Maternità

Limiti di una madre

Ha ragione Elena. Dondola sull’altalena, il sole delle due si arrampica tra i suoi riccioli nero corvino, va a cercarsi la testolina spelacchiata di Isabelle. Su e giù, in braccio a chi, la piccola non sa. Sua madre la guarda dalla panchina: “Chi la vuole?” ho domandato vedendola agitarsi nel marsupio, scalciare con scarsa eleganza sui miei fianchi. E allora lei se l’è presa in grembo, la culla in braccio alla luce, alle chiacchiere di noi sparse tra gli occhi dei figli e gli scivoli.
Dice che un altro figlio l’avrebbe fatto. Prima. Quando i suoi erano ancora piccoli. Vicini. Ora il tempo ha dato la svolta, quella delle cose che si fanno da grandi, musei, immersioni in acqua, giri alle giostre evolute, ai castelli. Quella delle giornate lunghe, obbedienti alle stagioni della terra e non più a quelle dei bambini, ai loro sonni che spezzano le ore, le schiene.
Daniela non ci pensa, osserva Ale, è già contenta così, che lui gioca con l’amichetto, si è schiuso come un piccolo miracolo, le gambe inseguono desideri invisibili, lei gli va dietro con le labbra che si arricciano.
“È vero – commento – ci sono mille cose che avrei fatto, pensavo…”
Idee a galoppo sul pancione, poi avrei scalato il mondo, coi miei piccoli ormai grandi, la sorellina placida al seguito: il safari, Brunate con la funicolare, quel giro al MUBA, un giorno al mare. Si può, tutto si può nelle intenzioni, eppure nelle ore cambiano i giocatori, le regole, le forze.
Ho la bocca seria, umile, ferma: un punto in mezzo al vociare allegro delle altre.
“Sai quante volte mi sento in colpa o mi dispiaccio? Non tanto per le rinunce che faccio io, ma per quelle cui sono costretti loro.”
Le volte che li faccio attendere, che il disegno fresco d’ingegno e cura mi aspetta tra piccole mani sul tavolo e io sono lontana, di stanza e di fiato, occupata da Isabelle. I no spiegati da stanchezze adulte e senza una parola facile, una buona ragione. I progetti che rimandiamo di sabato in sabato. Le volte che divido le attenzioni e forse, frammentando, regalo grandi cocci anziché piccole cose intere.
Costa fatica, fare spazio. Una fatica interiore, che scava dentro, la nostalgia gracile di quando eravamo noi, in equilibrio solido e morbido. Capace di tanto, di allargarsi o stringersi intorno ai bisogni di ognuno, chinarsi a raccogliere ogni singola aspettativa che avevamo imparato ad ospitare.
Mi vedono, per strada, la gioia fulgida, Venere coi figli allegri, fertile. Vorrei somigliare perfettamente a quello che vedono. Ma nessuna bellezza è tanto esile da non richiedere spazio, nessuna madre è così libera da non avere sensi di colpa, o l’amarezza di una rinuncia. Nessuna, credo. Forse, nessun essere umano.

Qualcosa di nuovo?
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