Maternità

L’eco costretta dei “no”

Forse è un effetto collaterale del Natale, o forse è questa pioggia insistente che chiassa un obbligo ostile a chiudersi in casa. Forse è che ci sono un mucchio di cambiamenti nel pugno chiuso di pochi giorni, di qualche ora schiacciata, stipata tra preparativi e feste. Pur belle, bellissime, ma comunque stipate.
O, ancora, un ostinato brucior di stomaco che mi ha anche guastato la sacrosanta mangiata natalizia.
La tiroide efficiente di mio marito che gli ha regalato un corpo da ragazzetto a quasi quarant’anni, mai avuto prima (mannaggia a lui che brucia anche il piatto in cui ha mangiato), ma che, per contraccolpo, gli pizzica le corde vocali in inconsueti, striduli urletti di sfiancamento teso.
Fatto sta che da qualche giorno all’aria felice e festonante si accompagna una certa tensione, un’elettricità che, se non ben contenuta, bruciacchia i fili. Si accorda, con la sua intermittenza, a quella delle lucine sull’albero. Sfavilla un attimo, l’attimo dopo s’ammoscia. E alle palline appese si affianca il dondolio non sempre melodico di un altro tipo di “palle”.
Mathias, sant’uomo e super-papà, si occupa dei bambini mentre ingerisco l’ennesima tisana aggiusta-stomaco. S’inventa cose, li tiene attorno a quel tavolo della cucina diventato un laboratorio di idee, di cui nemmeno ricordiamo più il colore d’origine, protetto a oltranza dalla tovaglia cerata. Loro attenti, poi Sarah parte per conto suo, ha pensato che il libretto della Peppa con gli adesivi fosse in realtà una rivista di collage, taglia e incolla anche i tovagliolini di carta e poi si lamenta che non si staccano dallo stick. Patrick si è messo di buona lena coi suoi esercizi di logopedia, papà gli ha promesso che dopo giocherà al computer, il gioco dell’omino che salta, la sua nuova passione. Ogni tanto da bordo-campo sento arrivare qualche “no”. Non per forza di Mathias. Di Patrick, sovente. L’assertività che sta imparando. Chiamiamola “conquista”.
Di nuovo si riamalgamano le voci, l’impasto riesce. Niente grumi. Poco dopo il “no” acceso della piccola, il fratello l’ha provocata, o lei ha istigato lui. Cose normali, roba da fratelli.
E piano piano, come la maionese quando impazzisce, i no si succedono a frequenza crescente, si separano gli ingredienti, il Natale fa cortocircuito.

Nulla si rompe, niente si perde. Abbiamo le spalle larghe, noi, siamo supergenitori invincibili, forti, capaci di reggere.
Oppure no?
Mathias ha convinto i bambini ad andare a giocare da soli, per un po’, in camera loro. Il salotto è già assediato dalla fattoria di lego, dal tappeto per ballare con Josè, e dall’aeroporto che ieri ha illuminato il visino di Patrick. Almeno la casa della Peppa apritela in camera vostra.
Il tempo della proposta, venti secondi di voce morbida, che dal corridoio ne arriva un altro. Questo è un no! bello forte, un Basta!!! degno di me.
Mathias torna in cucina, sfigliato, sfibrato, lo tocco e ripenso a quelle volte: i giorni di anni che abbiamo lasciato indietro come scie di mare lo scafo di una nave. Schiuma che ritorna, sale che secca. Le volte che abbiamo pianto e urlato per Patrick, per i suoi limiti, i nostri. Le volte che è stato difficile. Che ci arrivavano addosso con rabbia e dolore, e i due si mischiavano, non come questa maionese impazzita. Si mischiavano bene, così bene da non riconoscerli.
Lo tocco. Lui non sa che ci sto pensando. Che sto pensando a quei giorni.
Lui non è come me, che mi spavento.
In fondo ce l’abbiamo sempre fatta. Se mi allontano un po’ da questo sentimento grandangolare che slarga il male, per un attimo, e riduce ai bordi il buono, Natale ritorna. Anche se i no riecheggiano ancora, rauchi, giù per il corridoio come un fiato secco.
È solo che a volte vorresti credere che gli anni ti hanno insegnato tutto.
E invece devi imparare ad accettare che ti hanno solo suggerito qualcosa.

Qualcosa di nuovo?
Ti avviso io: ogni domenica una vetrina dei posts della settimana!

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