirare sotto il getto di urina)?
Veniamo ai segnali, quei moniti che hanno avviato la centrifuga emozionale destinata a durare (se tutto va bene) altre trentasei settimane: il segno più evidente, parlo per esperienza personale, per me è sempre stata la mancanza di segnali premestruali. Niente perditine preparatorie, niente mal di pancia, niente mal di tette (o un mal di tette diverso da quello della sindrome premestruale), nessun aumento di peso. Logicamente, tra i moniti, ce n’è stato uno particolarmente promettente: il rapporto non protetto in fase fertile.
Infine, il ritardo.
Ad ogni sigaretta che mi fumavo allegramente sul terrazzo una voce diceva di non esagerare, con una sorta di sorriso languido, una promessa velata, una rivelazione nascosta. “Smettila!” le rispondevo seccata. “Non si resta incinte al secondo colpo a quarant’anni.”
Ma io cos’avrei voluto? Il sì subito, o cuocere a fuoco lento, un mese dopo l’altro?
Altra sigaretta, sempre la stessa voce.
Questa volta, a differenza delle altre, una bella sindrome premestruale mi portava incessantemente a mandare affanculo quella voce, lasciandomi fumare in leggerezza.
Il dolore al basso ventre era un po’ insistente, lo ammetto, soprattutto duraturo: perché fai tanta fatica a liberarti, utero mio? E spingi e spingi, e falle uscire ste cose, no? Ma per il resto, niente che dire.
Poi un mercoledì, il primo giorno di ritardo effettivo, la voce mi porta su internet: digita per me “sindrome premestruale in gravidanza”. Provate. Ne è uscito che pare sia la cosa più normale del mondo.
Ma come?
E così cade il mio alibi, il più forte, sicuro, certo. Perché una donna non si conosce mai abbastanza, perché la gravidanza è così, una sorpresa fin dall’inizio, un punto di domanda dove c’era quello esclamativo e uno esclamativo dove prima c’era una domanda. Sarò incinta?
Leggo: “Il dolore al basso ventre è assolutamente normale, le perdite possono essere da impianto, i capezzoli si ingrandiscono e possono spuntare i tubercoli di Montgomery (piccole protuberanze innocue, preposte a lubrificare il capezzolo in vista – già – dell’allattamento).”
Sono incinta!
Ed ecco il primo punto esclamativo.
C’è sempre da imparare.
Scelgo la farmacia più lontana, dove non mi conoscono, dove – andasse male – posso sempre non tornare, e da quella sera divento cliente abituale: acido folico, Maalox, Gaviscon, cicche antinausea, preparati omeopatici. Perché sbattersi in un tour farmaceutico che permetta di mantenere il segreto acquistando un prodotto ogni volta in un negozio diverso, quando nella farmacia dello stick sono tornata troneggiante e a testa alta, il giorno dopo, ad acquistare la folina?

La mia farmacia abituale non mi vede da oltre un mese: passata la fase clandestina (normalmente il famigerato primo trimestre), farò senz’altro capolino con la mia pancetta da pluripara (dicesi pluripara la donna che ha avuto più di un figlio). Allora già immagino la mia logorrea gravidica inondare il locale e recuperare il tempo perduto.
Per intanto mi basta non beccare nessuna di loro per strada (se volevo dirlo non mi smazzavo la fatica di andare lontano. D’altro canto, se interrogata su come sto, mi spiacerebbe mentire) e lasciarle pensare che, evidentemente, godo improvvisamente di ottima salute.

Qualcosa di nuovo?
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